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Fogli di speranza

Un diverso ordine di senso

Si potrebbe considerare quella di Annamaria Cielo una “lirica filosofica”, se con questo si intendesse sottolineare la natura meditativa di gran parte dei suoi versi, e tale aspetto, crediamo, cioè l’uso deciso del linguaggio come strumento di riflessione, costituisca il nuovo approdo della ricerca dell’autrice roveretana.

Quello di Fogli di Speranza (Edizioni Osiride, Rovereto) è infatti un linguaggio introspettivo che, per quanto si avvalga dell’analogia e, quindi, di tutta la sua ampiezza e riferibilità, sa conservare intatta la propria immediatezza, raggiungendo una definizione precisa del proprio oggetto, sia esso il mondo dei sentimenti o il regno della natura, due tra i temi fondanti della silloge, colti nella loro dimensione più intimamente sacrale, come dimostrano gli splendidi versi che seguono: “Nel freddo il tempo è con la neve, | io sono ospite delle sue ali | di quella forma leggera | che si raggiunge quietandosi…” (pag. 11) o “Il mio corpo è una chiesa | ne sono custode…” (pag. 21). O la natura, dicevamo, osservata e vissuta come una madre buona, costantemente in grado di accudire, di proteggere e descritta attraverso un dettato disarmante, capace di indicarne e sfiorarne il mistero: “Me ne vado osservando la pace. | Atmosfera calda, sul molo | un gabbiano e un gatto…”(pag. 60) o “Il cielo rosso ha nel giallo il sole vivo | del tramonto. | Sfrecciano ali dai tetti e poi il canto | con l’anima verso il mare…” (pag. 61).

Un senso di imminenza accompagna il lettore, qualcosa di intraducibile, se non attraverso una sorta di oscuro riconoscimento: “Un’ombra immensa sollevando il suolo una sera | mi fece notare i limiti dell’orizzonte: sotto nubi gialle | il nero prometteva qualcosa di brusco | nel giorno a venire…” (pag. 66). È un uso diverso del linguaggio, lontano dal rispetto di ogni tradizione, di ogni rigida scansione metrica, e nonostante questo, provvisto di un proprio ritmo potentemente innovativo, perché legato ad un’ imprescindibile esigenza di riflessione, quasi l’immagine mentale si facesse carico di assicurare direzione ed efficacia alla struttura linguistica del testo. È la ricerca di un senso profondo, il riconoscimento che la poesia offre una possibilità di identità e, conseguentemente, la volontà di affidare al linguaggio la definizione di tale funzione: “Con tutto il credo accenderai il sogno, | ogni giorno e ogni giorno, per ridare | luce al vivere chiuso nel fondo | come un ferito…” (pag.9). Fare qualcosa di prezioso della nostra vita, individuarne la bellezza restituendone l’incanto e tutto il valore della sua idealità: “Non dimenticare la mia voce, | perché c’è il sogno | nel buio | Ritto | fra bende cadute | Benedetto” (pag.74).

Un grido di speranza, dunque, l’affermazione che in noi sta il problema e ogni chiave per risolverlo: “Fra possibile e reale, | come un setaccio | la speranza si libera | di una parte sgradita | alla terra” (pag.72). Un legame mentale ci unisce a questo linguaggio ficcante, privo di ridondanze, così aristocraticamente distante da ogni tipo di enfasi sentimentale, da qualunque intento retorico. Capire, comprendere le cose per quello che sono, riconoscere il legame misterioso che a esse ci unisce; dire il mondo, l’uomo, cantarne simultaneamente la gioia e la pena: “Il punto è il lavoro dell’uomo, | per questo lo mino | per dimenticarne la pena | per imbattermi, a volte, | nella commozione”(pag. 67). Anche il ricordo, che trasforma il tempo in luogo, vede affidato il suo sortilegio alla lucida precisione di questo linguaggio: “Padre, e la tua isola dei racconti: | la Guerra che fu, e le palme a Bengasi. | Madre, i tuoi defunti, poi i gelsi, le stelle | e finalmente io nel tuo grembo di pace…” (pag.64).

Questa lingua è dominata da un’esigenza di apertura che la trasforma fino a farne una concreta possibilità di accesso a un diverso ordine di senso: “All’infinito servirebbe il mio cortile | per dare finestre a nuvole e anime…”, come a schiudere un sentimento di speranza per chi, pur soggiogato dalla realtà, non abbia rinunciato a credere, a cercare “Con ogni uomo | viene al mondo la speranza…” (pag.13). Sono versi preziosi quelli di questo libro, raffinato corollario di un atteggiamento interiore, che sfugge all’ambito puramente estetico per approdare alla dimensione etica della cura e dell’attenzione. Di qui un senso di gratitudine per Annamaria Cielo, autrice rigorosa, capace di perseverare nella ricerca di una lingua che la pone, oggi, nel novero delle voci più rappresentative della nostra regione.

Recensione
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