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"Effluvii di un pendio di violette". Cito da una citazione che l'autore pone in apertura di questa raccolta di poesie, richiamando la Dodicesima notte di Shakespeare "breathes upon a bank of violets". Così sono per me le poesie di Nevio Nigro: piccoli fiori che, se pur prodotti da chi ha alle spalle una grossa preparazione da floricultore educata su libri antichi e moderni, riesce a farli sbocciare su erbosi declivi fluviali e con l'intensità del profumo di fiori non cresciuti in serra, ma in natura.

Di Nevio Nigro credo di aver letto quasi tutto ciò che ha pubblicato nel tempo, sicuramente da Lune d'amore del 1995 a Tra funerali e sottane del 2003. E credo di poter dire che la sua scrittura ha acquistato sempre più pregnanza, così da asciugarsi e diventare estremamente espressiva, anche con pochi "flatus voci".

Lui sa utilizzare quelle che sono "...Parole segrete..." da "La giovinezza": "Aveva il passo leggero. | Aveva passione/e parole. | Parole segrete...". Secondo me qui sta la chiave della sua poesia. È il ricupero, in età matura, di quelle che sono le parole della giovinezza. Tant'è che, non per caso, almeno io credo, nella poesia "Invecchiando" escono gli "stuporosi silenzi" e soprattutto le "futili parole". Futili, cioè banali, inutili, vuote; quando non frivole, mondane e salottiere. Questo è invecchiare; non un fatto esteriore: "Non nelle rughe" dice il poeta "Il tempo è in fondo agli occhi.". E lì "In fondo agli occhi | il tempo fa più male.": da la poesia "Il tempo".

Dunque: ricuperiamo i termini della giovinezza e facciamo che questi diventino parole eterne. Così nelle sue poesie troverai "lune" a profusione ("Un'amica | passa cantando | all'ultima luna d'agosto" da "Autunno"; "La luce della luna | dà un'ombra lieve." Da "Luna"; o la carezza morbida di "Così è bello appoggiare | la testa sulla luna | e addormentarsi piano." da "L'abbraccio (Primavera)"); o "baci" sparsi ovunque ("Non è buio il tuo bacio" e "Profumo del tuo bacio" da "Passaggio"; o "Il sapore salato | dei baci" da "Smarrimento"; o quei ricordi ammalianti "Nessuno sa di noi: | Di quell'ombra di pini | e di quel nostro bacio. | Bacio quasi per caso | che adesso mi ritorna | insieme al batticuore." Da "Tornata") che ti riportano e ti consolidano quella capacità di provare le emozioni più intense e di trasmetterle agli altri.

Ma ciò che più ti richiama quel prima, rivissuto nell'oggi e, forse, nel poi, è il "Sogno". Il sogno è un segno, un simbolo, un emblema. Si fa testimonianza, diventa una prova, è la bandiera che viene sventolata fin dal titolo dell'intera raccolta: Sogni sospesi. Già, il sogno. Dice Gottschalk in Reich der Träume: "I sogni avvengono tra la veglia e il sonno profondo. Questo stadio intermedio viene chiamato "sonno delle scimmie"". E le sue poesie hanno questo affiato, un alito irreale di reali emozioni, come se provenissero da questo "stadio intermedio", di una ispirazione che nasce tra la veglia e il sonno e che il poeta mette sulla pagina come linde lenzuola di bucato stese in un sole ombreggiato. "Ho bisogno | di sogni. | Non vivo | senza." I suoi versi sono veri Sogni realmente sospesi.

Un' ultima cosa da rilevare. Questa raccolta è particolarmente interessante anche per la sua originale struttura. È un libro composito che ci permette di seguire il suo poetare, ma anche di percorrere l'analisi che diciotto critici e scrittori di vaglia (per citarne alcuni: Giorgio Bárberi Squarotti, Liana De Luca, Stefano Jacomuzzi, Maria Luisa Spaziani, Giovanni Tesio) hanno espresso sulla sua produzione. Il tutto diventa un libro di poesia, perché, pur riportando fedelmente quanto i critici hanno scritto, l'autore è riuscito, graficamente, a renderle come una scrittura poetica. È un lavoro di grande impegno intellettuale e, nello stesso tempo, di briosa fantasia. Ancora una volta sono... Sogni sospesi.

Recensione
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