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L'equivoco di Edipo nella trilogia di Veniero Scarselli

in: Il pesce di Ishikawa
Genesi editrice, Torino 1998, pp. 94-118

Conosco Veniero Scarselli da alcuni anni, e lo trovo provvisto di caratteristiche personologiche irresistibili, anche se eccessive: infatti, ogni volta che lo incontro faccio festa con me stesso, è una delle poche persone con cui parlo volentieri; subito dopo, mi induce una specie di sazietà, sento che devo prenderlo a piccole dosi. L'ho conosciuto a Milano, alla premiazione di un concorso letterario: eravamo entrambi alle prime armi, e ciascuno di noi ignorava non dico la poesia, ma addirittura l'esistenza dell'altro. Così, ci siamo trovati seduti vicino, alto stesso tavolo. Lui mangiava con una voracità ed una comprensione ai cibi che mi sembrava indecente, rapportata all'atmosfera di un premio letterario. Abbiamo scoperto che saremmo stati premiati insieme, classificati secondi ex-aequo. Stava molto sulle sue, e per rompere il ghiaccio gli dissi: «senti tu, com'è che siamo stati classificati ex-aequo, ma il tuo nome è stato scritto prima del mio?» «Oh, si vede che io sono più ex-aequo di te!», ha risposto lui, senza alzare gli occhi dal piatto. Questo, per dire che l'uomo non è facile, non si concede facilmente. Meglio, si concede ad un patto: che si parli della sua poesia; in second'ordine, ammette qualche volta che si parli della poesia degli altri. Da allora, ci siamo visti altre volte, durante altre premiazioni: quando si classifica prima di me, io soffro intensamente; quando mi classifico prima io, vedo che lui soffre con molta civiltà. La sua sofferenza mi rende felice. «Vedi, Rossano» mi ha detto una volta «quando mai è stata scritta una poesia come la mia, senza falsità, dove tutte le cose vengono chiamate con il loro nome?» «Beh» ho risposto, «si tratta in fondo di una tradizione molto antica, che risale a Lucrezio». Avevo dimenticato, colto alla sprovvista dall'enfasi della domanda, di citare addirittura Esiodo. Ma Scarselli non si scompose: «Lucrezio?» «Non lo conosci?» «No» risponde Scarselli, timoroso che la conoscenza potesse sminuire l'originalità della propria ricerca. Questa cosa, di fingersi a volte sprovveduto, è una delle sue irresistibili caratteristiche eccessive. E, per il resto, egocentrico, intemperante, innocente come un bambino. La sua dichiarazione di poetica, infatti, è imperiosa e categorica, ha la caratteristica infantile di non ammettere le sfumature: «... il poeta scopre che l'Io è la stessa struttura della sostanza vivente, sta al proprio substrato come la forma alla materia, o il software all'hardware; è comparso sulla terra col primo aggregato vitale di molecole, generato nella Materia informe da un impulso di ordine come un'isola dal Caos, mentre un'esplosiva evoluzione biologica avrebbe fornito le strutture per la sua enorme espansione fino ad autocoscienza; si fa strada così l'idea salvifica (o è l'ultimo sberleffo della ragione?) che l'Io Pensante e autocosciente, smisurato e priapesco, sia lanciato in un abbraccio possessivo col mondo, fino alla totale compenetrazione e identificazione con esso, raggiungendo così lo stadio terminale dello sviluppo e divenendo finalmente Dio, forma pura, ma fredda cristallizzazione. L'autore si è liberamente ispirato: alle tesi della Sociobiologia, che guarda al soma degli organismi viventi come a un contenitore di geni sviluppatosi unicamente per assicurare la perpetuazione di questi, i quali sarebbero i veri protagonisti della vita; alla teoria di F. Hoyle e di altri, secondo cui la vita sarebbe pervenuta sulla Terra dallo Spazio sotto forma di un virus; alle teorie di Popper-Eccles (L'io e il suo cervello), in particolare per l'idea di un «Mondo 3» come insieme autonomo delle opere umane; all'evoluzionismo mistico, ora di H. Bergson, ora di Teilhard de Chardin...» [Veniero Scarselli, Pavana per una madre defunta, NCE, Forli, 1990, pag. 5.].

E così via, in una onesta e puntigliosa elencazione dei propri debiti culturali. Non si tratta, a dire il vero, di una dichiarazione di poetica: ma le citazioni sono sufficienti a chiarire l'aura di questa scrittura. La poetica, intesa come coscienza critica dei modi della propria scrittura, è sempre una cosa fatta a posteriori, ed è sempre coerente al materiale che il poeta si sente costretto a plasmare: non a caso, Scarselli limita il discorso sulla poetica partendo dalla constatazione che la propria poesia ha una matrice scientifica, e come tale il linguaggio non puo essere che oggettivo (cio che chiama: «chiamare le cose con il loro nome»), resistente ad ogni cedimento puramente lirico, e soprattutto assolutamente alieno da ogni psicologismo. Eppure, Scarselli ha, come poeta, una sorte singolare. Laureato in Biologia, si è dedicato alla ricerca scientifica, fino a conseguire la libera docenza in Fisiologia ed a svolgere diversi incarichi universitari, con annesse e canoniche pubblicazioni scientifiche. Accortosi che, a lume di ragione, una spiegazione esauriente ed organica del significato del mondo continuava ad essere latitante, abbandonava l'attività professionale per coltivare, appartato in una casa colonica sull'Appennino tosco-emiliano, la più appagante riflessione poetica. Del suo passato di ricercatore non fa mistero: chiarisce sempre, anzi, la matrice scientifica del proprio campo d'interesse poetico. Personalmente, posso dire di trovarmi spaesato rispetto agli autori citati da Veniero, il pensiero dei quali nella sostanza mi sfugge. Le mie conoscenze filosofiche rimangono ferme sostanzialmente agli studi liceali; ed anche qui, senza un reale interesse per la speculazione. Le mie preferenze vanno infatti alla filosofia presocratica: e non perché questa fosse di matrice che oggi diremmo scientifica, ma al contrario perché i pensatori dell'epoca erano, vichianamente parlando, filosofi-bambini, quindi poeti. Queste conoscenze mi sono state sufficienti per collocare il pensiero di Scarselli nell'aura filosofica di una sostanziale ambiguità: mi sembra eracliteo, nella percezione di una realtà che non si puo possedere perché continuamente diviene; e mi sembra al contrario eleatico, nella sua tensione (meglio dire: nostalgia; perché si puo avere nostalgia anche per una cosa mai posseduta) verso I'essere, ingenerato e incorruttibile e statico, quindi conquistabile ed appagante.

Per il resto, i miei studi sono stati di tipo clinico e, come medico specialists, di tipo clinico-psicologico. Ora, proprio per questo mi sembra significativo il fatto che non riesco a trovare nella poetica di Scarselli nessuna matrice psicologica. La sorte singolare di Veniero, come poeta, consiste nel fatto che la sua poesia, così oggettivante e scevra di ogni psicologismo, sia viceversa quella che è stata maggiormente psicologizzata, tra i nuovi autori italiani. Le sono stati attribuiti significati che non le appartengono. Poiché, abbiamo visto, Scarselli dichiara quali siano i propri debiti culturali, non possiamo attribuire a lui la responsabilità di questo tipo di lettura [Fino a un certo punto, per la verita. Ho assistito alla presentazione di Pavana, a Modena. Il pubblico gli rivolgeva domande a mio parere poco pertinenti, concernenti soprattutto it rapporto edipico con la madre. Sciaguratamente, Veniero rispondeva.]. La responsabilità, credo, spetta al tema trattato: il rapporto uomo-donna, qui per giunta mediato dal rapporto uomo-madre; di fronte a questo tema, nell'uomo contemporaneo sembra scattare una specie di automatismo mentale, che obbliga ad una lettura di tipo analitico. La quale è sempre affascinante e sicuramente usufruibile, ma non per questo necessariamente pertinente, e tanto meno esaustiva.

Mi riferisco ai tre libri pubblicati da Scarselli per la NCE di Forli [Pavana per una madre defunta, 1990, Torbidi amorosi labirinti, senza data (ma: 1991); Priaposodomomachia, 1992.]. Si tratta di tre raccolte di versi di struttura, come si usa dire oggi, poematica. Vale la pena soffermarsi sul fatto che il frammento, lirico o gnomico che fosse, era nel 1990 agonizzante, ma i funerali non erano ancora avvenuti [Prendo, come data convenzionale che segna al mondo ufficialmente it cosiddetto «ritorno al poematico», la Giovanna d'Arco di Maria Luisa Spaziani, Mondadori, 1990.]. Nella Pavana, Veniero costruisce un grandioso monumento funebre alla madre, attingendo a ricordi e sensazioni che, non capisco veramente per quale motivo, sono stati definiti «trasgressivi». Ora, i ricordi che un figlio ha riguardo alla propria madre sono, sempre e sotto tutte le latitudini, esattamente gli stessi illustrati da Scarselli: sono i sentimenti immutabili dell'amore, del possesso, della gelosia, della paura dell'abbandono. Illustrare questi sentimenti, agli altri ma soprattutto a se stessi, non vuole dire assolutamente compiere una operazione mentale trasgressiva: significa, invece, avere il coraggio di entrare nella verità del proprio mondo interiore. Non possiamo considerarci così pusillanimi, io credo, da dovere classificare il coraggio della verità come operazione trasgressiva: ci mancherebbe. Questo, per dire che l'importanza del libro di Scarselli non risiede affatto nell'esplicitazione del proprio rapporto affettivo con la madre. Risiede, invece, in una specie di dissociazione fra la percezione razionale del mondo, mostruosamente teso alla continua evoluzione, e la nostalgia affettiva di un mondo verità che consenta di fermarsi e riconoscersi in rapporto ad esso.

La natura magmatica e lentamente corrente di questa scrittura, come appunto di lava che scorre, è colta da Lucio Zaniboni: «Scaturita dal colloquio del poeta con la salma della madre, quest'opera meravigliosa e terribile dalla potente architettura mette a nudo senza eufemismi il tragico destino di ogni creatura vivente, dalle viscere materne fino all'ultimo respiro, con tutte le sue miserie corporali ed insieme con la sua ansia perpetua di Dio. Non è possibile rimanere indifferenti o sottrarci all'identificazione: ora tenero, ora dissacrante, il poeta tesse quest'avventura biologica che è la storia di ciascuno di noi; finché la microstoria diviene storia cosmica e si dilata in una sorta di delirio metafisico dell'Io. In questo cammino si avvicendano situazioni e sentimenti, dallo sgomento al riso sacrilego, dalla felicità entro l'alveo materno alla sofferenza per il taglio del cordone ombelicale; e proprio da questo atto ha inizio, con tutto il suo orrore, l'esecuzione della condanna, la vera morte dell'individuo, troppo grande per essere compresa e davanti a cui ci si ritrova, abbandonati dalla madre, particelle travolte da un universo di vita in continua espansione e in continua distruzione. Il libro scrive appunto la storia naturale della sostanza vivente e della sua morte incessante, rivissute qui nel loro evolversi dalla materia primordiale attraverso il calvario degli individui fino all'Uomo e alla conquista dell'autocoscienza liberatrice. Ecco allora che l'iniziale esasperata rivolta dell'uomo contro il destino dell'individuo e contro la volorità di Dio si placa, cedendo lentamente spazio alla comprensione del mondo e quindi alla vittoria misteriosa, ma non meno certa, delle forze della coscienza sulla materia, in una identificazione finale con Dio "forma pura ma fredda cristallizzazione"; anch'essa forse, ancora una volta, una forma di morte, la pia estrema...» [Presentazione di Lucio Zaniboni a Pavana, ultima di copertina.].

La presentazione di Zaniboni, bisogna ammettere, è splendida: anche perché, conquistata, si abbandona ad un lirismo che viceversa è del tutto estraneo al testo di Scarselli. Il quale, non vorrei sbagliare ma se sbaglio è di poco, in tutto il poema non usa, per dire, un solo enjambement: ciascun verso ha come una conclusa logica espressiva e si lega al successivo per pura urgenza concettuale. Inoltre, sembra che il cervello di Veniero abbia un tropismo particolare per le parole piane, ricche di vocali e quindi soprattutto discorsive (caratteristica, questa, che per un ricercatore scientifico costituisce una anomalia, tributari come siamo, in questo campo, di altre culture ed altre lingue meno distese). Questi accorgimenti danno alla poesia di Scarselli una forza patica eccezionale ma singolare, perché espressa dall'ossessivo macerato dispiegarsi della ragione intorno a se stessa, mai ad esempio strozzata nell'urlo, mai liberata nel pianto.

La presentazione di Zaniboni ha il pregio principale di proporre perfettamente il mondo filosofico dell'autore, con il suo tentativo di comporre una storia cosmica attraverso l'avventura biologica della materia, informe ed eterna nel paradosso di essere continuamente morente. Lo stesso Io individuale (drammaticamente) è toccato solo marginalmente da questo destino di morte: che coinvolge l'Io di riflesso poco gloriosamente, soltanto perché partecipe del fluire, mortale, di tutta la materia esistente.

Nossignori: nonostante la chiave di lettura fornita da Zaniboni e dallo stesso autore, proprio con questo libro è iniziata la psicologizzazione della poesia di Scarselli. Il fatto è che lo spunto per la riflessione cosmobiologica scaturisce da un fatto privato, e cioé dal colloquio del poeta con la salma della madre. Non c'é niente da fare: quando un uomo parla della propria madre, il coro greco sullo sfondo non puo esimersi dall'invocare il nome di Edipo [Dicevo che Scarselli e correo, quanto a psicologismi confezionati addosso a lui. Valga questo esempio, davvero singolare: durante la presentazione di Pavana, il pubblico rivolgeva le proprie domande con estrema pudicizia, molto toccato dal vissuto del poeta, che aveva da poco perduto la madre. Veniero sembrava commosso della commozione. Io sapevo, per mie precedenti operazioni di spionaggio, che la madre di Scarselli era, nel 1990, ancora viva e vegeta.].

A Pavana segue, non datato ma edito nel 1991, Torbidi amorosi labirinti. Il quale è, devo ammettere a denti stretti, un capolavoro. Parlo, ovviamente, della resa formale, del respiro, del peso complessivo del libro: il quale si svolge con una sempre più ossessiva coerenza di dettato realistico, con un'aura incuriosita di percezione dell'eterno svolgersi delta morte e del dolore, riflessiva eppure commossa nella partecipazione dell'autore, scientifico guardone dello svolgersi (inutile) della materia. I versi sono, come in Pavana, corposi e narrativamente piani, qui maggiormente significativi di una condizione di smarrimento comunicato razionalmente, incalzante fino al vertice finale dell'lo che contempla la propria dissoluzione. Il carattere vitalistico dell'opera non sfugge, ci mancherebbe, a Luigi Balducci: «... Il prigioniero rievoca la caverna coi suoi giochi d'ombre come uno stadio addirittura superiore a quello dell'infima lacuna in cui ora gli tocca vivere. Eppure l'aggressione di questi Torbidi amorosi labirinti ubbidisce a un senso e a un significato che trascende i momenti che compongono il libro. Siamo di fronte ancora una volta al tema del viaggio, con una sua meta destinata: "Forse alla fine del mio tunnel | m'attende il varco angusto e fremente | del perdono, una lunga, convulsa, | irrefrenabile oscena diarrea | di pezzi d'anima sconciatamente tritati, | d'intestini e pensieri liquefatti...". Forse: perché, come in certi film in cui si è sicuri, alla fine, che il mostro sia stato eliminato – e il mostro ricompare pia minaccioso nell'ultimo fotogramma –, anche qui l'ossessione corporea si presenta per l'ultimo assalto. Tutto l'esistente, nella sua fenomenologia infinita, si connota come male, e il sesso, come volontà di essere e di continuare ad essere, è la radice di quel male: è l'orrore delle cose create. Tutta la contingenza dell'essere dovrà liquefarsi in Dio. Scarselli è oggi un poeta della condizione, della maledizione materiale; se fosse vissuto nell'ottocento, sarebbe stato uno schopenhaueriano, un wagneriano; ma nella sua ansia di liberazione c'é una punta di cattolico sentimento del peccato. Senza, tuttavia, nessuna proiezione di paradiso, poiché fuori da questo inferno non saremo pia riconoscibili a noi stessi...» [Dall'introduzione di Luigi Balducci a Torbidi amorosi labirinti, pag. 7.].

Lasciando stare Wagner, il cui empito passionale male si adatta alla poesia di Scarselli, Balducci offre come chiave di lettura il pensiero filosofico di Schopenhauer: il quale, a ben vedere, dice nella sostanza le stesse cose di Eraclito, nella descrizione di un mondo che continuamente diviene; con l'aggiunta (due millenni e mezzo di pensiero umano devono pure evolvere in qualcosa) della descrizione della strategia usata dalla natura per convincere l'uomo a rendersi correo di questo continuo divenire. Ora, il pensiero di Scarselli segue a questo proposto la filosofia di Schopenhauer: vale a dire, non ha la pretesa di essere originale. Si tratta, se consideriamo lo scheletro narrativo, esattamente di questo: un uomo, empaticamente adottato dall'Io narrante, si ribella all'inganno delta natura, e quindi alla vis erotica indirizzata a perpetuare la specie. L'uomo, allora, concepisce una strategia intesa a neutralizzare questo inganno: l'amore, cioé, non servirà alla riproduzione, ma alla comunicazione, corale, affettiva ed estetica, che questo sentimento comporta. Siamo, cioe, alla mistica del sesso: e neppure questa concezione puo definirsi originate, dal momento che si danno, ad esempio, mastodontici templi asiatici addirittura illustrati, che trattano questo argomento. L'uomo, allora, propone la cosa alla moglie: la quale è dapprima titubante, poi acconsente, poi ci prende gusto. Il poema è appunto la descrizione parossistica di questo procedere dell'uomo nella sfida contro l'inganno della natura: la quale, alla fine, ha la meglio. La natura, ingannata dall'uomo che non vuole sottostare all'inganno, si vendica distruggendo l'uomo, non più funzionale al proprio eterno disegno riproduttivo. Così, l'amore mistico si trasforma dapprima in una poco estetica fame di pratiche torbide ma soprattutto afinalistiche, poi in una ripugnante e mortale malattia, che uccide entrambi i protagonisti. Significato filosofico: mai andare contro natura; e bisogna ammettere che neppure questo pensiero puo considerarsi totalmente originale.

Queste puntualizzazioni sono fatte non certo per sminuire il lavoro di Scarselli, dal momento che la forza di un poeta non si misura assolutamente dall'originalità del suo pensiero filosofico. La forza del poema, infatti, consiste in una tenuta emotiva razionalmente trasposta, ossessiva ed ossessionante; e nella descrizione di fatti per i quali è stato trovato, magicamente il fuoco adatto: abbastanza vicini per essere affettivamente sofferti; abbastanza lontani da poter essere lucidamente raccontati. Le puntualizzazioni sono fatte ed hanno senso proprio perché il pensiero non è originale; non essendo tale, ci si aspetterebbe che questo possa essere facilmente percepito e, quando percepito, difficilmente frainteso. Invece, non è stato così. Si è voluto vedere, nel racconto, un particolare vissuto dell'autore rispetto alla figura femminile, intesa soprattutto come fonte di peccato (e la donna che, nel poema, trasforma per prima l'amore inteso come piena comunicazione delta totalità di sé alla totalità degli altri, in una oscena sfrenata consumazione) e come fonte di male (e la donna che, per prima, si ammala di un virus putrescente, trasmette al mondo la propria consumazione). Ma questo particolare non mi sembra significante. Anzi: siamo di fronte, mi sembra, alla rappresentazione speculare del mito di Eva. Nel racconto biblico, il vero peccatore è la donna, perché è lei che si lascia tentare dal miraggio della perfetta conoscenza, e trascina il compagno in questo peccato di tracotanza. Almeno, questa versione dei fatti e questo giudizio morale e sempre stato, in ogni epoca, condiviso. Non si vede, allora, perché lo stesso metro non debba valere per cie che rappresenta Scarselli: e cioè, il vero peccatore è l'uomo, perché è lui che si lascia tentare dal miraggio della totalità delta conoscenza e dell'amore, e trascina la compagna nel suo peccato di tracotanza. Questa lettura, se vogliamo essere coerenti, è doverosa. Non si comprende allora perché Veniero sia stato letto, da più parti, come autore misogino, o comunque impaurito dalla presenza femminile. Non è assolutamente così: se l'inganno è la sessualità che perpetua l'errore e il dolore del mondo, la donna è temuta perché ha in sé la matrice che serve a perpetuare l'inganno. Si tratta di una paura razionale, non emotiva.

Oppure, la lettura affettivamente misogina che è stata fatta si comprende invece benissimo: il fatto è che, quando si ricorre a parametri interpretative di tipo analitico, accanto all'Edipo non risolto (si è mai visto un poeta che abbia un Edipo risotto?) segue, come corollario, la presenza di un rapporto conflittuale con tutto il genere femminile.

La trilogia continua con Priaposodomomachia, datata luglio 1992. Che è (Veniero me ne vorrà sicuramente) ad un livello inferiore, quanto a peso complessivo. Manca, mi sembra, il perfetto contrappeso fra emozione e raziocinio che era il pregio principale dei Labirinti. Ma la cosa si spiega. Priaposodomomachia è un libro, di per sé, illeggibile: non ha senso. Ha senso, invece, se letto come necessaria continuazione dei due libri precedenti. Qui l'uomo, che dobbiamo ammettere sopravvissuto alla putrefazione annunciate nei Labirinti, tenta di ingannare il perpetuo errore della natura usando una strategia differente: non userà più la vagina, canale preposto alla riproduzione, ma l'ano della femmina amata. Così, l'uomo compie semplicemente un atto, chiaro, contro la Natura: non compie lo sfregio di ingannarla, adoperando afinalisticamente gli organi riproduttivi. Si può sperare che la natura, che abbiamo visto vendicativa, possa soprassedere. Invece, no. Procedendo per una serie di quadri grotteschi, l'ano si trasforma in una enorme bocca fagocitante: l'uomo viene divorato e ritorna alla natura sotto forma di una enorme massa di feci. La Natura, per chi legga soltanto questo libro, evidentemente esagera: e soltanto dopo aver letto Pavana e Labirinti che si comprende come la Natura stessa sia esasperata, considerando l'iterato peccare dell'uomo; non le rimane altro da fare che fagocitarlo, restituirlo degradato ma ancora utile al ciclo eterno della vita sull'universo. In ogni caso, fosse necessario trovare un libro dove le tematiche del rapporto uomo-donna non sono, nella sostanza, prese in considerazione, questo libro potrebbe essere benissimo Priaposodomomachia. La donna, infatti, nella sua essenza femminile semplicemente non esiste: è invece figura esemplificativa di cio che e l'Essere Umano di fronte all'economia della materia, e cioe un immenso tubo digerente con involucro, esteso dalla bocca all'ano. Eppure, il libro ha una splendida prefazione, firmata da Patrizia Adami Rook, centrata appunto su una lettura di tipo analitico, con il topos di Edipo e con il necessario corollario della figura femminile: «Ci sono desideri e fatti che nell'ordine costituito dei desideri e dei fatti (leggasi "cultura") non hanno diritto d'accesso. Come certi sogni o incubi. Si tratta per lo pia di fatti strani, qualche volta orrendi, spesso del tutto incomprensibili, quindi bisognerà interpretarli onde liberarsi dall'orrore della loro "forma", sulla quale, diceva Freud, non bisogna fissare l'attenzione. Perché mai non bisogna farlo? Perché anche Perseo, per riuscire ad uccidere il Mostro, dovette distogliere lo sguardo? Mi piace pensare che sia perché il Mostro, invece, non l'avrebbe distolto, costringendo Perseo e ogni altro "Cavaliere in guerra contro il Male", come in questa sacra rappresentazione, a vergognarsi della propria tracotanza, a invocare pieta per avere osato guardare e non essere riuscito a vincere. Che significa non riuscire a vincere? Chi è il Mostro su cui l'attenzione non deve fissarsi, pena il rompersi del fragile meccanismo dell'anima? Se nel mito può vedersi la struttura basilare di qualche umana problematica o qualcuna, come dice Kèrèny, delle "maniere umane dell'esistere", il mito dell'Eroe cui fa capo ogni storia, felice o infelice che sia, di Cavalieri in guerra contro il Male racconta della lotta che ogni figlio maschio deve intraprendere contro la propria madre per differenziarsi dal suo essere femminile e affermarsi nel segno opposto al suo. E se Edipo, quale eroe mancato, rappresenta il rischio che ogni maschio corre quando anziché riuscire a separarsi dalla madre (e vincere il Mostro) torna a unirsi a lei, si puo capire come l'essere femminile possa talvolta apparire, agli occhi d'ogni giovane maschio in lotta per la propria identità, come pericolo massimo e ricettacolo del demonio stesso; e si pue capire come l'umanità, o meglio la parte maschile di essa, sia sempre tornata nel corso dei tempi a fare i cont con l'immagine di quella che Neumann chiame la "Grande Madre terrifica", perennemente capace di sedurre e poi di evirare i suoi giovani molteplici innocenti amanti come la Niobe di questo poema, piena d'angelico languore, ma anche di maligna sapienza, pronta a trarre in inganno i poveri priapi ai quali non sarebbe passato per la mente un desiderio men che onesto...» [Dall'introduzione di Patrizia Adami Rook a Priaposodomomachia, pagg. 5 e 6.].

Si consideri che i libri di Scarselli sono strettamente connessi fra loro, trattando tutti il tema fondamentale del rapporto dell'uomo con il mistero della natura e della vita, e che il prefatore dell'uno potrebbe indifferentemente, per il motivo suddetto, essere il prefatore degli altri due; si confronti la traccia di lettura fornita dallo stesso Scarselli; si leggano infine le note di Lucio Zaniboni, Luigi Balducci e Patrizia Adami Rook; ciò fatto, ci si renderà conto di come la lettura di Patrizia sia, per i parametri analitici utilizzati, profondamente diversa dalle altre due. Essa contiene esattamente le modalità interpretative (l'Edipo irrisolto; la terrificazione della figura femminile) che in pubblico ho sentito coralmente utilizzate. Piacciono. La differenza, consiste nel fratto che queste modalità sono coralmente utilizzate per una specie di automatismo mentale, mentre Patrizia Adami Rook le colloca in un sistema interpretativo pesato, coerente ed armonico. Cie non toglie, mi sembra, che la lettura di Scarselli venga illuminata, in questo modo, in maniera parziale rispetto alla caotica complessità di questo cantore delle leggi, terrifiche immanenti e necessarie, della natura.

E poi, da qualche tempo, da alcune parti si sostiene che il Mito di Edipo sia, se non proprio un bluff, almeno una cosa per lungo tempo sopravvalutata. E' utile, altrimenti l'umanità non lo avrebbe adottato: ma spiega pochissime cose. Edipo, si sostiene, è poi I'unico figlio mitologico cui capiti di uccidere il padre; viceversa, la situazione contraria sembrerebbe essere la regola. La mitologia degli Dei e degli Eroi a piena di cruenti genitori che si accaniscono contro i figli: e il movente sembra essere la paura di essere spodestati, per quanto riguarda forza e potere, dai figli destinati a diventare adulti. Così, la paura ancestrale dell'uomo sarebbe quella del bambino che teme di essere ucciso dal proprio padre, e dalla propria madre connivente. Dire, a questo proposito, che tali argomentazioni portate per confutare l'importanza del complesso di Edipo non sarebbero altro che esorcismi, e quindi in ultima analisi argomenti atti ad esaltarne la validità, significa probabilmente cadere in errore rispetto al necessario spirito di finezza. Una cosa e essere preda, a causa di un desiderio illegittimo, di una immaginifica paura della castrazione; altra cosa è la paura ancestrale di essere uccisi o mutilati per la sola colpa di essere nati, cioé senza avere avuto il tempo di concepire un qualsiasi desiderio. La paura primitiva dell'uomo, stando alla mitologia, non sarebbe affatto quella di uccidere il padre, ma quella di essere ucciso da lui. Delle carneficine operate da divini o eroici genitori sui propri figli abbiamo, tutti, ricordi piuttosto sparsi. Coss, ho provato la curiosità di ordinarli secondo una logica temporale: partendo dall'assassino ufficiale, e cioe da Edipo, e risalendo l'albero genealogico fino ai primordi del mondo [Ho ricostruito l'albero dai vari libri scolastici di mio figlio, cosi alla rinfusa, e che infatti non cito. Cito invece la circostanza che mio figlio é giunto alla prima classe liceale senza sapere assolutamente nulla di mitologia, a causa dei programme ministeriali che sembra invitino implicitamente a soprassedere. Non vorrei essere frainteso: mio figlio sa molte piu cose, grazie alla Scuola, di quante ne sapessi io alla sua eta. Però, mi guardava con una specie di affettuoso compatimento, mentre mi vedeva ricostruire 1'albero genealogico di Edipo, personaggio a lui per altro sconosciuto. Ma l'uomo che perde la dimensione del mito perde la propria memoria antropologica, e questo mi sembra un grave errore.]. Ne risulta un quadro genealogico davvero interessante.

X

Scarselli, avido consumatore di opinioni a Iui direttamente riferite, mi scuserà difficilmente la digressione: ma sta di fatto che all'inizio erano Urano e Gea, rispettivamente il cielo stellato e la terra. Dalla loro unione nacquero i Titani, i Ciclopi e gli Ecatonchiri dalle cento braccia. Ma Urano, timoroso che i figli potessero detronizzarlo, li rinchiuse nel cuore della terra. Gea trovò la situazione intollerabile, e tramò con il più coraggioso di questi, Crono, che detronizzò e mutilò il padre. Il primo delitto dell'immaginario umano e stato quindi compiuto da un padre a danno dei figli: e le dinamiche controedipiche sembrano del tutto assenti nel cervello di Urano, che non lotta affatto per il possesso di Gea, dal momento che abbandona la prole nel ventre della terra, cioè di Gea stessa. Urano, cioè, non si sente minacciato nel possesso della sposa; e il suo ruolo di re dell'universo che è un gioco, e che sente minacciato dai figli. Passiamo alla seconda generazione: Crono, divenuto re degli dei, usa nei confronti dei figli lo stesso sistema del padre. Veramente, usa la variante di mangiarli vivi, i figli; ma questa strategia è perfettamente comprensibile, dal momento che Crono era stato edotto, per esperienza, sul fatto che non è prudente fidarsi della propria sposa. La moglie, Rea, riesce ugualmente a salvare Zeus, dando in pasto a Crono, in luogo del neonato, un macigno avvolto nelle fasce. Ecco perché, passando alla terza generazione, troviamo che Zeus, preoccupato di perdere il posto ad opera di un eventuale figlio maschio, ricorre ad una teenica molto più drastica: mangia addirittura la propria sposa incinta, Metide. Il figlio venne al mondo ugualmente, uscendo dalla mente di Zeus. Non si trattò di un maschio, come il vecchio Urano, vendicativo, aveva predetto, ma di una femmina, la dea Atena. Fu per questo che Zeus, passata la prima paura, non credette più ai vaticini, e risparmiò di mangiarsi le spose e i figli successivi. Da Zeus nacque, fra gli altri, Tantalo, anche se tale paternità è affidata più alle malelingue che a prove documentate. Tantalo, e siamo alla quarta generazione, pensa di saggiare l'onniscienza degli dei offrendo loro in pasto, durante un sontuoso banchetto, il proprio figlio Pelope. Gli dei, ormai civilissimi, compresero subito che la carne aveva un sapore molto strano. Zeus, che avrebbe dovuto solo stare zitto, ormai investito del ruolo di garante della giustizia finse di scandalizzarsi: resuscitò Pelope, e condannò Tantalo al supplizio omonimo. Pelope, divenuto adulto, si macchia di un delitto che costituisce una curiosa anomalia, rispetto ai quattro progenitori: non uccide i figli, ma uccide con l'inganno il re Enomao, suo ospite, allo scopo di sposarne la figlia Ippodamia, per altro largamente consenziente. Pelope, secondo il nostro decadente modo di pensare, rappresentò un sopravvenuto ingentilimento della natura umana, dal momento che uccide soltanto per amore, ed uccide un estraneo. Bene: Pelope fu, invece, il capostipite di una stirpe maledetta; alla quale, nel corso delle generazioni successive, gli dei e gli uomini non perdonarono mai il delitto compiuto di lesa ospitalità. Nell'elaborazione del pensiero umano, insomma, uccidere un ospite è cosa più grave che uccidere i propri figli: e questa cosa la dice lunga, mi pare, quando si parli di paure ancestrali. Tanto più che Pelope ha due figli, Atreo e Tieste, che entrano subito in competizione fra loro, naturalmente per il possesso del regno, e non già per il possesso di mamma Ippodamia. La contesa fu risolta a favore di Atreo, il quale adottò la tecnica di nonno Tantalo, con una logica variante funzionale: invitò il fratello ad un banchetto, durante il quale Tieste mangio, senza sospetto, la carne arrostita dei propri figli. Quando Atreo, che aveva un talento speciale per le sceneggiature ad effetto, mostrò al fratello le teste mozzate dei bambini, Tieste ne ebbe uno shock tale da perdere un poco della propria lucidità: Atreo potè così vincere la lotta con il fratello, e generare un figlio come Agamennone. Il quale non esita a sacrificare la propria figlia Ifigenia, per propiziarsi gli dei durante i preparativi per la guerra di Troia.

Passando al ramo tebano dei discendenti di Zeus, constatiamo che il re dell'Olimpo sedusse, in tempi strettamente ravvicinati, due sorelle, Agave e Semele, figlie di re Cadmo e di Armonia. Da Semele nacque Dioniso, il quale non subì infanticidio ad opera di Era, moglie legittima di Zeus, soltanto perché il padre degli dei si preoccupò di nasconderlo sul monte Nisa, dove il giovane dio raggiunse l'età adulta credendosi un orfanello. Agave aveva intanto generato Penteo: il quale si oppose appunto al fratello Dioniso quando questi, resosi conto delle proprie origini, si recò a Tebe per rivendicare il trono della città. Dioniso, che aveva deciso di avere sofferto abbastanza, per ottenere lo scopo si servì di Agave: la quale, divenuta strumento involontario della vendetta del dio, arrivò ad uccidere il proprio figlio. Da Penteo discende Giocasta, madre di Edipo. Assurto frattanto Dioniso all'Olimpo, il trono di Tebe passa alla discendenza maschile di Cadmo, fino alla figura di Laio, che appunto sposa Giocasta. Laio, che aveva tendenze omosessuali, aveva da giovane rapito un ragazzino, certo Crisippo figlio di Pelope, e quindi appartenente a quella famiglia dei Tentalidi che, abbiamo visto, era molto opportuno lasciare stare. Infatti, esaurito il momentaneo coraggio della passione, Laio sviluppò in seguito una specie di paranoia: aveva paura che non solo i tantalidi, ma addirittura tutti gli uomini cospirassero per scalzarlo dal trono. Così, quando Giocasta generò un figlio maschio, Laio fece esporre il bambino sul monte Citerone; e, per essere sicuro che il bambino non potesse muoversi, gli legò strettamente i piedi o, secondo altre versioni, glieli perforò o, secondo la versione più probabile, glieli legò facendo passare la corda attraverso la perforazione. Sta di fatto che il bambino si salvò, per l'intervento di un pastore, e che venne chiamato Edipo, che significa «piedi gonfi».

Edipo, così conciato, non ha né arte né parte, e infatti viaggiava molto. Durante una delle sue peregrinazioni, incontrò ad un crocicchio un uomo più anziano di lui, e i due si azzuffarono per una banale questione di precedenza, cosa che ricorda molto il duello manzoniano di Frate Cristoforo. Così, Edipo uccise il Vecchio, senza sospettare che questi fosse suo padre Laio. Durante un viaggio successivo, Edipo incontrò la madre, senza riconoscerla: Giocasta era vedova, era un ottimo partito, dobbiamo supporre fosse ancora abbastanza carina; era il massimo, insomma, per un giovane spiantato che girava faticosamente il mondo con i piedi forati. Nel corso dei successivi, più o meno, tremilacinquecento anni di storia umana, l'unione fra Edipo e Giocasta è stata considerata per ciò che fenomenicamente era, e cioè un matrimonio di reciproco interesse. Soltanto nel nostro secolo, il mito di Edipo è stato adottato e letto, in maniera genialissima, dal punto di vista della psicologa inconscia: non tanto per precisare quali fossero i moventi inconfessabili di Edipo, quanto per offrire un paradigma esplicativo di ciò che sia la relazione fra la coppia genitoriale ed il figlio. Il quale, avendo la madre come primo oggetto relazionale d'amore, desidera la scomparsa del padre, ricavandone un sentimento di colpa tradotto in una immaginifica paura della castrazione. Questa teoria è affascinante, e spiega benissimo l'evoluzione del pensiero di ciascun bambino in un momento preciso del suo sviluppo. L'errore è, ripeto, il ricorso meccanico e sistematico a questo mito per spiegare l'evoluzione longitudinale di tutto il pensiero umano. Dimenticando, ad esempio, che Edipo rappresenta la settima generazione di una dinastia che, negli ascendenti diretti e collaterali, dimostra sei generazioni di genitori che, in modo assolutamente consapevole, uccidono abbandonano e storpiano i propri figlioli. Nell'epos popolare, i bambini maltrattati sono addirittura la norma [Sono debitore, riguardo a questi dati, nei confronti di uno psichiatra, il Dr. Crosato. Di Trento, mi pare di ricordare. Non posso essere più preciso, perché lessi un suo articolo anni fa, su una rivista specialistica. Avevo conservato, per avere una traccia mnemonica dell'articolo, uno schemino con i titoli delle opere qui citate. Poiché la cosa era fatta a mio uso e consumo, non trascrissi né il nome della rivista, né l'anno di pubblicazione.].

Nel campionario classico dei fratelli Grimm, ad esempio, troviamo la mamma di Hansel e Gretel che, provvista di eccezionale senso pratico, per ovviare alla miseria della famiglia propone al marito di abbandonare i figli nella parte più folta del bosco; in Raperonzolo, la pratica è invece l'abbandono dei figli, per anni, in castelli solitari; ne La Signora Halle, una bambina è costretta a filare, a filare, fino a quando il sangue le sprizza fuori dalle dita; ne La vera sposa, una bambina deve vuotare un grande stagno con un cucchiaio, con promessa di botte qualora non porti a termine l'opera entro sera; ne Il ginepro, i bambini sono addirittura usati a scopo culinario: una mamma cucina il figlio in salsa agra, e lo offre per cena al marito, che gradisce at punto da chiedere il bis. In ambiente italiano, Luigi Capuana ci offre un significativo Ranocchio, dove i bambini vengono venduti; ma anche una splendida Mammadraga, storia di una bambina maltrattata senza ragione, e infine cacciata da casa a pugni e pedate. Nel dubbio, poi, che Capuana fosse un po' troppo verista, e come tale amasse alcune atmosfere abbastanza particolari, conviene attingere al campionario completo delle fiabe italiane [Italo Calvino, Fiabe italiane, Oscar Mondadori, 1961.]. Dove, a dire la verità, figli cucinati in salsa agra non se ne trovano, a sostegno della tesi corrente che vuole la nostra popolazione eccessivamente vezzeggiativa con i propri figlioli. Per il resto, abbandoni omicidi e mutilazioni, c'é di tutto.

Se i miti e le fiabe sono da intendersi come l'elaborazione immaginaria del pensiero umano, essi per questo motivo rappresentano la proiezione, nella storia e nella letteratura, di fatti che sono il ricordo inconscio del nostro sviluppo infantile. Essi rappresentano le vicende del mondo interiore di ciascuno di noi. Ebbene: in questo mondo interiore, la vicenda di Edipo che uccide il padre rappresenta un fatto assolutamente unico. L'umanità, nel corso della sua storia, non è stata occupata da figli parricidi, ma piuttosto da figli inconsciamente terrorizzati dalla prospettiva di essere abbandonati, o uccisi, dai genitori. I dati dell'antropologia culturale orientano verso questa lettura, che parla di odio per i figli che rubano spazio affetto e cibo, e che viene trasmesso di generazione in generazione; fermo restando che antropologia culturale è anche la lettura, attuale e semplice, dei quotidiani: nei quali, sappiamo, la patologia sociale dei bambini maltrattati trova eco, ancora, diffusamente.

Quanto a Veniero Scarselli, mi sembra difficile immaginare una poesia che sia, meno della sua, correlata al tema edipico. Meglio: il tema edipico, nell'accezione classica del termine, esiste: tanto è vero che Patrizia Adami Rook lo coglie e ne fa chiave di una puntigliosa ed affascinante lettura, che nulla ha a che fare con gli automatismi mentali coatti di cui non mi stancherò di parlare. Soltanto, la lettura secondo questo parametro psicologico non può spiegare tutto, né penso che Adami Rook lo pretenda. Intanto, e già questo fatto serve ad orientarci secondo parametri differenti, nella poesia di Scarselli esiste, e anzi incombe, una «Grande Madre terrifica»; manca, pero, la figura fisica del padre: ovvero, il padre è a sua volta sublimato in un <Grande Padre terrifico», nello stesso tempo incombente ed assente, che Veniero non riesce a nominare oppure, abbandonato il pudore razionale, affettivamente e drammaticamente chiama «Dio»; ora, è vero che Dio potrebbe essere benissimo null'altro che la proiezione all'infinito dell'immagine onnipotente che abbiamo del padre; ma, questo ammesso e non da tutti concesso, dal punto di vista fenomenologico il rapporto uomo-padre e il rapporto uomo-Dio sono due cose profondamente diverse. Il rapporto uomo-padre implica necessariamente dinamiche intrapsichiche e relazionali centrare prima sull'identificazione, poi sulla conquista da parte del giovane della propria autonomia, e quindi sul distacco. Questo distacco è un vero e proprio «parricidio» dell'immagine formidabile e inimitabile del padre, e in questo senso il tema edipico esiste, ed è salutare e necessario. Come è salutare e necessario, in questo senso, che il padre veramente responsabile debba aiutare il proprio figliolo ad essere un bravo «parricida».

La relazione uomo-Dio, in questo senso, è profondamente diversa: l'immagine di Dio è, nella mente del''uomo, talmente grande che ogni identificazione diventa impossibile: Dio è, nell'immaginario dell'uomo, «Colui che deve essere raggiunto» e che, per la sua stessa natura di perfezione, deve rimanere necessariamente ed eternamente «irraggiungibile». Sappiamo che, per via di rivelazione e di fede, questo spazio infinito che separa l'uomo da Dio arriverà ad essere colmato: ma rimane il fatto che, nella mente dell'uomo, ciò che lo spinge a cercare Dio è proprio la sua lontananza e il suo silenzio, e queste sensazioni lo hanno orientato in maniera sublime verso la metafisica e la religione. Ma, appunto, il tema fondamentale della relazione uomo-Dio è la sofferenza per la lontananza, e la ricerca.

Nella poesia di Scarselli, il «Grande Padre terrifico», che agisce e si manifesta secondo incomprensibili oppure crudelissime leggi della natura, esiste; e, trattandosi di un Padre infinitamente potente, non risulta possibile alcuna identificazione, né alcuna conseguente soluzione di «parricidio». Esiste, invece, la posizione fenomenica caratteristica della relazione uomo-Dio: la lontananza sofferta, la continua irrisolta ricerca. Veniero non ha nessun padre da uccidere; ha invece un padre da conquistare. La differenza mi sembra sostanziale.

Quanto alla «Grande Madre terrifica», le cose mi sembrano più semplici. Basta leggere. Veniero non ha nessuna madre da conquistare: ha invece una madre dalla quale non vuole essere «espulso». Semplicemente, vorrebbe non essere nato, perché la nascita è già distacco, e già solitudine senza senso, e dolore. Edipo, insomma, vuole «entrare»; Scarselli trova intollerabile l'idea di «uscire». La differente direzione del movimento è, anch'essa, fondamentale.

Vorrei proporre, ora, la lettura diretta di alcuni passi di Scarselli, con due precisazioni. La prima, è che mi viene del tutto naturale considerare i tre libri in esame come un trittico unitario, cioe come naturale svolgimento, anche temporale, dello stesso vissuto emotivo. La seconda precisazione, è che questo vissuto si presta benissimo ad essere letto secondo due definibili parametri esistenziali.

Il primo parametro è quello che puo essere definito «psicobiologico», proposto dallo stesso Scarselli e ripreso particolarmente da Luigi Balducci; questo modello ha alla base la definizione schopenhaueriana dell'eterno svolgersi della natura a spese dei viventi, condannati ad un destino di morte per la fornitura di materia-energia necessaria a questo perpetuo divenire.

Il secondo parametro è quello, consequenziale, del vissuto psicologico dell'abbandono. Se la natura evolve in modo così necessario ed immutabile, allora essa ha vitalità intrinseca così onnipotente da non essere tanto espressione del volere di Dio, ma da essere Dio essa stessa. Così, uscire dalla madre ed essere «buttati nel mondo» è già la condanna, da parte della natura-Dio, ad un destino di morte. La poesia di Scarselli è soprattutto il tentativo di ingannare le regole di abbandono e di morte dettate dal Padre, in modo da ritornare a Lui eternamente, senza ulteriori rinascite nel ciclo metabolico delle cose create. Veniero non è Edipo; è invece il bambino abbandonato del mito e delle favole; o anche il cagnolino che il padrone ha lasciato per strada, e che ricerca la casa perduta, non rassegnato all'idea di non essere stato ricambiato in amore.

Il vissuto dell'abbandono è dentro di noi, molto più primitive e più potente della reattività costruttiva di Edipo: cosicché chiameremo l'io poetante, esponendo, semplicemente Io. Come una creatura mitologica, ma anche come un pronome maiestatico, nel quale possiamo riconoscerci.

Pavana per una madre defunta ha un incipit drammatico, soprattutto perché quasi esaustivo l'intera tematica della nascita intesa come abbandono: «Quest'umile carogna galleggiante | sul buffo fiume della Creazione | quest'utero vuoto come una caverna | vestito con l'abito della domenica | che un giorno fu disperatamente | la mia casa di carne | appartiene a una Madre | che ora più nessuno ricorda, | da mille futili cure distratto. | Essa è sola e chiusa con la Morte | che turpe svuota ogni cosa del mondo; | dinanzi al suo mistero impenetrabile | la ragione, inutile organo, | cade raggrinzita dal corpo | e lo sguardo sbigottito | è trascinato lontano | con la sua antica ferita | in ogni donna furiosamente pérdendosi | mai sazio della turgida poppa | e del calmo respiro di quel ventre | che l'aveva gelosamente nutrito. | Eppure un giorno della vita | esso costrinse la mia anima a nascere | e l'abbandono al gelo; | ed essa fu sola per la prima volta.» [Pavana per una madre defunta, pag. 9.].

Il tema dell'abbandono è proiettato come presentimento già vissuto nell'utero materno: «Perché disturbavi i miei sonni | di pigro anfibio acquattato nel fondo | del tuo tiepido stagno silente | con i sinistri rumori del tuo ventre | i borborigmi, i boati | delle tue avide digestioni, | le sconce grida e gli orgasmi | dei tuoi sacrileghi amplessi impudichi? | Sarebbe presto giunta la vendetta | e t'avrei morso a sangue il capezzolo | t'avrei pisciato sul seno adulterino | tutta la mia aspra e cocente | rabbiosa delusione».[Id., pag. 15.].

Il destino dell'uomo, confabula Io fra se, è dunque quello di essere strappato ai trasognati godimenti intrauterini, per essere scagliato (vittima, topo, eroe) nel fiume della vita; e di essere costretto a cercare il ventre di altre donne; quando, intrusiva e sottile, sopravviene la certezza di essere nati per servire una Natura-Dio che deve necessariamente svolgersi, e di dover generare unicamente per fornire materia a questo divenire: «Chissà quanta gente s'é consunta | su questo povero letto di ferro | come chiusa in una bara, | una nave sfortunata di fantasmi | in cui adesso giaccio anch'io con la mia sposa | ma incapace d'attendere composto | con dignità l'abbraccio delta Morte; | e allora faccio un amore disperato | l'unica cosa che conosco | per farla retrocedere | e sono un ragno che ripara convulso | nella stretta del tempo la sua tela | affinché la mia femmina con dolore | partorisca i suoi figli di uomo | ed essi ilari si moltiplichino | col loro piccolo sorso di vita | e poi alfine muoiano. | Ma come può far retrocedere la Morse | il congiungere frammenti d'una vita, | che già ci sfugge dalle mani, | con peni e vulve e intestini | in un minuscolo atto d'amore | per generare figli di carne | chiusi in corpi bestiali non nostri, | contenenti solo anime estranee | che mai ci appartengono | e che a ogni passo e a miriadi, come farfalle, | scompaiono nel pozzo della specie, | buio cimitero della vita | popolato di spente creature?» [Id., pag. 64.]

Ancora: gli individui hanno una appetizione specifica per la morte, essendo questo l'inganno funzionale operato dalla Natura-Dio: «Questo bisogno inconsapevole di morte | che consuma gl'inutili individui, | quasi un anelito all'unica salvezza, | fu la terribile invenzione della Vita; | i geni inermi e vulnerabili | creature cost preziose dell'universo | si nascosero al turbine dei venti, | come furtivi parassiti, | in un corpo predestinato di bestia | che sempre si nutriva nella paura | eppure sempre pronta con le zanne | a difendersi a costo della vita. | Ma appena il laido corpo d'animale | s'avvicinava al precipizio del disfacimento | essi dovevano liberarsi | abbandonare la nave in pericolo | prima che l'anima svanisse | e con un atto d'eiaculazione bestiale, | che a noi piace credere d'amore, | uscire ignudi dal sacco del sesso | cambiar corpo e individuo, | come il paguro che cambia conchiglia | nel timore di Dio e dei predatori. | Ma to madre mia | fosti il paguro sfortunato | che ripose i suoi poveri geni | nell'infedele conchiglia del mio corpo, | cost impotente a difenderti | dal tuo bisogno di morte.» [Id., pag. 92.].

Io si e fatto, quindi, una ragione molto razionale del significato del proprio essere nel mondo, coincidente alla filosofia schopenhaueriana dello svolgersi della vita per inganno della natura-Dio, perennemente tesa alla propria lutulenta sopravvivenza. Sul momento, Io può anche essere soddisfatto di una spiegazione del genere: che infatti è sempre meglio di niente e, soprattutto, conferisce una certa aura di superiorità intellettiva a chi la possiede. Alla lunga, questa spiegazione diventa abbastanza fastidiosa. Torbidi amorosi labirinti si apre, infatti, con ruminazioni condotte intorno alto scarso peso specifico dell'esistenza. Finché, un giorno, Io ha un movimento di ribellione, in seguito al quale la natura si inceppa nella proposizione dell'inganno-desiderio: «Finché un giorno funesto mi destai. | Nel bel mezzo d'un pasto tribale. | Sazio di te. | E dei tuoi ripugnanti cunicoli, | nelle cui tane s'erano affrontati | ancora ieri in uno scontro di bestie | corpo a corpo fino all'estremo deliquio | i nostri sessi armati di denti | come ciechi bulldozer sventratori. | Ma ora i lombi i precordi il midollo | le radici pia nobili del pene | non percepivano più, per maleficio | i morsi ed i richiami della carne; | forse era pura automatica difesa, | forse crudele vendetta dei sensi | sfiniti dallo sforzo temerario | di scalare ed emulare | le scoscese, inaccessibili, inimitabili | fortezze della femmina | contro cui troppo aveva osato cimentarsi, | nella sua foga ansiosa e petulante | di sconfiggere i mulini a vento, | il Cavaliere dalla Triste Figura.» [Torbidi amorosi labirinti, pag. 28.].

La Natura-Dio, e ovvio, non si dà per vinta: continua a proporre l'inganno del desiderio alla donna di Io. La quale circuisce il pene dell'uomo, lo munge insistentemente come fosse il capezzolo di una vacca riottosa. Io, allora, non può esimersi. Giunge pere ad un compromesso con se stesso, in modo che la fatica diventi tollerabile: cavalca, con la fantasia, le più nobili dee dell'Olimpo. Ma il grigio sesso della tristissima donna mortale incombe, il trucco non è proponibile a lungo. Io, allora, converte la donna ad una strategia decisiva: se la natura inganna, bisogna ribattere ingannando la Natura. Io propone alla donna una sessualità svuotata di ogni contingente significato riproduttivo; cosa che riesce meglio se condotta in modo collettivo, in una condizione di fraterna e corale comunione dei sessi. Gli adepti, come facilmente si capisce, vengono trovati senza difficoltà. Il guaio è che, mentre per Io l'operazione ha il significato della rinuncia alle barbare caverne che fomentano l'odio e il possesso, non altrettanto avviene per gli adepti, e meno che meno per la donna. La quale, anzi, ci prende un gusto tutto particolare: «Quella schifosa tradiva ogni patto | con quegli stessi indicibili fremiti | e sconvolgenti sospiri | provenienti dalle fibre dell'anima | che m'erano cost familiari | nel segreto di notti struggenti, | che m'erano cresciuti nella carne, | ch'erano pegno e dono del suo amore, | garanzia d'incontestabile paradiso | certezza di vita eterna. | Ecco che ora impudicamente s'abbandonava | fra le braccia di vuoti fantasmi | armati solo di peni insolenti; | si lasciava sconciare e devastare | la sua bianca epidermide consegnandola | a umilianti eiaculazioni di montoni | e forse aveva eruzioni dell'anima | che si potevano chiamare anche rozze | adulterine emozioni, addirittura | già una sorta embrionale d'amore; | consentiva a quell'orrido sciame | di suggere il suo amore | pungendola come api moleste | e di svuotare tutto il succo interiore | lasciandovi soltanto un buco nero» [Id., pag. 69.].

Io è ferito, tenta la riconquista individuale della propria donna, non tollera la visione degli uomini-corvi, intenti a banchettare con ogni brandello del sesso di lei. Ma la Natura-Dio, ingannata, si vendica: la donna diventa progressivamente incapace di trattenere la propria imperiosa libidine, è lei ora che cerca giacigli proibiti, li aggiunge furiosamente a quelli corali patteggiati. Ciò che non è funzionale alla natura deve morire, è la legge fondamentale e finalistica della vita che perpetua se stessa. Così, l'infausto furore uterino è invaso dal Male, diventa la cloaca dove Dio getta e allontana da sé le proprie sporche deiezioni. Il Male corrompe la cloaca e si propaga, progredisce insieme all'attività sessuale ancora freneticamente continuata, raggiunge l'anima ed il corpo, lo corrompe: «Non si seppe più nulla. | La inghiottì il vento nero e tetragono, | re di vuote pianure e deserti, | ch'ella, come un bianco e affaticato | uccello migratore con le ali | rese troppo pesanti dalla pena | di un'antica ferita verginale | ormai fattasi cancro dell'anima, | da sola, disperatamente, | di letto in letto aveva invano tentato | senza più forze di valicare | per andare a morire lontano | sulle spiagge di isole dimenticate | ove vanno a morire gli uccelli | nel sentore della fine, con nel cuore | il tormento inappagato della vita» [Id., pag. 89.].

La Natura, onnipotente e terribile, è però giusta. L'ideatore dell'inganno è a sua volta raggiunto dal Male: tardivamente, perché possa riflettere dolorosamente sulla vanità del proprio disegno. Con il corpo che progressivamente imputridisce, Io contempla la vittoria della Natura e insieme la propria imminente scomparsa individuale, con una delle più lucide rappresentazioni della morte che possegga, in assoluto, la nostra poesia: «Mi hanno detto che quando è il momento | è difficile anche emettere suoni | che siano articolati e comprensibili | o almeno dignitosi e composti; | si può soltanto raccogliere un ricordo | muto dal mare ch'e dentro di noi | se si riesce ad afferrare con un gancio | un'isola ancora integra della memoria, | appena distinguibile nel buffo; | ma più spesso sono vortici notturni | d'un grande sogno con miriadi di sogni | chiusi ognuno dentro l'altro ermeticamente | come vuote scatole cinesi. | Finché qualcuno | non viene silenziosamente | a chiudere un mattino | anche quelle tristi finestre» [Id., pag. 114.].

Bisogna ammettere, invece, che Io sopravviva. La sua morte, del resto, è troppo gloriosa per essere verosimile. Forse, i Labirinti non rappresentano altro che la trasgressione immaginifica, come in sogno, condotta da Io contro l'egoismo vitale della Natura. Passiamo a Priaposodomomachia. Destato dal sonno, Io rimugina sulla vita che continua attraverso un esercizio di vorace metabolismo condotto sopra le croste dei vivi. Quando compare, come Venere da una bianca conchiglia, la bellissima Niobe. Ormai esperto, lo tenta di resistere alla percezione abbastanza precisa che la donna non sia, nella realtà, niente più di un roseo involucro carneo che racchiude caverne e tubi ricolmi delle materie più infami. Il desiderio-inganno è riproposto: come è possibile ingannare la Natura, vista la tragica, seppure onirica, esperienza precedente? Lo spunto è fornito, inconsapevolmente, dalla stessa ragazza, vezzosamente sorpresa dall'innamorato in una posa accattivante: «Tutto accadde perché la mia calda | morbida Niobe un giorno per gioco | mollemente era prona, catturata | dal perfido incantesimo d'un sogno | brulicante di candidi amorini, | e piena d'angelico languore | si lasciava tutta quanta guardare | da quell'insolito amoroso orizzonte | e vellicare, e dolcemente montare | come tenera docile pecorina. | lo non potevo scrutarla negli occhi, | non potevo vedere se covasse | nel limpido lago ceruleo | del mai esausto disegno di Satana; | e allora caddi nella rete che il destino | e la maligna Sapienza del feminino | apparecchiano ai poveri priapi» [Priaposodomomachia, pag. 19.].

Io rimane folgorato: il fondo schiena dell'amata rassomiglia l'ano della gallina, quello che i fanciulli campagnoli sondano col dito per scoprire il ghiotto uovo da bere; e che poi sodomizzano, usando il piccolo pene temerario, forse nell'illusione di rientrare nel ventre ancora caldo della madre. Nel ventre della madre, si badi, attraverso il canale digerente: ciò che conta è essere dentro, comunque; vale a dire, come in Pavana, fenomenicamente non siamo di fronte ad un tentativo di conquista, ma alla disperazione vissuta di essere stati espulsi, di essere stati buttati nel mondo. Io, dapprima, resiste alla tentazione: entrare nell'ano, significa entrare direttamente nel Caos metabolico, accettare il ciclo perenne della vita utilizzando una scorciatoia, ingannare appunto la natura non fornendo ad essa il materiale vivente necessario alla sua sopravvivenza. La resistenza, Niobe connivente, è alla fine vinta: «Nessuno mi venne in soccorso, | procure cibo, acquasanta, esorcismi | per liberarmi dalla laida malattia | che assediava le mie deboli forze, | prima ch'io venissi brutalizzato | dal trionfo del Male e della Morte | che bestialmente mi tiravano con le chele | per lo scroto e il pène infelici | e volevano trascinarmi con loro | in quello stagno pullulante di serpi | e d'antiche ripugnanti lussurie; | dovevo uccidere, subito, fermamente, | quel drago muscoloso che pulsava | con la sua bocca dalle labbra carnivore | proprio nel Centro pin mirabile di Niobe. | Così vicino alle tenere cose | perdutamente amate e perdute, | uccidere quella roba mostruosa, | quel lascivo essere ameboide | tutto gonfio del pus della Morte | che ormai s'era avvinghiato come un polipo | inestricabilmente alla carne del mio pene | con le fattezze e le ventose del Demonio» [Id., pag. 30.].

Non inganni il frequente ricorso al Maligno: il quale non esiste, in Scarselli, come entità autonoma. Il Male non è altro che la materia, degradata e morta, che la Natura-Dio espurga da se, tramite il tubo digerente dei viventi, allo scopo di fornire il materiale organico necessario alla perpetuazione della vita. Stimolato, l'ano di Niobe infatti accentua la propria funzione, genera parossisticamente materiale fecale sempre pin gigantesco ed informe. Finché la Natura, onnipotente, vince anche questa volta l'inganno, e crea una specie di shunt funzionale: poiché l'uomo non provvede a fornire, attraverso i ripudiati laboratori uterini, le nuove vite destinate all'eterno metabolismo, l'ano di Niobe si trasforma in una famelica bocca divoratrice: «Non passe molto tempo | che dalla massa polposa di quell'Ano | comincie a trapelare furtiva | quasi appena percettibile ai sensi | la sua antica attività sotterranea; | egli aveva cominciato lentamente | a sommuoversi e a pulsare; | e poi anche ad ansare; | ed ecco a un tratto prese tutto a scuotersi | ed a sospingere in avanti la sua bocca | muscolosa e straordinariamente agile | con delle grosse labbra carnivore | che senza costa pompavano e succhiavano | per ingoiare dal mondo dei viventi | in un imbuto senza fondo né salvezza | ogni forma sfortunata di vita | che tentasse di fuggire | raggiungere l'uscita | aggrapparsi a quel cielo stellato | intravisto affacciarsi di lontano. | Era la bestia mai sazia | che tornava a riprendere il pasto | sulla vittima ferita e stupita | che un giorno credette di sfuggirle, | era lo stesso corpulento Male | in carne ed ossa e sempre pin forte, | che non aveva mai mollato la sua preda; | era il Demonio, coi suoi mille diavoli | travestiti da formiche, che arrogante | mi concupiva, abbracciava, ghermiva» [Id., pag. 45.].

Finché la Natura-Dio, sotto specie dell'Ano carnivoro e demonio, compie sul trasgressore la pin grottesca e definitiva vendetta di difesa. «Quel mio povero corpo | restava lì ipnotizzato a contemplare | la propria morte come un inutile automa | senza più carica mentre io disperatamente | tentavo d'oppormi con le unghie | e con i denti ma lui tutto tremante | con ogni fibra era tratto invincibilmente | dalla potente voragine spalancatasi | per inghiottirlo ed anche ]'anima perversa | gli s'era tutta avvinghiata spira a spira | come un serpente in un viluppo mortale, | io mordevo graffiavo vomitavo | brandivo il crocefisso come un'arma | mostravo aglio e amuleti ma invano, | finché io stesso dovetti mozzare, | per separarli, con un colpo terribile | dalla mia Spada il cordone ombelicale | che tratteneva la mia anima attaccata | al corpiciattolo ancor vivo ma perduto | ormai quasi masticato dai diavoli | ed essi lo stavano trascinando | dentro al viscere rovente del Meloc | e strideva come un maiale scannato | mentre varcava quella soglia infernale | per scomparire nel Culo del Mondo» [Id., pag. 47.].

Alla fine della trilogia, dunque, ]'anima si salva. E sperabile che attorno ad essa non agglutini di nuovo, risorto, il corpo divorato. E, d'altra parte, quale corpo sarebbe? L'essere umano descritto da Scarselli tornerebbe ad essere quello che abbiamo visto essere fino ad ora: un enorme tubo digerente che provvede alla sopravvivenza attuale, fornito di organi genitali particolarmente estroflessi, atti a garantire la sopravvivenza della specie. La quale specie, assai lontana dalle dinamiche edipiche come da altri psicologismi, non sembra essere altro che un gigantesco anellide con pene, o con una vorticosa vagina nella sua espressione femminile. E questo corpo, di nuovo agglutinato attorno all'anima sopravvissuta, quale altro inganno proverebbe, contro la natura, per fuggire al proprio destino di morte? Quali altri canali tenterebbe? E possibile ancora, è vero, una «Fallatiomachia», altri inganni sottili. Ma, a questo punto, persino l'ossessivo Scarselli avrebbe il dubbio di passare il segno, anche estetico, quanto alle strategic adottabili contro la natura onnipotente.

Eppure, la lettura «psicobiologica» non lascerebbe scampo, si teme. Invece: Io taglia come ultimo gesto il cordone che tiene ]'anima appena al corpo fagocitato, ('anima vola via, ,è salva. Non sappiamo cosa succederà, ora, quale altro poema ci aspetta. E probabile che ]'anima, ora alleggerita, intraprenda il proprio autonomo cammino, la propria ricerca: di cosa e di chi, con precisione, non è ancora dato sapere. Sospettiamo fortemente si tenti l'approdo, eleatico ma spossato, nella terra sempre promessa e ferma di Colui Che Amando Abbandona [Mentre scrivevo, Veniero mi ha fatto pervenire il suo nuovo libro, Eretiche grida, NCE, 1993. Non l'ho ancora letto. Non amo dare a Scarselli eccessiva importanza.].

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