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Le bandiere dell’Onda

Poesia e prosa. In confronto a sei anni fa (cfr. Fatica di vedere) si assiste nella poetica di Mario Sodi un sostanziale se non radicale cambio di registro. Sia per la forma – cento quartine – che per una fantasia che sembra cresciuta in modo rilevante.

Da un lato abbiamo quindi la forma: quartine in endecasillabi, che rivelano nel poeta una capacità indiscussa di piegare il verso principe della lingua italiana alle necessità dell’espressione. Spesso, per evitare l’insistito ritmo giambico, i versi adottano altri ritmi, ad esempio il dattilico: “Danza Tasfenia, collana di perle” (Ballata delle cinque vesti), e tale conoscenza riesce a creare perfino delle doppie sinalefi: “Ecco ho udito i tuoi passi nel giardino” (Rosa di pane) o “che discende e mi aggira e a sé mi chiama” (La brezza).

A questo si aggiunga una propensione all’immaginario e si ottiene un risultato certamente originale. Tuttavia si deve aggiungere anche che una linea di classicità, grazie al verso regolato, si infiltra nel discorso di alcune quartine, un’eleganza di tipo foscoliano, ampliandone le dimensioni con univerbazioni di cui il classicismo è portatore. Può sembrare un’inezia, ma la quartina Zèffiro oltre all’accento usa un allotropo; nel Petrarca zefiro, qui invece la doppia effe produce un effetto più marcato, come una spinta (peraltro il vento nell’autore è un topos), che unito alla univerbazione lietadanzante ci dà la misura di questo stile.

È proprio in tali particolari che si vede il vero poeta. Le due prose poi sembrano una prosecuzione delle liriche. La prima (A se stesso) ci pone un interrogativo: ciò che scriviamo è proprio dovuto a noi? La seconda (Fonte Gaia) si distingue per una sua aura quasi metafisica.

Recensione
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