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Narrativa. Già notando L’uomo di Milesia ci rendemmo conto di uno stile ‘sfuggevole’, in cui l’orrore, disperso dalle metafore, rischia di non far percepire ‘in concreto’ quella realtà. Le similitudini (terrificanti alle pp. 11 o 19, per esempio) trasferiscono perciò la narrazione dal piano oggettivo a quello virtuale o figurato. Da ciò l’idea di ‘dissipazione’ che sembra allontanare il lettore. E il tragico finale – intuìto più che descritto – deve suggerire e non mostrare. Il testo va quindi affrontato con un approccio diverso dal solito, specialmente da chi attende la relazione ‘istintiva’ tra segno e significato. Dagerman è scrittore di indubbio livello. Egli crea una sua ‘allucinata allegoria’; cfr. De Dömdas Ö. Il suicidio è – in fondo – l’incapacità a mediare fra la logica e i fantasmi della mente. Il racconto (1946), inedito in Italia, appare da noi per merito delle edizioni di Via del Vento.

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