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I vuoti del mosaico

Poesia. Con un apparato critico ridotto (IV di copertina) la poetica di Jacobellis si direbbe sufficiente a sé stessa. Poiché l’equilibrio e la purezza sono doti che si verificano percorrendo la raccolta pagina dopo pagina. Un equilibrio che sta nella misura di ogni testo, e una purezza che elimina o quasi i segni di interpunzione, salvo che le parentesi; rarissimi altri segni come le virgole o il punto interrogativo.

Che vuol dire? Noi pensiamo che le scelte anche nella tecnica abbiano un loro peso e significato. Poi, è logico, dobbiamo seguire l’iter che ci viene proposto, consapevoli che “è il potere dell’ombra che ci fa smarrire” (a questo punto la versificazione assume la possibilità di trasferirsi). Da ciò ne deriva un tono talora dolente, e l’immagine autunnale ci coglie come se vedessimo in noi riflessa la vita e i suoi confini: “tra rami caduti e foglie morte | un uomo cammina a passo lento.” Certamente non è solo qui la forza evocativa del poeta: il rapporto con la realtà finisce per divenire di estrema importanza, e nel medesimo tempo pare che perda di peso, si smaterializzi, allorché apprendiamo la traduzione in metafora.

Nasce quindi uno stile destoricizzato, vincolato alla parola e sempre sulla soglia di un mondo transeunte, di là difatti si presagisce il nulla, oppure... ma questo viene lasciato ai filosofi. In ogni testo l’epicentro è un altro, sostanzialmente esterno, benché introiettato e fatto proprio, attribuendo alla memoria una verità che la materia contesta. Veramente “tutto è condannato a non aver senso”? ovvero, diamo noi un senso che non esiste? È chiaro che nel caso dell’autore la poesia è a un passo più avanti della filosofia, sapendo di cogliere l’ineffabile quid che sfugge ai rigorosi controlli della scienza. A volte incontriamo delle rime: l’armonia preme con la sua affascinante suggestione.

Recensione
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