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Alcune note su Giosuè Carducci

L’anno 2007 ci aveva ricordato il primo centenario della morte, avvenuta a Bologna, di Giosuè Carducci.

Egli era nato a Valdicastello, in Versilia, nel 1835; dai tre ai quattordici anni di età visse in diversi comuni della Maremma, nei quali suo padre – uomo di idee liberali – era medico condotto.

Dal 1849 studiò a Firenze, poi a Pisa, dove si laureò.

Insegnava nel liceo, quando fu chiamato, nel 1860, alla cattedra di letteratura italiana nell’Università di Bologna. Vi rimarrà sino al 1904.

Come ha scritto Renato Serra, “ il Carducci è sempre lo scolaro di Firenze e di Pisa, che leggeva i classici per imparare da loro la lunga lezione dell’arte … “ E il critico ha proseguito: “ Io penso a quest’uomo come fu in realtà; a questo professore che ha passato tutta la vita sua in mezzo ai libri e che solo dalle finestre del suo studio ha potuto vedere gli uomini e le donne e l’universo. Ma come era buona e sana e forte la sua anima ! “

E il Carducci fu professore integerrimo; ebbe un esemplare senso del dovere; ancora negli ultimi anni continuava a preparare le sue lezioni …

Egli formò generazioni di giovani laureati, non solo culturalmente, ma moralmente, raccomandando loro – con parole pur sempre attuali – “ di anteporre sempre nella vita, l’essere al parere, il dovere al piacere; di mirare alto nell’arte, anzi alla semplicità che all’artifizio, anzi alla grazia che alla maniera, anzi alla verità e alla giustizia che alla gloria. “

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Il Carducci (come è noto Premio Nobel nel 1906 per la letteratura ) ebbe, come poeta, alterna fortuna.

Negli anni in cui dominava il realismo (o verismo) egli stesso difese la sua tendenza a risvegliare il passato, scrivendo, nel 1879, in nota alla “Canzone di Legnano”, “contro certe teoriche, le quali in nome della verità e della libertà vorrebbero condannare la poesia ai lavori forzati della descrizione a vita del reale odierno, e chiuderle i territori della storia, della leggenda, del mito … Ma al poeta è lecito, se vuole, andare in Persia e in India, non che in Grecia e nel Medio Evo: gli ignoranti e gli svogliati hanno il diritto di non seguitarlo.”

Con il diffondersi del Decadentismo, e delle sue diramazioni, nel Novecento la poesia del Carducci, rimasto fedele alla tradizione classica, parve provinciale, aulica e professorale. Dalla fine degli anni Cinquanta, alcuni critici hanno operato una cernita nella sua produzione, indicando i pochi testi, secondo loro, da salvare, come “San Martino”, “Pianto antico”, “Idillio maremmano” …

Verso la fine del Novecento, A. Berardinelli, ad esempio, scriveva: “Per quanto si cerchi, si sfogli, si rilegga, con Carducci si torna sempre sulle stesse poesie.” 1

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Eppure, tra il variare delle mode, si staglia ognora nettissima la poesia carducciana con la sua costruzione metrica solida e costante; con la ricchezza vibrante di sentimenti, di pathos; con la plasticità delle figure; poesia che apre vasti panorami ritratti come spettacolo di bellezza o come scenario di un’epopea; ed anche avvolti da un velo d’incanto e di virile malinconia …

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Virilmente, ma anche il Carducci fu attratto dalle illusioni e sofferse l’amarezza dello stacco tra reale e ideale. Ce lo ricorda il sonetto dal titolo “Traversando la Maremma Toscana”. 2

In una piovigginosa mattina di primavera, seppur in modo fuggevole, viaggiando in treno, il poeta ha rivisto, appunto, la Maremma.

Lì era cresciuto in luoghi rustici, liberi e, in aderenza ad essi, si erano sviluppati in lui il carattere fiero e “lo sdegnoso canto”, agitati entrambi da contrastanti passioni.

Negli aspetti del “dolce paese”, tuttora impressi nell’intimo, il Carducci, commosso, è andato come a ricercare le tracce delle fantasie, dietro le quali la sua incipiente giovinezza si perdeva. Quei sogni, egli non li aveva mai abbandonati; aveva continuato ad inseguirli, senza, tuttavia, vederli avverati: “Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano; / e sempre corsi, e mai non giunsi il fine …”

Alla gioia provata d’improvviso, ha, quindi sentito mescolarsi un senso di sconforto; e anche il pensiero della morte forse vicina lo ha sfiorato: “e dimani cadrò”.

Nell’allontanarsi da quello ch’era rimasto, per lui, il più caro paesaggio dell’anima, così ricco di memorie, il Carducci s’è sentito, tuttavia, rasserenato: al suo cuore hanno suggerito “pace” sia le colline sulle quali la nebbia andava dileguando, sia la pianura “ridente”, resa lustra dalla leggera pioggia primaverile.

 1) Nel suo libro “100 Poeti”, Oscar Saggi Mondadori, 1997.
2
) Datato 1885, si trova nella raccolta “Rime nuove” (1861-1887).

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