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Viterbo e l'etrusca Tuscania

Il primo indugio non sarà una sosta, ma ovviamente la partenza: quella da una terra che m'ha visto nascere, la quale, nel secolo appena trascorso, grazie a Vincenzo Cardarelli e Bonaventura Tecchi, è già una struggente patria del cuore. L'occasione me la fornisce l'esordiente eppur coltissimo Paolo Carlucci, che ha congedato per la romana EdiLet un libro di versi delizioso, Dicono i suoi pettini di luce, dal significativo sottotitolo "Canti di Tuscia".

Nonostante una non sempre registrata propensione a spingere sul pedale dell'analogia e una qualche sostenutezza di lingua, talvolta in troppo facile confidenza con gli assoluti, Carlucci mi pare un vero poeta del paesaggio, di quelli che, per citare il Pascoli del Fanciullino (come fa Emerico Giachery nella partecipe prefazione), sa lasciare in ciò che è stato toccato dal suo sguardo «più vita di prima». Foss'anche quando la vita è appena l'eco dei fasti remoti di altre epoche.

Prendete “Chiese di Tuscania”, a proposito delle medievalissime (e bellissime: di rara e sobria bellezza) San Pietro e Santa Maria Maggiore che, coi loro on tufacei, difendono l'etrusca Tuscania dall'altrettanto etrusca Viterbo, epperò grigia e severa nel peperino, incipigliata, nei secoli, dentro un suo arcigno e repressivo moralismo. Siamo in una città che è stata già offesa da un violento terremoto che lasciò vittime e moltissimi senzatetto: «Tra questi sassi violati | dalla collera della Terra | stanno due chiese.», «Dilaga | dai rosoni | la luce. || Tra aghi di pietra | un bestiario fantastico | prega piano il Signore.», «Lasciatemi qui | tra questi calendari di tufo | tra queste vecchie rupi | sacre di millenni.», «Qui dove stanno | solo le cicale | oranti nel sole».

Una Tuscania che, nei suoi segreti. già prelude alla sorella e misteriosa Tarquinia. Parimenti medievale nella sua Civita, ma più etrusca, perché capace di sorprendere. sprofondata nella morte – come nella tomba dell'Orco «un'eterna giovinezza di piaceri». Ma leggete la poesia “La Tomba dei Leopardi”: «Ombre di pietra obese di colori | dormono | sonore ebbrezze | di luce. || Sognano una vita | che di luce la none rivestendo | anche il gelo dell'Ade fa danzare. || Così più gaia | pare l'Eternità trascorra | leggera polvere di ricordi | sospesi tra frantumi di coppe | colme di vino | disperso tra i miti». E, ancora, “La Tomba dei giocolieri”: «Stanno, tra risa di colori | senza pianto, i giocolieri, | spine di luce, portieri | del'eterno ludo del silenzio | che solo tra le ombre s'accende | di altissimo splendore».

Sono versi che senz'altro mi consentono di spiegare meglio che cosa m'ha colpito della Tuscia di questo poeta. Ciò che potrei ravvisare proprio in quello che Carlucci nei suoi versi tace, ma in qualche modo auscultandolo – e così esprimendolo – sotto i sedimenti geologici, archeologici e poi anche contemporanei (d'un contemporaneo sopportato senza furia apocalittica, però) di quel che invece appare ancora, tra macerie e vestigia, ai nostri occhi. Giachery, del resto, l'ha scritto benissimo nella sua prefazione: la Tuscia non sarebbe pienamente se stessa senza il contatto profondo con la sua dimensione ctonia «del suo substrato terrestre e antropologico». Quella dimensione che può valere, per tutti i suoi figli, come una miniera di archetipi affini a quelli di un vero inconscio collettivo.

Recensione
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