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Historia Medica (in nomine diagnosi et prognosi)

Poesia. Ci sovviene, nella particolarità di questa pubblicazione, un tema che vede Herakleion (Creta) come suo punto iniziale, per poi avviarsi verso inaudite soluzioni, che vanno oltre la stessa tessitura linguistica. Conoscendo il percorso di Fassina – la prima raccolta edita Nihilissimo Canto è del 1991, ma da almeno dieci anni era già apparso su antologie – ogni sua opera risale a un principio cui non intende rinunciare né disattendere, quasi per una volontà che diventa, in assoluto, creatrice.

Uno degli aspetti più vistosi è il linguaggio, per cui da raffinate intuizioni collegate anche alla scrittura quale elemento da interpretarsi all’interno della sua realtà semantica, si perviene a un lessico che, a prima vista, imita, ma soprattutto riproduce nella dimensione personale, diventando un modus distintivo e insieme espressivo. Che vi sia una parte d’ironia è appurato da testi satirici presentati più volte, e qui troviamo, volenti o no, una linea che fa del satiro parte del suo dettato, l’eros non ne è esente, come, se la memoria non ci inganna, in pesca sabèa. Ma il medioevo è rapportabile solo in una frequentazione che rinunci alla propria individualità, al contrario di quanto accade nel nostro caso, in cui l’entità ideatrice si erge proprio in virtù di un rifarsi senza mai perdere il dato costitutivo dell’io.

Verrebbe da pensare che la storia della medicina ne possa oggettivare la sostanza, invece ecco che riconosciamo Fassina grazie alle sue molteplici diramazioni nel grande universo delle parole. Che si tratti di avanguardia può essere, ma più che incidere sulla struttura è la riproposizione in altra chiave a costituire la cifra più originale del poeta. Spogliamoci dei preconcetti per tutta la durata del viaggio nella vicenda medica in generale e vedremo necessari i suggerimenti che il verbo ‘denaturato’ porge per scendere più in profondità al messaggio, eventuale o meno, con un’attenzione particolare al soggetto (ai soggetti).

Un lontano ricordo riguarda un altro poeta: Veniero Scarselli. La sua carnalità, dal tono apocalittico, però si differenzia, poiché è per l’appunto la derivazione lessicale adottata da Fassina nei vari addentellati a costituire probabilmente un unicum non possibile di raffronto. Anche quando ci sono punti che potrebbero specificare l’orrore della fisicità (siamo solo pezzi di carne?). Prendiamo di Vesalio il necrofilo arrogante, o di Morgagni il di obitorii princeps: è difatti la parole estrema del poeta a dissolvere la ripugnanza che un corpo, nella sua corruzione di malattia, potrebbe ispirare. Ora, è un istinto giocoso, o, come già notato, satirico? La natura comunque vi ‘gioca’ il suo ruolo, e rende meno oppressivo il senso che rifiuta prima di tutto il non-io.

A volte l’invenzione poetica pare avvicinarsi a un decorso ‘normale’ (per esempio in Ignac Semmelweis), ma è per poco. Se vogliamo addentrarci in questa poesia cambiamo, almeno in parte, la nostra forma mentis: ne trarremo inaspettate ‘delizie’.

Recensione
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