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La tenue vita

La prova del crogiolo per l'amorosa utopia di Maria De Lorenzo

A partire dal libro d'esordio, In bilico (1974), sino a questo suo sesto, La tenue vita, senza contare i quattordici Madrigali d'Utopia (1996) stampati in tiratura limitata poi ricompresi in Diario d'Utopia (1999), la presenza di Maria De Lorenzo nel panorama poetico italiano è stata discreta, ma intensa e significativa, gratificata dall'attenzione critica di lettori eccezionali. L'abbiamo già ripetuta due volte e non a caso, perché «Utopia» è da sempre la parola chiave dei suoi versi: «Sarà Utopia il grande fiume / della mescolanza / dove cambieranno tutte le parole. Un non-luogo, da intendersi piuttosto come condizione dello spirito, come angolazione dello sguardo, da dove contemplare le feroci, tutt'altro che magnifiche e progressive, sorti del mondo: quel mondo in cui però, è sempre valsa la pena sostare, perché mai disertato, anche negli attimi di più buia disperazione, da «Amore», scritto proprio così, con la maiuscola, al modo antico degli stilnovisti, con tutte le implicazioni di filosofia e metafisica che si porta con sé. Sta tutta qui, nella sua ambiziosa e appagata inattualità, la forza d'una poesia che, tra incanto e disincanto, ricorre a ogni malizia prosodica, a ogni sfarzo retorico (che, però, coincida sempre con un eccesso di pietà), alla rima stretta e larga, alla sontuosità strofica e alla contrazione quasi epigrammatica: e che non rinuncia mai a dialogare con la più grande tradizione lirica, soprattutto quella filosofica dei Bruno e dei Campanella.

Una poesia ragionativa e palpitante, culta e scintillante, concettosa e sentimentale insomma: se i concetti valgono proprio a impedire l'enfasi dei sentimenti, e i semimenti a nutrire i concetti, a scongiurarne l'impervia astrattezza. Una poesia che ha trovato sempre il suo stemma nell'ossimoro, come ancora in questo titolo ultimo, La tenue vita, se è vero che non c'è niente di meno tenue della vita, con le sue esplosioni improvvise e inaspettate, anche e soprattutto quando sembrerebbe sul punto di estinguersi: «Una fiamma pugnace / vibra di vita estrema / prima che un grigio scialbo / di cenere impalpabile / ricopra il focolare». Non inganni la misteriosamente autobiografica sezione Il bello dell'infanzia (terza di cinque, da Nel tempo del ritorno a Sinopie e dissolvenze): la vita che qui si celebra e un principio cosmogonico che si misura sui tempi remoti delle stelle e delle comete. De Lorenzo, del resto, non ha dubbi: “Mi dico che crogiolo / è la parola adatta / Contiene vita e morte.. Dall'alto promontorio degli anni, questi versi continuano a commuoverci proprio per questa miracolosa resistenza della vita, al di là di tutto sempre rinascente. E resistente proprio in virtù della sua costitutiva labilità e di quella delle parole che in essa si suggellano: «Poesia svanisce / con tutto il suo bagaglio / di memorie / come l'impronta del gabbiano / sulla battigia / al sussulto dell'onda»

01.12.2012

Recensione
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