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Alcune note su Salvatore Quasimodo (1901-1968)
a cinquant'anni dalla morte

L’anno 2018 ha ricordato i cinquant’anni dalla scomparsa di Salvatore Quasimodo..

Nella sua nota poesia “Lettera alla madre”* il poeta è ritornato col pensiero a quando aveva lasciato la casa dei genitori.

Era un ragazzo dal temperamento sentimentale e impulsivo, tanto che sua madre stava in apprensione per lui: “Povero, così pronto di cuore, / lo uccideranno un giorno in qualche luogo.”

Indossava “un mantello corto”, tipico del costume siciliano, e teneva in tasca dei fogli con su scritte alcune poesie.

Era nato nel 1901 a Modica (Ragusa), figlio d’un ferroviere; aveva conseguito il diploma di geometra ed intendeva proseguire gli studi al Politecnico di Roma; dovette però desistere per ragioni economiche.

Assunto nel 1926 al Ministero dei Lavori Pubblici, venne assegnato al Genio Civile ed inviato in varie città d’Italia.

Nel 1929 troviamo il nostro a Firenze, dove risiedeva sua sorella, il cui marito era Elio Vittorini.

Questi introdusse il giovane parente, che aveva sempre custodito dentro di sé le aspirazioni letterarie, nel fervido clima culturale della città e in particolare nell’ambiente della rivista “Solaria”.

Negli anni tra le due guerre, a Firenze, come si sa, ebbe il suo sviluppo la tendenza dell’ermetismo; e in Quasimodo s’è sempre visto un rappresentante dell’ermetismo, insieme con Ungaretti e Montale.

Il nostro ritornava, di tanto in tanto, seppur per poco tempo, in Sicilia, e così ne rivedeva il paesaggio con i suoi colori, risentiva i caratteristici aromi ….

Nella sua poesia egli rievocò l’infanzia e la fanciullezza trascorse nell’isola, che gli appariva beata, e perciò simile a un mito.

Ma, sentendosi ormai uno sradicato, un esiliato, espresse anche la sua delusione, la sua pena.

Il fascino della Sicilia “greca”, nondimeno, predispose Quasimodo all’incontro con gli antichi poeti ellenici.

Il nostro, quando era a Roma, ebbe modo di studiare, sotto la guida d’un monsignore, il latino e il greco; ed immedesimò tutto sé stesso nella traduzione dei lirici, conferendo alle loro poesie una forma del tutto moderna, tale da “trasmettere un brivido di riscoperta”, come disse C. Garboli.

Le prime sillogi di Quasimodo, da “Acque e terre”, Firenze, 1930 a “Ed è subito sera”, Milano, 1942, avevano ottenuto dai critici militanti, pareri favorevoli, ma anche alcuni negativi, a causa del diffuso manierismo.

Per l’opera “Lirici greci” (Milano, 1940) i consensi furono unanimi.

Intanto, nel 1941, venne assegnata al nostro, a Milano, per “chiara fama”, una cattedra di letteratura italiana.

Nel secondo dopoguerra, Quasimodo volle conferire alla sua poesia un carattere di impegno umano, morale, sociale.

Nel saggio “Sulla poesia contemporanea” del 1946 egli scriveva: “Rifare l’uomo, questo è l’impegno”. Ridare all’uomo uscito dalla tragedia della guerra, nuovamente fiducia, aiutarlo a vivere con nuovo rinnovato coraggio …

Nel “Discorso sulla poesia del nostro tempo” del 1956, il nostro assumeva “una secca posizione antiromantica e antidealistica”, giacché “La vita non è sogno. Vero l’uomo / e il suo pianto geloso nel silenzio”.

Alla silloge “Con il piede straniero sopra il cuore”, del 1946, seguirono altre, sino a “Dare e avere” del 1966; e possiamo concludere con Giacinto Spagnoletti** che “partito da scarni spunti di verbalità letteraria, all’inizio del movimento ermetico, il poeta era giunto, col tempo e l’esercizio maggiormente affinato, a riconoscere la sua vera disposizione al colloquio con sé stesso e con gli altri”.

Quasimodo, cui venne conferito il Premio Nobel nel 1959, si spense, come s’è detto, nel 1968, a Napoli.

*Nella silloge “La vita non è sogno”, Milano, 1949
** Nella sua “Storia della letteratura Italiana del Novecento” Newton, Roma, 1994

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