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Poesia, questa di Gian Piero Stefanoni – indefesso e visionario promeneur attraverso la sua Roma
trionfalmente cristiana e barocca – tanto intensa ed esaltante quanto
volutamente criptica ed elusiva. E qui, in questa divergenza di destinazione,
sta il nodo gordiano della sua collocazione letteraria. A ogni sua conquista si
oppone una caduta, ogni divergenza si presenta inaspettata, addirittura
pacificata, ogni sommovimento si scioglie – forse – in un sogno. Ai suoi lettori
già provati da allusioni e illusioni, il poeta non offre accessi né esiti bensì
– come bene fa notare nella sua nota Plinio Perilli che non esita anche a
tracciare un albero genealogico dei numerosi antenati romani del “giovane
poeta-gabbiano“ – una assodata “visività” e una certa “vocazione di realtà”. Su
questa linea è pure l’esergo che apre la raccolta: una promessa di Gregorio
Nazianzeno ai suoi lettori – “non diversi dagli uccelli”
– ai
quali non mancherà un vaso d’olio “se sapranno attendere”!
Sette poesie “a prova di
pensiero” saldano per prime i conti col retroterra ermetico e spiritualista di
Zanzotto (“profuma lo zoccolo | dei fiori calpestati” a p. 25) e con la
tradizione classicista (cioè non classica) atteso che l’Ulisse “dalle
lungimiranti ferite” di Stefanoni parla “a partire dal vuoto” e si rinnova “di
morte in morte” (p. 27). Ma la sostanza del volume è raccolta in cinque sezioni,
delle quali alcune mostrano la sequenza e la coerenza del poemetto mentre altre
sembrano contenitori di varie assonanze formali. Le maggiori ambizioni liriche
del poeta si concentrano e realizzano nelle liriche della prima sezione (Uccelli
sulla città) dove le varie cadenze di un vagabondaggio attraverso Roma si
scindono liricamente (e anche graficamente) in un dare e un avere, un intuire e
un riflettere, in una voce aperta e in un mormorio, nell’intuizione e nella
ricerca, in un completamento delle sensazioni e nelle prensioni di un istante.
C’è sincerità, verità, dedizione in questi ritratti “a volo d’uccello” della sua
(e nostra, precisa Perilli) cara città che, pur definita eterna, appare invece
qui (e nei migliori esiti poetici) in dolente difficoltà d’essere. Per esempio,
all’Esedra (fuoco sotto le stelle), a via del Babuino (nostalgia
del silenzio) segue qualcosa come un singhiozzo: “Essere noi, ora, per le
madri | Madri: alleviare l’inganno. | Fare conta del colore, | caso mai il mondo
sparisse.” (p. 34). Da notare anche (p. 35) la frequente ed efficace partitura
doppia della voce recitante (“Forse una Roma quieta, | con volo di beccaccia,
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in finale di vento, | tra le luci basse di Borgo.”) e della voce narrante (“Prendono
il largo i bronzi, le idee alate | che dai ponti di Sassia levigano alla
gloria.) Ma quasi ognuna di queste volteggianti composizioni meriterebbe
una citazione, come l’incipit (p. 37): “Levano su Caracalla come fosse
altrove | come non fosse Roma, sì una Roma sepolta, | una Roma mai sorta…” o come
la manzoniana ripresa: “Questo Dio che allarma, che ruota | in gerani e stanze
sopra gli androni, | che a furia chiama e cerca strada…” (p. 39) dove si
sottolinea l’inesistenza di un paesaggio fuori di noi, la sua disperante
inconoscibilità. Quando però l’ardua creatività del verso qui liberissimo di Stefanoni cerca una regola, un metro, un ordine poematico in senso proprio, come
nella seconda sezione (La perdita di peso), allora l’invenzione paesaggistica si
appesantisce, la metrica si allunga e dilunga, l’esotismo di certe citazioni (“Ruah!
Ruah!” – fin dove palude est del giardino | “Ruah!” – in lenta scansione) finisce
nelle secche della facile meraviglia barocca, in un eliotiano “accompagnamento a
quel che pare un lamento” (p. 51). Altri notevoli raggiungimenti poetici
ritroviamo però nella terza sezione dedicata a itinerari fuori porta, a
suggestioni di cauto lirismo mistico e religioso, alle ascetiche lande della
Sabina e di quell’Umbria in cui frate Francesco “ha disertato il mondano
| … per
farsi mondo” e ancora “insegna la libertà del gesto | la caduta nei boschi
della pioggia” (p. 59).
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Recensione |
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Geografia del mattino e altre poesie
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poesia
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| Autori |
| • | Gian Piero Stefanoni |
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Edizione:
Gazebo Libri
Firenze 2008 |
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| Prefazione di Plinio Perilli - pp. 108 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Il Segnale nr.86/2010
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