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In deserto

Poesia. Non si può certo esulare dalla prefazione di Ermini allorché rimarca il “mondo grigio del male”, quel male e quel dolore che sembrano impliciti nella natura, cioè nella sua fragilità corporea. Con Steffan la scrittura poetica si trova davanti a una doppia esigenza: portare i significati in rilievo per, se non altro, segnalare una possibilità di riscatto, umano e sociale, e nel contempo aderire a un linguaggio che rompa decisamente con schemi strettamente lirici o semi-lirici o discorsivi, per innestansi invece in una rottura tra l’elemento artistico e il segno corrosivo.

Perché vi è sempre la testimonianza, luoghi e tempi di una realtà percorsa dall’orrore. Ma l’orrore è nelle cose o noi stessi ne facciamo parte? Che vi sia una oggi spinta verso l’oscurità è indubbio: il male affascina, e pochi sono in grado veramente di combatterlo. Il male entra ovunque, potere o non potere, nelle strutture sociali e nell’intimità di una famiglia — i giorni che viviamo ce ne danno conferma. Se poi si vuole ‘giudicare’ soltanto l’esito poetico allora ci si deve riferire al lessico, alle costruzioni semantiche, memori di una libertà che ristabilendo l’origine procede invece in avanti.

Lo stile di Steffan utilizza i portati più eterogenei, ma comunque di alto profilo, sino alla figura, alla interazione delle parti, dirompendo in modo oggettivo sulla conoscenza e sulla percezione: una durezza espressiva in cui detriti e ricordi, idilli e cadute, pervengono al più elevato grado di coscienza. Non che il poeta dimentichi una classicità che viene messa al servizio di ogni risorsa, per arricchire il discorso e quindi estenderlo anche a quella parte di lettori ancora vicini alla poesia come equilibrio e forma, ma l’originalità di Steffan è nella contemporaneità, che unisce passato e presente, ma già si proietta nel futuro e nella speranza di una umanità più consapevole.

Recensione
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