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Il castrato di Vivaldi

Narrativa. È indubbio che su Angelo Sugamosto, castrato celebre al suo tempo, sia calato un oblio talmente profondo (oblivione) da non trovarne più traccia neanche in certi saggi pur documentati come quello di Kolneder. O forse un’ipostasi, al punto da far apparire ciò che non è mai stato.

Comunque sia, il romanzo mostra una precisione nel dettaglio e ricrea in modo talmente vivo l’ambiente e l’epoca che noi per forza dobbiamo crederci. Sostenere quasi quattrocento pagine senza mai una caduta di stile è impresa che riesce a pochi scrittori: Mazzocato è uno di quei rari esempi.

Chi pensa che nel settecento la musica fosse diversa nella sua realtà pubblica non si rende conto che il dernier cri appartiene a ogni secolo: anche le composizioni fanno moda, ma poi resta la sostanza. Pur con un linguaggio ‘spigliato’ l’autore mantiene sempre compostezza di toni e senso della misura ma accoppiata non di rado agli aspetti figurati: “Il cocchiere aveva belzebù che gli mordeva i calcagni” (p. 148).

Poiché non è possibile riportare i vari passi che si distinguono per la loro forza icastica, dobbiamo considerare il doppio piano in cui si svolge il romanzo: la ricerca e l’invenzione. Doverosi quindi i ringraziamenti in appendice. “L’odio serve a tener vivi” chi è stato, suo malgrado, privato della virilità: un frase che ricorda quanto disse il console a Ben Hur, ovvero XLI (ma qui andiamo a memoria).

Recensione
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