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Il ventre di Gravenbürden

La biografia
Il saggio di Walter Nesti

Cap. XII
da Appunti sull'emigrazione

Sono impedito ad agire dall'incubo di Gravebürden. Gravebürden mi paralizza, le case non sono case, gli uomini non sono uomini, il sole non è il sole... Forse perché Gravebürden è nata sotto i miei occhi? L'ho vista crescere. O perché prima non esisteva nella mia geografia spirituale? E' un'allucinazione? Una Fata Morgana nel deserto? Fate morgane e miraggi son frutto di stanchezza e di speciali rifrangenze luminose. Forse quindi perché Gravebürden l'ho incontrata durante un lungo viaggio e quando ero terribilmente stanco e son venuto a trovarmi in quello speciale angolo d'incidenza della luce?

Non si può agire nel sogno, nell'irreale, senza la piattaforma d'una realtà sveglia – già, proprio come quando si sogna d'essere in camicia o nudi del tutto e si deve passeggiare all'aperto per le strade e vergognosi si cerca di celar con le mani o con un lembo della camicia la nostra nudità e si sa però che questo non è vero e che si sogna anche se si provano tutti gli effetti d'una situazione reale... (del resto Schopenhauer ha detto che per la logica non c'è, tranne il risveglio, nessun criterio che possa distinguere il sogno dalla realtà... ma il miracolo del risveglio in me non s'è ancora prodotto).

Nego l'esistenza a Gravebiirden. Ma non riconoscer l'esistenza a una città, a un paese... Eppure tale è la mia situazione spirituale verso Gravebürden. Com'è possibile che gli uccelli cantino qui? Queste auto che portano al lavoro tanta gente... sa la gente che quel lavoro è un'illusione? Come possono pensare gli altri che qui è domenica, primavera...? Che ci siano fiori?

Domenica finta, estate finta, fiori finti. Di plastica, tutto. Il castello d'Atlante senza fascino. Gravebürden è una Attrape.

Vorrei spiegarmi meglio ma ho costatato e m'è sempre parso un assurdo che qui i fenomeni chimici e meccanici si svolgono secondo le stesse regole che, poniamo, a Parigi o a Firenze. P.e. quando indolcisco una tazzina di caffè, lo zucchero, s'è depositato sul fondo e so che devo frullare per scioglierlo – ovvio, banale, costante, esatto... Eppure che qui a Gravebürden questo fenomeno obbedendo alle stesse leggi chimico–fisiche si riproduca esattamente come a Parigi o a Firenze mi sembra impossibile, inesplicabile. E inesplicabile o difficile a analizzare è perché mentre son seduto su questa poltroncina di vimini non mi riesca di stabilire nessun contatto tra la mia persona e la sedia che m'accoglie, non riesca a dar consistenza d'effettiva realtà a ciò che invece risponde esattamente a tutti i requisiti fisici della materia, durezza, localizzazione, grandezza, peso specifico... E per spiegarmi anche meglio, come precisare il senso d'irrealtà (o di precarietà, provvisorietà) che mi fece e mi fa tuttora Gravebürden e il suo Bürdenland? Quando rimetto la cuffia di plastica sulla macchina da scrivere portatile –Olivetti c'è scritto – o riguardo i ritratti dei genitori, quaderni d'antichi appunti, i miei vestiti... tutto questo vive, è legato a un determinato momento della mia storia personale. Gravebürden non vive, non si ràdica nella mia storia interna, è intrusa come un cancro nel mio organismo, nel sistema o meccanismo della mia esistenza autentica, non ha riferimento col precedente. Quando mai ho riserbato un posto nella mia esistenza a Gravebürden? Non c'era posto per lei, non lo trovava. Peggio che in un treno stipato d'emigranti italiani. Ora invece mi riempie esclusiva, condizionandomi nei più minimi riflessi, m'esorbita e mi circuisce e la sproporzione è enorme, occupa tutto in me e nulla in me, neanche in senso avversativo, le appartiene, ha cacciato me da me... Eppure so che senza Gravebürden ora non potrei praticamente vivere, m'ha fatto al cento per cento homo oeconomicus e nello stesso tempo m'ha tagliato tutte le altre possibilità, tutti i mezzi di sussistenza in altre direzioni. Gravebürden è un'invasione che s'è sprofondata nel mio essere, le silence de la mer ha trovato in me, non altra corrispondenza. E tuttavia, se non l'essere, nego a questo mondo l'esistenza. Il modo di manifestarsi del suo essere m'è noto, una riproduzione mediata senza spontaneità univoca. Campo di concentramento o prigione? Diciamo luogo di pena, penitenziario. Sia nel sogno come nella veglia Gravebürden è stata ed è per me un luogo di sofferenza.

La negherò e la negherò sempre, e non per partito preso, cieca rivolta. M'ha imposto una vita anormale contro le mie specifiche tendenze naturali, s'è imposta con tutto il suo mondo avverso al mio e non avevo capacità ricettive. Tutta la mia esistenza qui è stata una lenta continua incessante suppurazione di pensieri torbidi e sentimenti esacerbati, una lancinazione di desideri insoddisfatti e putridi senza decantazione, distillazione, sottoprodotti. Miniere, acciaierie, boschi, camere, devastazione e ricostruzione, ordine finanziario in tutto... nella sua produttività al cento per cento Gravebürden è stata per me arida sterile improduttiva al cento per cento.

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