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La precisione del faro ovvero Tat Twam Asi

Poesia. Se c’è in effetti qui un canto disteso (di Stasi) è probabilmente in forza di una classicità che trova alcuni momenti formali, come le quartine o certi ritmi conseguenti, ma presto la versificazione mostra nuove ipotesi e strutture adeguate al significato del testo o al suo contenuto. Si svela l’ipocrisia di stagioni ritenute intoccabili e questo ci pone di fronte a una coscienza ancor più acuta e intesa a svelare i risvolti di ciò che solo si immagina.

In questo e anche nelle relazioni o nessi che la parola esplica sta la modernità di una scrittura da scoprire e assimilare nella sua profondità oltre la parola. È pur vero che sussistono livelli figurati, ma sono sempre tradotti con tale originalità da supporre il tentativo di proiettarsi in avanzate soluzioni linguistiche: “È una falce la campana | un silenzio di spilli un corpo | braccato la sua voce” — superfluo in tal caso dimostrare come la germinazione delle idee, secondo una logica individuale, crea quasi un continuum che ora elide e ora unisce i vari significanti. C’è poi la presenza della morte, al punto che scrivere versi appare un esercizio di fronte al vuoto, eppure la volontà vince ciò che sembra invincibile.

La raccolta si chiude con Cammino di Maya, in pratica un poemetto che si snoda con attimi magmatici e bagliori creativi in grado di riassumere le varie parti di una realtà che spesso tende a sfuggire di fronte al faro e alla fragilità del sogno.

Recensione
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