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Le inconciliabili istanze del desiderio
nella poesia di Veniero Scarselli

Freddissimo mattino di Giugno, estate 1998, presunta più calda del secolo. Rossano al telefono: «Veniero, ho letto il tuo trattato di macelleria, Il Palazzo del Grande Tritacarne». Pausa. Ah, bene, mancavi solo tu all'appello. Colpevolmente: come macellaio laureato e iscritto all'Albo, anche se solo di anime, sei tu il più. adatto a scrivere qualcosa su questo libro». «Ho un'idea migliore. Ho letto l'intervista che hai rilasciato ad Annarita Fatone, su La Procellaria. Facciamo che io sia presente all'intervista, e confuto punto per punto le risposte che dai alla Fatone. Alla fine la Signora, inorridita del quadro veritiero che risulta di Scarselli, preferisce scappare con me. Tu rimani solo e, per vendetta, utilizzi l'intervista dopo aver cancellato i miei interventi. Ti piace l'idea?» Pausa; durante la quale Veniero considera, preoccupato che il progetto è perfettamente verosimile. «...Sì», alla fine mente, per opportunismo. I poeti vendono l'anima pur di evitare il silenzio. Lo abbandono soddisfatto ma inquieto, come desideravo. Modestamente sono peggiore di lui.

E pere il mio modo di volergli bene. Scarselli ha la tendenza ad offrire di sé l'immagine di un assiduo frequentatore della fredda Ragione. Non perde occasione di ricordare i propri trascorsi galileiani di biologo e docente universitario. «Come conciliava attività scientifica e attività letteraria?» chiede apprensiva Annarita Fatone nell'intervista citata. «Perfettamente» risponde Scarselli. Sottinteso: «Sciocchezze, quando si ha una mente come la mia». Poi spiega: «In fondo, quando ho rinunciato alla scienza per la poesia, in realtà ho lasciato un linguaggio per un altro linguaggio, ma la sostanza del ricercare è la stessa». Perfetto. Purché si tenga presente che la ricerca è cosa legata alla curiosità, ovvero è una disposizione dell'animo.

Sull'oggetto della ricerca Scarselli sembra manifestare idee assolutamente inconfutabili: «La scienza si limita a darci delle rappresentazioni verosimili, nel senso che soddisfano il nostro innato biscgno di ordine, il bisogno di vedere il mondo inquadrato secondo leggi coerenti di causa ed effetto; che poi queste leggi siano o no reali, non ha molta importanza, dato che il Vero esiste solo nella nostra mente — o in quella di Dio». Quando poi Scarselli ha voglia di più sottilmente teorizzare, sostiene che l'ordine è — kantianamente — insieme motore e plasmatore della conoscenza. Come cio possa avvenire, Veniero espone nel dotto articolo "La natura del Bello: Intuizionc e ragione - Le basi biologiche innate" (Alla Bottega, N. 1, 1998) di cui trascriviamo qui qualche stralcio:

Sembra proprio che l'ordine (sinonimo di armonia, di bello) sia dagli esseri viventi — in particolar modo dall'uomo — cercato ovunque in natura o nelle proprie opere, come un nutrimento assolutamente necessario; e quindi giocoforza concludere che l'idea di ordine e di bellezza sia indelebilmente innata nell'uomo come negli animali (...) Noi pensiamo che questa idea innata sia il ricordo ancestrale di quando l'ordine fu inscritto e fissato nei geni del DNA agli albori della vita, nel momento esatto in cui, nel brodo primordiale, per la prima volta molecole semplici e non ancora vitali si unirono legandosi chimicamente e fisicamente fra loro per caso o per intervento divino in quell'unico modo che gli fu consentito dall'ambiente e dalla presenza di valenze chimiche, cioe atomo ad atomo e molecola a molecola, per formare la prima organizzazione vitale (...) Ciò che distingue la vita dalla non-vita, la vita dalla casualità del Chaos, è nient'altro che l'Ordine. L'Ordine è il nocciolo del nostro essere, il software che all'interno del DNA si è mantenuto fino a ciò attraverso l'evoluzione riproducendosi da individuo a individuo. Poiché l'intero organismo è impastato di quest'ordine, egli non pile non manifestare un bisogno insopprimibile di ordine anche intorno a sé. Tutto ciò che dice o fa deve obbedire alle leggi dell'ordine, anzi, mentre dico o fa, egli ordina sempre in qualche modo la materia perché non fa che ripetere nel suo ambito più grande ciò che hanno fatto le prime molecole nel loro ambito più piccolo (...) E quest'idea di ordine innata, che ci induce a percepire come benessere (compiacimento, soddisfazione, piacere estetico) ogni cosa che gli assomigli, e ad applicargli l'attributo di bello. E' una nostra necessità assolutamente vitale, non un lusso superfluo o una singolare peculiarità umana, cercare ovunque nell'universo meravigliose manifestazioni coerenti di ordine, di armonia, di bellezza: precisi moti di stelle, geometrie di cristalli, armoniose proporzioni dei corpi; o esaltarci nella creazione di sempre nuove architetture del pensiero in una ricerca mai sazia che noi crediamo del Vero, ma in realtà è soltanto affermazione dell'ordine iaateriore che governa le nostre stesse cellule, organi, funzioni e che ci assicura la vita. Per estensione, è una nostra necessità vitale anche l'incessante e quasi coatta ricerca, propria dei poeti, di accostamenti, associazioni e metafore, il cui fine sembra essere la creazione di immagini e concetti, la ricerca di una verità poetica; ma il cui motore è in realtà l'anelito della sostanza vivente ad esprimere e propagare l'ordine che ha in sé (...) Finché c'è ordine, c'e speranza».

A noi, poeti meno pindarici, più modestamente sembra che l'ordine sia viceversa espressione di stasi e che l'evoluzione della vita dal caos sia avvenuta attraverso una serie provvidenziale di errori, mutazioni geniche casuali che, cone tali, erano di per sé disordinate, anche se poi ognuna di esse si è stabilizzata (stasi) dando luogo agli organismi fissi che ancora vediamo. So che il buon Veniero mi darà del "sessantottino decotto", ma soggettivamente sento di dovermi opporre a qualsiasi espressione di ordine; il quale mi trasmette, contrariamente a ciò che trasmette a Veniero, una specie di inquietudine fobica evidentemente connessa all'idea della stasi e della morte; in poesia, quindi, anziché perseguire la perfezione dell'ordine e dell'armonia, cerco volutamente l'espressività disordinata e dissonante, che evidentemente connetto alle modalità con le quasi mi sembra si trasmetta da sempre la vita: per errori e successivi adattamenti.

Naturalmente, cosi facendo oppongo il mio sentire soggettivo, legittimo, a quello altrettanto soggettivo e legittimo di Veniero, il quale, in più, è assoluta nente affettivo e coerente. Infatti è capitato che qualche volta Scarselli mi citasse cone esempio a lui congeniale di poeta refrattario all'intimismo lirico. A suffragio della sua stima, citava alcuni miei versi; io li leggo, e rimango perplesso: come ho potuto scrivere, io, una cosa così cadenzata, così scorrevole, quasi dolce? ero in un momento di debolezza? Subito dopo Scarselli spiega: peccato che questo Onano, così interessante per le tematiche che esprime, abbia una scrittura barbara, che trarrebbe giovanento da una più ordinata stesura formale, come risulta chiaramente dai versi sopra citati, che sono stati da me corretti e che risultano infatti molto piu belli. Ah, ecco, volevo ben dire. Veniero, come tutti, va preso come.

Tuttavia, poiché a mia volta gli voglio bone, devo confessare che questa sua visione di uno Scarselli mosso dal ricordo ancestrale dell'Ordine inscritto nel DNA agli albori della vita e spinto a una coatta ricerca dell'ordine anche in poesia (dopodiché i geni del DNA se ne stanno tranquilli a condurre una borghesissima vita pantofolaia), tutto sommato non mi soddisfa. Mi sembra la teorizzazione del moto di una trottola che ruota su se stessa per rimanere ferma; e mi sembra anche riduttiva, rispetto alle tematiche di ordine psicodinamico molto più complesse, che Veniero manifesta. Quindi, come Scarselli, affettivamente, si preoccupa di infondere un po' di ordine nella mia scrittura, altrettanto affettivamente io mi preoccupo di infondere un po' di caos nell'ordine della sua filosofia. Leggo il suo ultimo libro Il Palazzo del Grande Tritacarne (Campanotto Editore, Udine 1998, pagg. 96, Lire 16.000), e ritrovo gli elementi costanti e consapevoli del suo pensiero (interesse naturalistico e istanze rnestafisiche) insieme agli elementi costanti e inconsapevoli del suo sentire affettivo (figure genitoriali). Si può provare a vedere se, al di là della sua idea fissa dell'ordine inscritto nei geni del DNA, è ipotizzabile un nesso fra mondo affettivo inconscio e modalità, consapevoli o meno, di pensare e desiderare e vivere e scrivere poesia.

Scarselli, per una volta stranamente conciso, nell'intervista ad Annarita Fatone così riassume Il Palazzo del Grande Tritacarne: «... una grottesca e visionaria, metafisica parodia del calvario ospedaliero, in cui la carne peccatrice è purgata attraverso il dolore delle amputazioni e alla fine il poco di carne che resta è tritato, distillato e trasformato in ispirito». Si tratta in effetti dell'affresco, così cruento da risultare alla fine ilare, di un unico girone infernale che nulla ha della passione dantesca; rassomiglia invece, nella cruenza spettacolare, al Giudizio padovano di Giotto: il quale, così grande nell'esprimere il dolore dell'anima, a quanto pare doveva sentire inverosimile il dolore del corpo promesso nell'inferno.

Il nostro Veniero, con l'abito mentale solitario e intrepido indispensabile ad un vero ricercatore, attraversa il girone dei triturati con attenzione documentaristica, da solo, senza il corredo di qualche Virgilio che illustri strada facendo l'ordine finalistico delle cose. Quale Virgilio del resto andrebbe bene per Veniero? E soprattutto: quale funzione potrebbe avere un Maestro, dal momento che la verita dell'Ordine è posta da Scarselli a priori? Ma il nostro amico procede nel viaggio senza rendersi conto di una precisa dissociazione: l'attenzione è quella dello scienziato intento a registrare con maniacale precisione l'oggettività fenomenica della reiterata macellazione compiuta dalla natura sul corpo infelice dell'uomo; mentre l'attività raziocinante è quella del filosofo intento a dare significazione all'oggettività fenomenica, facendola rientrare all'interno di uno schema ideale superiore e, nel caso specifico, preconcetto. Così impegnato a soddisfare le suddette funzioni cerebrali, Scarselli dimentica di ascoltare quelle propriamente limbiche, deputate al versante ineffabile dell'emozione. La quale, sul versante della pieta e dell'amore, irrompe continuamente "sua sponte", e suo malgrado, come ad esempio all'apparire dell'immagine della madre:

«E' stato con un tuffo al cuore / che a un tratto ho udito il respiro / d'un dormiente tutto solo in una cuccia / abbandonato al suo profondo sopore: / m'aveva assalito la memoria / il caro terribile soffio / d'un altro difficile respiro / e i giorni d'una pena mai estinta / che ancora mi trabocca dal cuore, / poiché ero certo che fosse della mamma, / quando vecchia pativa crocifissa / ad una croce di macchine e di tubi / il poco tempo che ancora le restava / mentre Morte la guatava dal suo scranno / già spandendo il suo odore inconfondibile; / ancora l'esausta partoriente / non aveva terminato di espellere / con doglie pietosissime del petto / l'anima che vi s'era rifugiata, / e già delle macchine orribili / la tallonavano in ogni caverna / pur vuota e raschiata del corpo / per aizzarla più presto ad uscire. / Anche oggi con forte batticuore / ho cercato a tentoni nel buio / il capezzale dell'amata dormiente, / ma ho abbracciato sconvolto e confuso / solo un povero vecchio sbigottito / chiedendo mille volte scusa / per averlo richiamato dal suo viaggio / in paesi gia tanto lontani».

Sul versante dei rapporti con l'umanità di sesso maschile, l'affettività irrompe sotto la specie dell'aggressività rancorosa e giudiziale. Ciò avviene all'apparire del Poeta fiorentino:

«Quando dunque la carne malata / è passata dal lungo corridoio / in cui vengono eseguite le riduzioni, / è diventata del tutto inconoscibile / dagli stessi costernati parenti: / le appendici così tanto familiari / del naso della bocca delle orecchie / sono state amputate o raschiate / come i porri, gli stomaci, le milze, / senza pietà né sociale discriminazione. / Eppure in un lurido cantuccio / dentro un secchio pieno d'ossa e budelle / distinsi ugualmente una testa / quasi tutta piallata di vegliardo / che ancora caparbiamente sporgeva: / era proprio d'un vizioso fiorentino / ai suoi tempi acclamato poeta / che s'era fatto arrogante monarca / d'un branco di poeti necrofili / tristi masticatori d'ermetismo; / un potente una volta attorniato / da servi ed amanti ambiziose / e che pure con tutti i suoi incensi / m'ebbe in astio, affamò, ed esiliò / né mai seppi perché caddi in disgrazia / io che certo mai nulla avevo tolto / ai suoi caduchi onori mondani / né alle tristi sue serotine fornicazioni. / Adesso anche lui stava lì, / non assiso su uno splendido sarcofago / ma come un rospo raccattato per la strada, / senza servi né amanti infedeli / a vegliarne la decomposizione; / tentava ancora di gonfiare il petto / e biascicare qualche storto verso / per attrarre con tutte le forze / l'attenzione dei monatti svogliati / perché almeno lo levassero dal secchio, / ma non aveva lingua né denti / per trattenere in bocca la bava / e recitare le sue esangui poesie».

Scarselli, che nel rappresentare la figura femminile ricorre costantemente a generosi attributi materni, nel rappresentare la figura maschile si dimostra sempre provvisto di un atteggiamento meno magnanimo, e in ogni caso tutt'altro che fascinato. Nel caso citato, l'altro maschio cccupa una posizione dominante; la relazione descritta è di tipo complementare: fra il Grande Uomo che condiziona e comanda, e il piccolo uomo che viene condizionato e subisce. Le relazioni di tipo complementare (e cosa nota anche a coloro che siano digiuni di formazione psicologica) riproducono nel corpo della vita la forma della prima relazione intervenuta con il padre. Per inciso: io amo il grande Poeta fiorentino che qui viene messo in croce; ma Scarselli, che proietta nella relazione la propria irosa soggezione filiale, lo ama, contro ogni apparenza, molto di più. Quanto alla forma della relazione, il "vizioso poeta fiorentino" appare sostanzialmente impegnato a mantenere la distanza dal figlio: e un padre che allontana.

Diversamente commossa è la descrizione dell'incontro con l'amico di comuni intemperanze letterarie e di vita:

«Insostenibilmente nauseato / di vedere e toccare dovunque / il sangue e il dolore del mondo, / m'e ancora dovuto accadere / nel mio girovagare alla ricerca / d'un pertugio, una finestra, una luce / che indicasse una via per fuggire, / di trovarrni rinchiuso proprio là / dove stavano in quattro macellando / con zelo cialtronesco e motto sangue / l'amico Oli, che non s'era ancora / rassegnato al destino di morire; / fischiettando tagliavano e segavano / chi un polmone chi uno stomaco o una gamba / a un vero re che molto avea peccato / con ogni poro della carne ormai disfatta / ed ancora non s'era ravveduto / né aveva messo il cuore in mano a un prete. / Stridette a lungo come un porco scannato / e anch'io patii con lui come un fratello; / alla fine fu sul letto lasciato / legato ed esausto di fiato / a guardarsi stupito tutto il sangue, / pieno d'ira per lo scherzo inaspettato / che avevano giocato alla sua pelle / affrettando l'estremo sospiro / e il durissimo travaglio che attende / chi varca troppo presto to stabilimento / situato all'ultinro piano».

L'amico Oli, per il quale Veniero ha scritto a suo tempo un articolo funebre di scontrosa eppure appassionata bellezza, era nella realtà il suo sostenitore più convinto e battagliero, una specie quindi di padre spirituale. Anche in questo caso, l'uomo occupa rispetto a Veniero una posizione dominante, e la relazione descritta è anch'essa di tipo complementare. Quanto alla forma della relazione, Oli è dolorosamente occupato all'auscultazione del proprio corpo martoriato: perciò stesso, non può occuparsi di Veniero, ed è quindi un padre che abbandona.

Commosso, sul filo di una terrorizzazione ineluttabile e quindi inebetita, è infine l'incontro con il Grande Macchinatore dell'intera operazione di sublimazione, un Tritacarne consustanziale all'Etere Supremo:

«E' infatti all'ultimo piano, / il più vicino all'occhio di Dio, / che si compie l'ultimo atto / delta festa grandiosa delta morte; / se i monatti hanno ben lavorato / al compito di domare per sempre / la pervicace volontà della carne / di vivere respirare e godere, / non occorre neppure la cautela / di portare il moribondo in catene / come agnello da sgozzare e sminuzzare: / viene messo supino sui carrelli / e spinto fino ai lindi reparti / addetti alla suprema trasformazione. / Questo sito si trova nel blocco / assolutamente più elevato, / in strettissimo segreto contatto / con l'Etere Superno alto scopo / di sublimare senza sprechi i prodotti / più leggeri della raffinazione; / è organizzato con solidi criteri / di produzione industriale di massa / con moderni ed efficienti macchinari / mossi dalla forza irresistibile / di sovrannaturali energie; / è la che avverrà finalmente / con gran pompa e rigorose procedure / l'evento degno di tanto minuziosa / preparazione del corpo e dell'anima, / il programma che agitava i sonni / allucinati di folle di malati: / la sublime misteriosa trasmutazione / dell'ignobile carne corrotta / in nobile sostanza dello spirito».

L'Etere Supremo occupa, per definizione, la massima delle posizioni dominanti, e la relazione proposta è, nell'immaginario dell'uomo, la più assoluta fra quelle descritte di tipo complementare. Quanto alla forma della relazione, il Supremo distilla e sublima, e per ciò fare macella e tritura: è quindi un padre che uccide.

Da qui in poi rifiuto a Scarselli il piacere di ulteriori citazioni. Mi preme solo, riassumendo, ricordare che:

1) la maniacale precisione descrittiva (scientifica), così come l'elaborazione raziocinante (filosofica), cedono il campo al tumulto limbico (emozione) soprattutto nei passi riferibili al rapporto di Veniero con la madre ed in quelli riferibili a figure maschili dominanti, ovvero propositive di una relazione di tipo complementare;

2) la figura della madre è vissuta da Veniero nella misura dell'offerta di una relazione totale, insieme ineffabile e fisica; perciò parleremo, per i meccanismi intrapsichici di Scarselli, di presenza della madre;

3) le figure maschili dominanti e propositive di una relazione di tipo complementare sono sempre vicarie della figura paterna; la quale puo allontanare (il Poeta fiorentino), oppure allontanarsi (Oli), oppure uccidere (l'Etere supremo); ma la figura dominante, che allontana, o scompare, od uccide, come esito finale propone in ogni caso la propria assenza come oggetto relazionale d'amore; perciò parleremo, per i meccanismi intrapsichici di Scarselli, di assenza del padre. Va da sé che ogni assenza è vissuta con valenze emotive che sono, spesso più delle stesse presenze, calde e talora parossistiche; ed è singolare che nessuno fra i lettori mammoni di Scarselli si sia mai ricordato di questa evidenza.

Io sono, contrariamente a ciò che pensa Veniero di sé, assolutamente sicuro di non avere propensioni scientifiche, né tantomeno filosofiche: la verità oggettiva o metafisica, non è cosa che possa ritenere alla mia portata. M'interessa invece il vissuto soggettivo, consapevole o meno, delle persone; ed il nesso possibile, raccolto per via empatica (e quindi largamente discutibile), fra tale vissuto e l'agire pratico dell'uomo. In Veniero Scarselli, che leggerà sgomentato dall'assenza di qualsiasi supporto scientifico in ciò che dico per intimo sentire, il vissuto emotivo connesso alle figure parentali condizionerebbe la forma dei suoi interessi vitali, le scelte pratiche di vita, la sua stessa tempra affettiva di fronte all'intera esperienza vissuta: dalla Madre discenderebbe l'interesse naturalistico e la ricerca scientifica come scelta di vita, sull'onda del suo desiderio di ordine, per sfociare nella conoscenza ma anche nel'inquietudine. Dal Padre discenderebbero le istanze metafisiche e la poesia come scelta di vita, sempre sull'onda del proprio desiderio di ordine, il quale porta alla conoscenza ma anche all'inquietudine. Questo schema, per essere compreso appieno, presuppone la conoscenza dell'intera opera di Scarselli; cosa che, qualora fosse vera per molti, mi consumerebbe d'invidia. Tuttavia, dovendolo illustrare brevemente, ad essa necessariamente rimando. Consideriamo ora le singole voci.

Figure parentali

Per ciò che riguarda i meccanismi intrapsichici di Scarselli, abbiamo parlato di presenza della madre, e di coeva assenza del padre. Per ciò che riguarda la madre, la cosa è ovvia, non essendo difatti sfuggita a nessuno. Pavana per una madre defunta era un grandioso monumento funebre, scritto per?) — e già questo sono in pochi a saperlo — nel 1990, anno in cui la mamma di Veniero risultava perfettamente viva: ovvero, Scarselli non esprimeva affatto il dolore, bensì la paura di una perdita. Piangono ancora come bambini (1994) è invece un capolavoro di tensione perfetta ed ambigua: durante la veglia funebre, lungamente solo con la salma della madre, Scarselli non cede ad alcuna riflessione ineffabile: contende invece alla Morte, che occupa il corpo distruggendolo, il possesso della mamma desiderato con tutte le viscere dalla volitiva forza della nostalgia. Solo ne Il Palazzo del Grande Tritacarne, quattro anni più. tardi, la battaglia con la Morte è perduta: Veniero ricorda una mamma non più sua, essendo il distacco già sancito durante l'operato, sadico e perfetto, del Grande Macellaio. Il quale, come tale, agisce necessariamente sul corpo; ed è appunto questo corpo che viene sottratto a Scarselli, non già le attitudini umane o materne di esso, che la memoria benissimo contiene.

La presenza fisica del padre, al contrario, latita durante tutto il tragitto della produzione scarselliana. Esiste solo un Grande Padre lontano, soprattutto indaffarato in metafisici travagli e per questo terrifico. Già in Priaposodomomachia (1992) pare di capire che il Grande Padre trovi caratterizzazione quale motore delle leggi, necessarie, immanenti e crudelissime, della natura. In Eretiche grida (1993) il fuoco emotivo è posto decisamente sulla doppia caratterizzazione dell'assenza (fisica) e della complementarietà immaginifica. Nel successivo (1995) Straordinario accaduto a un ordinario collezionista di orologi, la complementarietà relazionale trova esplicitazione, grottesca più che terrifica, nell'identificazione fra Grande Padre e grande attribuzione fallica (la Torre aguzza del grande orologio); per esitare infine, nel Grande Tritacarne, in un'assenza totale del Padre, che si esplicita attraverso la descrizione di una figura dominante che allontana, o scompare, o uccide.

Interessi vitali

Ciò che abbiamo chiamato presenza della madre sembra condizionare profondamente l'interesse naturalistico di Scarselli; le istanze metafisiche sembrano invece correlate a ciao che abbiamo chiamato assenza del padre. La poesia di Scarselli è stata, a mio parere in manicra quasi sempre scorretta, caricata di valenze psicodinamiche che non le appartengono. Per una sorta di automatismo mentale, essendo la madre l'esplicito oggetto d'amore di questa scrittura, si è coralmente parlato di Scarselli in termini di tematiche edipiche. Le quali Sono, al contrario, lontane dal vissuto di Veniero. Quale padre si potrebbe mai uccidere, se tale figura e inesistente? Ricordo di avere scritto (Alla Bottega, N. 1, 1994): «Veniero non ha nessun padre da uccidere; ha invece un padre da conquistare. La differenza mi sembra sostanziale (...) Veniero non ha nessuna madre da conquistare; ha invece una madre dalla quale non vuole essere espulso. Semplicemente vorrebbe non essere nato, perché la nascita è già distacco, solitudine senza senso, dolore. Edipo insomma vuole entrare; Scarselli trova intollerabile l'idea di uscire. La differente direzione del movimento è fondamentale».

La posizione di Scarselli, rispetto alle figure genitoriali, è preedipica: quando il corpo della madre è il mondo, agire sul corpo della madre è tutto l'innocente e caldissimo possibile agire nel mondo; mentre il padre, in questa operazione di conscenza, è spettatore assolutamente periferico, espropriato di un corpo e quindi molto spesso geloso. Lo sviluppo psichico di Veniero sembra essere fissato a questa fase di possesso del corpo della madre: il quale non è neppure gran che desiderato, dato che già gli appartiene nella totalità delle attribuzioni fisiche, riproduttive, gestionali e nutritive. La fantasia amorosa di Scarselli, lontanissima da essere ineffabile, ma proprio per questo innocente, occupa e usa, nell'immaginario fetale e infantile, la totalità degli organi della madre, ne spia la funzione biologica in rapporto a se stesso, osserva secrezioni, spasmi, rumori, movimenti: l'amore è possesso di un corpo funzionante nella totalità dei suoi processi biologici; ma l'amore che volge attenzione a un corpo cos) finalisticamente laborioso è già di per sé interesse naturalistico.

Va da sé che è possibile avere il possesso totale di una cosa, quando nessun altro interviene a contenderne il possesso; nel caso del padre di Veniero, essendo egli innominato nell'intera sua produzione, non sappiamo per quale motivo non intervenga a rivendicare il corpo della moglie, ponendo così Veniero nella dolorosa ma necessaria incombenza di emanciparsi. Sappiamo però che l'assenza del padre corrisponde al vissuto soggettivo della lontananza di una figura complementare perché dominante; questa figura, di volta in volta identificata con il Maestro che allontana, con l'Amico che abbandona, con il Mostro che uccide, e difatto amata da Scarselli in maniera calda e parossistica; ma l'amore che volge attenzione ad un Essere ineffabile perché lontanissimo ed insieme incomprensibile, oppure crudele, è già di per sé istanza meta fisica.

Scelte di vita

Che l'interesse naturalistico abbia condizionato l'approdo di Scarselli alla ricerca scientifica è cosa perfettamente cornprensibile. Scarselli per la verità afferma di esservi approdato a causa della propria sete di conoscenza; commettendo a mio parere un errore rispetto all'esatta sequenza temporale degli eventi. La Conoscenza, intesa come bisogno emotivo e razionale di addivenire alla conoscenza del mondo, è cosa che ovviamente si determina nello stadio evolutivo in cui esiste una chiara differenziazione fra l'Io e il mondo. L'uso dello strumento (la ricerca) è invece determinato da interessi vitali antecedenti la differenziazione; nel caso specifico, dall'interesse naturalistico, a sua volta determinato dalla preenza della madre. Allo stesso modo la poesia è da intendere come strumento di cui si avvale la conoscenza; ma lo strumento e determinato da interessi vitali antecedenti (ciò che abbiamo chiamato istanze metafisiche, a loro volta determinate dall'assenza del padre). Resta da spiegare, ma ciò vale per Scarselli come per chiunque altro, perché mai le istanze metafisiche condizionino qualche volta una scelta di vita che abbia in qualche modo parentela con la poesia. La spiegazione è difficile. Si può ritenere che, essendo ineffabile l'oggetto d'amore metafisico, ineffabile debba essere la scelta di vita conseguente: la poesia, appunto, o la preghiera. Ma anche la bestemmia, come spiega un poeta che si chiama Testori. Esiste per la verità una concettualizzazione diversa, secondo la quale essendo ineffabile l'oggetto d'amore, non è dicendo «Signore Signore» che si entra nel regno dei cieli.

Questa posizione, sostenuta da un antico Maestro molto pragmatico, è accettata, ma svolta tuttora con qualche aristocratica riserva, da parte degli alpinisti dell'ineffabile piu vertiginosi e puri.

Affettività

Infine sono le scelte di vita a buttarci e mantenerci nel mondo; per ciò stesso, sono esse responsabili dell'esperienza vissuta e della tonalità affettiva che rappresenta la tastiera scnsibile dell'esperienza, variamente vissuta sul registro del piacere e del dolore. Le scelte di vita di Scarselli condizionano, nella lettura dell'interessato, una specie di nevrosi ossessiva per la verita molto estetica e funzionale e tuttavia parecchio sminutiva, a mio parere, quanto a peso specifico di ordine esistenziale. La ricerca scientifica come la poesia — spiega Veniero — approdano alla conoscenza attraverso la ricerca dell'ordine, con ciò soddisfacendo l'ordine, diciamo così, ontologico già inscritto nel DNA agli albori della vita. L'ossessione dell'ordine e, come tutte le nevrosi, facilmente ammansita attraverso un agire faticoso e coatto, ma tuttavia funzionale a mantenere lo psichismo coeso sull'ossessione e preservandolo da tematiche esistenziali piu complesse e dolorose.

A me sembra che ricerca scientifica e poesia muovano Scarselli lungo il tragitto affettivo di due desideri antitetici, non realizzati perché irrealizzabili entrambi; che le conciliabili istanze del desiderio conferiscano a Scarselli la tensione irrequieta che e la cifra caratteristica della sua parola e del suo agire; infine, che la nevrosi dell'ordine sia una costruzione mentale atta ad ammansire a livello razionale l'irrequietezza, viceversa dovuta ad istanze razionalmente rimosse perché di grandezza mostruosa. Infatti l'affettività connessa alla scelta della ricerca scientifica procede dai meccanismi intrapsichici legati a ciò che abbiamo chiamato presenza della madre. Veniero ha con la madre un rapporto di tipo preedipico: il possesso della madre è il possesso del corpo della madre e il possesso del corpo della madre è la vita stessa; la nascita, ovvero l'essere espulso dalla vita per appartenere al ciclo infelice e mortale della materia. La ricerca scientifica di Scarselli, infatti, non è altro che la ricerca sul metabolismo materiale, ovvero sulla morte, degli esseri viventi. La presenza della madre è tale da indurre Scarselli a identificare la vita con la perfetta quiete uterina, e la morte con tutto ciò che all'utero non appartiene. Tutto ciò che procede dalla madre, compresa la ricerca scientifica che difatti è uno studio sulla morte, corre lungo la tonalità affettiva di un desiderio irrealizzabile, che è il desiderio di non essere nato; traducibile, sul piano della psicologia intrapsichica ed insieme relazionale, nel vile e fortunatamente irrealizzabile desiderio di nonessere.

Invece, l'affettività connessa alla scelta della poesia procede dai meccanismi connessi con ciò che abbiamo chiamato assenza del padre. Veniero ha con il padre una relazione di tipo complementare, essendo la figura paterna investita di attributi di smisurata grandezza, e per questi grandissimi attributi essendo perennemente lontana e irraggiungibile. Ovvero, l'assenza del padre condiziona la tensione, espressa attraverso i registri ugualmente amorosi del bisogno di appartenenza o del rancore d'abbandono, verso un essere così grandioso e lontano da avere per ciò stesso i medesimi attributi metafisici dell'Essere. Tutto ciò che procede dal padre, e massimamente la poesia, corre lungo la tonalità affettiva di un desiderio mostruoso, traducibile, sul piano della psicologia intrapsichica ed insieme relazionale, nel prometeico ed ugualmente irrealizzabile desiderio di essere. Le inconciliabili istanze del desiderio conducono Scarselli attraverso due sentieri che sono antitetici: desiderio di non essere e desiderio di essere; di fronte all'antitesi, la mente umana è smarrita; ancor più, quando l'antitesi prospetta due traguardi confusamente avvertiti nella stessa misura come irrealizzabili. Ed è precisamente questo smarrimento, che dà ragione dell'inquietudine esistenziale di Veniero; il quale, sul piano degli interessi e delle conseguenti possibili scelte di vita, non approda a nulla che possa collimare con la viltà dell'uno (desiderio di non essere) oppure con l'assoluta grandezza dell'altro (desiderio di essere).

La poesia è parola di ciò che siamo, e non altro. Ed è per questo, che la poesia di Scarselli, a dispetto dell'Autore lontanissima da qualsiasi espressione di ordine che non sia puramente formale, ha viceversa la misura precisa dell'inquietudine. La quale è sentimento patico universale e fortemente umano: accompagna infatti qualsiasi metafisica che cerchi di apporre senso al viaggio necessario e terribile dell'uomo; che da sempre parte dalla calda acqua dell'utero materno per approdare alla soglia della luce perfetta e disumana, e perciò paurosa, dell'Essere.

Al telefono, pomeriggio d'Agosto dell'estate 1998, effettivamente caldissima: «Veniero, ho scritto la cosa che avevo promesso. Dico di te delle cose mostruose: farai un figurone». Insiste per saperne di più. «Sostengo, pensa, che la figura di tuo padre, anche se non ne parli mai, occupa la tua poesia con una valenza affettiva straordinaria, come la mamma». Pausa. «Io mio padre l'ho conosciuto fino a sette anni, poi è morto. Quelio che so di lui me l'ha detto mia madre». Sono preso da tenerezza. Reagisco: «Quando ti deciderai, poi, a scrivere qualcosa di sensato su di me, fammelo sapere». «Ma io lo scriverei volentieri; il fatto è che, quando leggo le tue storie, leggo leggo, ma alla fine che cosa rimane?». Parlando seriamente: io dubito di poter essere davvero, qualche volta, peggiore di lui.

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