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È un’attenta interlocuzione con la copiosa produzione di Domenico Cara quella che Claudia Manuela Turco fa ne ilbacodaseta. E il lettore rimane piacevolmente catturato nella NellaragnateladiDomenicoCara, come recita il sottotitolo: quasi un avvertimento. La scrittura di Domenico Cara, poeta, critico, studioso di poetiche e linguaggi, sulla scena dagli anni ’60 con una copiosa produzione di poesia, narrativa, aforismi e saggi di critica d’arte e letteraria è varia, complessa, labirintica, metamorfica, molto probabilmente perché è intersemiotica, come sembra confermare la sigla di “Laboratorio delle Arti” data alla casa editrice di cui è editore, presente in Milano nell’odierno dibattito culturale e artistico.

“La metafora del baco serve a svelarci la progettualità del fare poetico, la natura construens, l’idea di architettura che c’è in Cara” - dice Sandro Gros-Pietro nella bella prefazione - anche quando parla della “consapevolezza che la letteratura è un gioco degenerativo, una continua caduta e un progressivo allontanamento; è un’accumulazione che funziona per dispersione e per sottrazione” (p. VI).

Ironia, leggerezza, consapevolezza che le poetiche devono testimoniare il proprio tempo: da qui i molteplici interessi di Cara, l’attenzione alla sperimentazione dei linguaggi e alle Avanguardie. Cara “giocatore d’azzardo” (p. VIII) della scrittura rimanda non tanto a modelli letterari quanto alle sperimentazioni di una folta teoria di artisti come Mondrian, Picasso, Magritte (“Egli dipingeva enigmi, come Cara li scrive e circoscrive”, p. 34), Klee (per i temi dell’ infanzia, fiaba e stupore), ma anche Kandinskij (sinestesie), Duchamp (i suoi mobiles come i frammenti aforistici di Cara), Giacometti ecc. senza trascurare “la sensibilità barocca” per l’“attenzione al relativismo prospettico e alla precaria, nonché ingannevole, apparenza delle cose” (p. 37). È come se C.M. Turco ci desse una bella dimostrazione di critica intersemiotica e intanto con tenacia segue il filo che si addipana, aiutandoci a individuare i nodi tematici della rete di “connessioni illimitate” cui rimandano gli infiniti frammenti della produzione aforistica dell’autore. Autonomia e connessione reciproca degli aforismi, rapporto con le fonti e nello stesso tempo distanza, occhio attento all’osservazione del reale, colto nella sua variegata molteplicità e di conseguenza linguaggio che stratifica significati e immagini: è la scrittura, ricolma di sonorità, immaginifica, che cuce le varie componenti, gli infiniti frammenti, è la scrittura che evita la deriva estrema. La musicalità del tutto supera i punti oscuri.

C. M. Turco si inoltra, quindi, in una fitta citazione di aforismi (ma anche saggi) della produzione di Cara, sottolineando i temi che a mano a mano emergono. Le note in fondo pagina, piuttosto che interrompere il ritmo, aiutano il lettore ad addentrarsi e a verificare i nodi tematici rilevati nei vari testi: il viaggio, l’indicibilità della parola e le riflessioni metalinguistiche, la precarietà del fare umano e anche della poesia.

Ma per la poesia non c’è tregua. Il filo del baco si avvolge tra memoria e attenzione al presente e non sempre è lineare, anzi spesso è oscuro. Ma, come sostiene l’autore, (p.14) “non è importante capire alcunché di quello che si legge. Conta molto ascoltare nella pagina le vibrazioni del mondo, comunque”.

E di queste vibrazioni la produzione di Cara sembra essere il diapason, di questa molteplicità lo sguardo acuto.

Recensione
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