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A settant’anni dalla morte: Antonio Machado e il paesaggio castigliano

Antonio Machado y Ruiz (1875-1939) in una breve nota autobiografica, premessa, nel 1917, alle sue Poesias completas (1899-1917) scrisse di sé stesso: “Nacqui a Siviglia nel famoso palazzo delle Dueñas, situato nella via omonima. I miei ricordi della città sono tutti infantili, perché a otto anni mi trasferii con i miei genitori a Madrid”.

Lì trascorse l’adolescenza e la giovinezza: compì gli studi nella “Institución libre de enseñanza”. Di tale scuola, fondata da Francisco Giner De Los Rìos, seguace dell’idealismo, J. Ramón Jiménez ebbe a dire: “Fu il vero focolare della raffinata superiorità intellettuale e spirituale che io prèdico: poca necessità materiale e molta ideale”.

Idealità e “laico ascetismo” che furono comuni ad A. Machado e ad altri…. Egli fece parte, infatti, della cosiddetta “Generazione del ‘98”, movimento di idee sviluppatosi dopo l’anno 1898, che era stato infausto per la nazione iberica, poiché, nella guerra contro gli Stati Uniti d’America, aveva perduto Cuba, Portorico e le Filippine.

Gli intellettuali appartenenti alla Generazione si proposero di contribuire al rinnovamento culturale, morale e civile della Spagna, riscoprendone la storia, l’arte e le tradizioni popolari.

Costoro attribuivano un alto valore simbolico alla Castiglia, regione centrale, culla della lingua comune, e ricca di memorie: da essa attendevano quasi una “rivelazione”. Cantava, ad esempio, Miguel De Unamuno (figura rappresentativa della Generazione), nella poesia intitolata appunto “Castilla”: “In te mi sento al cielo sollevato./…In te il presente acquista antiche tinte dei tempi illustri”.

E A. Machado, quale insegnante di lingua francese, ottenne, nel 1907, il trasferimento nella scuola media di Sória, cittadina castigliana sull’alto Duero. Lì conobbe e sposò Leonor, una delicata giovanetta.

Nella nota autobiografica, di cui s’è detto, il Nostro rivela anche: “I miei piaceri sono passeggiare e leggere”. Nelle camminate solitarie egli scoprì la vecchia Castiglia, una terra già da tempo desiderata e che, per lui, divenne il “paesaggio dell’anima”.

Paesaggio fisicamente aspro, rupestre, con “plaghe petrose”, “colline scure, coronate di roveri e di querce” e “piane plumbee”. A Soria, circondata da sierre brulle e da grigi poggi, le più rigide giornate del lungo inverno costringevano il poeta a stare presso il camino, dove bruciava un grosso ceppo, mentre fuori la tramontana spazzava i campi gelati.

Alfine, al ritorno alla primavera, egli poteva riscoprire le margherite nei prati e, nelle forre, le violette e il biancospino fiorito; fermarsi presso i casolari a guardare l’orticello, l’alveare, il prato con le pecore merinos: sentiva come rinascere il sogno di un’innocente Arcadia.

Ma tutta la regione, ad economia agricolo-pastorale, era depressa. Molti contadini erano sfuggiti alla vita grama, migrando nelle città della costa. Quelli che erano rimasti, si presentavano come “attoniti villani senza balli né canti”. Non c’era niente, in loro, dell’antica fierezza; niente della Castiglia “dell’orgoglio e del vigore”, abitata, un tempo, da uomini “nella lotta leoni”… Non c’erano più i romanzeri, che andavano propagando le composizioni ispirate ad eroiche gesta…

Nei centri abitati, arroccati sulle alture, i vetusti palazzi davano testimonianza di un passato insigne, ma ormai dominava lo squallore nei vicoli sordidi e ammuffiti. Il giovane poeta però non rifuggiva dalla solitudine, anzi ne era attratto (la dirà “mi sola compañia”); si ritrovava nell’aura mistica proveniente dalla austera natura. Pensava a Giner De Los Rìos, che, proprio nella meseta, una volta, aveva sognato il fiorire d’una nuova Spagna.

Per quel “vecchio lieto dalla vita santa” (morirà nel 1915) Machado auspicava la sepoltura “sotto una quercia casta | nella terra del timo”. Il poeta si perdeva dietro le sue fantasie, andando lungo la riva del Duero, ricca di pioppi, o sotto il diruto castello di Soria, sino a quando le epiche visioni mestamente svanivano: si diffondevano nella sonnolenta e avara campagna i lenti rintocchi dei vespri...

A. Machado pubblicò, nell’estate del 1912, la raccolta di poesie “Campos de Castilla”. Nella stessa estate sarà colpito dall’immenso dolore per la perdita della sposa, già ammalata di tubercolosi.

Chiesto il trasferimento, verrà destinato a Baeza. Il poeta porterà nel cuore la Castiglia, rude terra, di cui aveva sentito la diffusa spiritualità, il latente sogno di rinascita, ed anche l’intensa malinconia… Ora, poi, “Soria fredda, Soria pura “custodiva la tomba dell’indimenticabile Leonor…

Campos de Soria

Es la tierra de Soria árida y fría.
Por las colinas y las sierras calvas,
verdes pradillos, cerros cenicientos,
la primavera pasa
dejando entre las hierbas olorosas
sus diminutas margaritas blancas.
La tierra no revive, el campo sueña.
Al empezar abril está nevada
la espalda del Moncayo;
el caminante lleva en su bufanda
envueltos cuello y boca, y los pastores
pasan cubiertos con sus luengas capas.

* * *

Las figuras del campo sobre el cielo!

Dos lentos bueyes aran
en un alcor, cuando el otoño empieza,
y entre las negras testas doblegadas
bajo el pesado yugo,
pende un cesto de juncos y retama,
que es la cuna de un niño;
y tras la yunta marcha
un hombre que se inclina hacia la tierra
y una mujer que en las abiertas zanjas
arroja la semilla.
Bajo una nube de carmín y llama,
en el oro fluído y verdinoso
del poniente, las ombras se agigantan.

* * *

Yo tuve patria donde corre el Duero
por entre grises peñas,
y fantasmas de viejos encinares,
allá en Castilla, mística y guerrera,
Castilla la gentil, humilde y brava,
Castilla del desdén y de la fuerza...

* * *

Oh !, sí, conmigo vais, campos de Soria,
tardes tranquilas, montes de violeta,
alamedas del río, verde sueño
del seulo gris y de la parda tierra,
agria melancolía
de la ciudad decrépita,
me habéis llegado al alma,
o acaso estabais en el fondo de ella?

Da “Terre di Soria”

È la terra di Soria arida e fredda.
Per le colline e per le sierre brulle,
per verdi praticelli e grigi poggi,
la primavera passa
tra le erbe che odorano lasciando
le sue minute margherite bianche.
La terra non rinasce, il campo sogna.
Ritorna aprile ed è ancora nevoso
il dorso del Moncayo;
il viandante protegge collo e bocca
con la sciarpa da inverno, ed i pastori
vanno coperti dalle lunghe cappe.

* * *

Le immagini del campo sopra il cielo!
Lenti due buoi arano su un colle,
all’inizio d’autunno,
e tra le loro nere teste prone
sotto il pesante giogo,
pende un cesto di giunchi e di ginestra,
ch’è la culla d’un bimbo;
e va dietro la coppia
un uomo che si curva verso terra
e una donna che getta la semente
dentro gli aperti solchi.
Sotto una nube accesa di carminio,
nell’oro che a ponente s’è diffuso
verdognolo, le ombre ingigantiscono.

* * *

Io ebbi patria dove scorre il Duero
in mezzo a grigie rupi,
e tra fantasmi di querceti annosi,
lassù in Castiglia mistica e guerriera,
Castiglia la gentile, umile e altera,
Castiglia dell’orgoglio e del vigore…

* * *

Campi di Soria, oh! sì, con me venite,
placide sere, monti color viola,
pioppàie lungo il fiume, verde sogno
del suolo grigio e della scura terra,
aspra malinconia
della città decrèpita,
mi siete dentro l’anima arrivati,
o forse già stavate in fondo ad essa?

(Traduz. di Franco Orlandini)

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