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Fossa Clodia. Quaranta brevi storie di terra e di acqua

Prosa. Le quaranta storie (brevi) partono in modo ‘classico’ e prefigurano una scrittura peculiare – propria dell’autore – già presente in altre pubblicazioni. L’assenza di maiuscole però non certifica il punto mobile.

Si pensa a una prosa d’arte, allo sviluppo che segue un percorso verticale, al punto che se appare un incipit narrativo è poi destinato a rivolgersi internamente, come una spirale. Luoghi (Fossa Clodia è il nome antico di Chioggia) e personaggi diventano al limite simbolici, ma i tratti calligrafici vengono sapientemente assorbiti nel contesto. Ed ecco il ‘dialetto’ (meglio: vernacolo), la tipica parlata chioggiotta, che o si traduce o si inserisce con la sua identità linguistica: vorremmo dire che è una connessione istitutiva tra una parte storica ‘dal basso’ con un riflusso di marea (e siamo nel tema) verso l’alto, ove lo stile domina e ci avvicina a una forza anche visionaria.

Per chiudere con il paradosso, un dialogo che prende slancio da conoscenze personali e sembra dimostrare la inutilità di una eventuale dialettica.

Recensione
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