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Alcuni tratti della biografia di Luigi Bartolini

“Cultura e Prospettive” n. 30 Gen.- Marzo 2016

La personalità di Luigi Bartolini (1892 –1963), eccellente acquafortista, pittore, scrittore, poeta ed estroso polemista del Novecento, si rivela attrattiva, perché quella d’un uomo e d’un artista ognora geloso della sua indipendenza; portato al malumore, se scontento di sé e dell’ambiente; pronto allo sdegno, ma anche capace di affetti sinceri; per lo più solitario, ma amico della natura confortatrice; soggetto ad esaltazioni ed oscuramenti; attento agli aspetti molteplici della realtà, riflessi poi nella sua opera multiforme … 1

Era nato a Cupramontana, paesotto situato sulle amene colline vitifere della provincia d’Ancona.

Suo padre Giuseppe era maestro elementare del luogo; si dilettava di pittura e partecipò nel 1935 ad una mostra di artisti cuprensi. Bartolini lo ha rievocato in una lunga lirica dal titolo “Visita a mio padre”2.

Nonostante avesse il carattere proprio d’un uomo “severo e severissimo”, era sempre rimasto nel ricordo del figlio. Questi non dimenticava le passeggiate del tempo innocente dell’ infanzia, quando il genitore lo “guidava per mano”, andando lungo i sentieri fiancheggiati dalle acacie in fiore o tra le chiome dei sambuchi. Nelle bianche e odorose infiorescenze, il bambino poteva notare le cetonie dorate che vi si posavano, sentendo già sorgere dentro di sé quell’interesse verso la natura che in futuro lo avrebbe sempre distinto.

E Bartolini ha nominato luoghi familiari, nei dintorni del paese natale, visitati abitualmente. Ed ecco il ginestreto o i vigneti o la Villa del Bifolco. “Era, nella villa del Bifolco, l’erma antica virgiliana / e sulla nicchia, alla parete, la dorava l’ora del tramonto”. I due si spingevano, talvolta, sino in vista della vallata dell’Esino. Ritornavamo tardi, riferisce il poeta, al lume della luna, mentre mia madre era ad attenderci.

Il bambino, in quegli anni, provava ammirazione verso il padre: lo vedeva splendere come un sole, alla cui luce crescere; lo vedeva vigoroso come una quercia; i suoi folti capelli neri gli sembravano come le fronde d’un cipresso.

Ma gli atteggiamenti troppo rigidi del genitore non potevano non inasprire sempre più i rapporti col figlio, quando questi entrava nell’età dell’adolescenza e veniva manifestando quel temperamento irrequieto, scontroso, libero, che non lo avrebbe più abbandonato per tutta la vita. Si fa notare un verso (racchiuso tra parentesi), che sottintende il rammarico, sebbene stemperato dal tempo, riguardante il severo comportamento paterno e le sue ripercussioni nel rapporto reciproco (“Ahimé, forse troppo lo fosti, oh mio buon padre!”).

Ora Luigi faceva da solo lunghe camminate per i campi; andava curiosando presso qualche sparso casolare; entrava nei boschi, come a cercar protezione e rifugio tra l’amica natura.

Egli prese, quindicenne, la licenza tecnica nella vicina città di Jesi.

Migliori erano i suoi rapporti con il nonno paterno; e da questi ricevette l’apporto finanziario necessario per potersi stabilire, dal 1907, a Siena, dove, assecondando la nativa inclinazione per le arti figurative, frequentò l’Istituto delle Belle Arti; vi conseguirà l’abilitazione all’insegnamento del disegno.

Successivamente il Nostro andò a Roma dove, all’università, seguì lezioni di letteratura e di storia dell’arte, nonché di anatomia. Ormai preso – come disse – dalla “febbre delle Belle Arti”, eccolo, nel 1913 –‘14, a Firenze, a frequentare, all’Accademia, la scuola di nudo, e, all’Università, il corso di anatomia. Continuava a ricevere dal nonno, ed ora anche dal padre, un sussidio mensile per le sue necessità. Aveva trovato alloggio nell’abitazione d’un vecchio e bonario mosaicista, sita in via degli Alfani.

Firenze, in quel periodo antecedente la Grande Guerra, era ricca di fermenti culturali; le riviste letterarie “La Voce” e “Lacerba” avevano entrambe i loro fervidi sostenitori. Ma il giovane Bartolini, che non aveva sentito la suggestione del dirompente futurismo, non era nemmeno interessato a conoscere il futurista Papini e i lacerbiani.

Aveva frequentato la biblioteca; attraverso assidue letture aveva acquisito una buona conoscenza degli autori classici, ma si era fermato al Leopardi: “Per me, allora, il mondo spirituale cessava con Leopardi” …

Rimaneva, quindi, lontano dai caffè, come quello delle “Giubbe Rosse”, dove si ritrovavano letterati ben vestiti e impomatati, impegnati nelle loro interminabili discussioni. Preferiva passare ore agli Uffizi, ad osservare le acqueforti di Rembrandt e di Fattori.

Gli piaceva anche andare per teatri e varietà, soprattutto per vedervi le belle spettatrici; scriveva, tuttavia, alcune cronache di teatro per una rivista di nome “Il Fieramosca”. Nella redazione sentiva parlare di poeti e di artisti, ed anche di Dino Campana, che aveva una brutta nomea, essendosi sparsa la voce che fosse un pazzo, un esaltato, pronto a far scenate, tanto che tutti lo evitavano.

Il giovane Bartolini aveva, invece, un gran desiderio di conoscerlo, poiché s’era fatto di lui l’idea del vero, libero “poeta”, d’un uomo diverso da tutti gli altri. Egli pregò, pertanto, il redattore-capo (un certo Lucchesi) che glielo presentasse.

Un giorno, invero, proprio in via degli Alfani, avendo visto passare un tipo alquanto strano, dentro di sé “sentì” che doveva essere “lui”; perciò lo osservò attentamente, fino a che non scomparve dalla vista.

Nel 1914 Bartolini era ventiduenne e Campana aveva ventinove anni, essendo nato a Marradi nel 1885.

Una sera, infine, sul tardi, Lucchesi condusse nella pensione di Bartolini, il desiderato Campana. Questi però si presentò con un’aria abbattuta, come stordito; aveva la barba incolta, i vestiti sudici; sembrava un fuggiasco, ed infatti aveva problemi con la giustizia. Chiese soltanto una semplice stuoia, per stendersi sul pavimento a riposare.

I due giovani, nei giorni successivi, entrarono pian piano in confidenza. Uscivano di casa alle prime luci dell’alba e andavano a passeggio, spingendosi sin verso Fiesole o Settignano. In quelle prime ore del giorno, Dino si rivelava pienamente poeta; la poesia gli fioriva fervida sulle labbra; era come ispirato, tanto che Bartolini ha scritto che “la notte era stato, però, Iddio a mettergli in bocca le note musicali delle parole”.

Quando Campana s’infervorava nel suo eloquio, diventava come un fringuello o un usignolo vibranti nel loro canto primaverile. “Una parola di Dino, mi ridava cuore, mi illuminava” ha confessato Bartolini.

Se non parlava, rimaneva estatico a contemplare i campi; e, in tale atteggiamento, sembrava capace di provare una gioia primitiva; biondo e con gli occhi chiari e ardenti, appariva raggiante, sprigionava un fascino dionisiaco.

Ma Campana alternava periodi di esuberanza, con altri in cui si mostrava torpido, quasi spento. Si isolava, allora, vagabondando in luoghi appartati; oppure dandosi alla lussuria. Il sodalizio, trascorso senza discordie o litigi, durò non più di una quindicina di giorni; poi Campana si eclissò, come era solito fare …

Ma si era ormai alle soglie del primo conflitto mondiale; nel maggio del 1915, l’Italia entrava in guerra contro l’Austria. Chiamato alle armi, Bartolini fu inviato sul fronte del Carso e poi su quello del Piave e, come ufficiale, si distinse, ottenendo una medaglia di bronzo al valore.

Il Nostro, nel primo dopoguerra, si stabilì, dal 1919, a Macerata, quale insegnante di disegno nell’istituto tecnico professionale; si sposterà, poi, sempre come insegnante, a Camerino.

Egli si sentiva particolarmente attratto dalle ubertose campagne del maceratese, distese tra i fiumi Chienti e Potenza. Continuava a frequentare le strade campestri; e, con la sua spiccata inclinazione sensuale, guardava volentieri le ragazze che tagliavano l’erba e portavano un rosso tulipano nel “fiorente petto”; e quelle belle contadine, fiere, ma gentili, che egli si raffigurava come mitiche ninfe; o le lavandaie presso una rustica fontana; o le figlie dell’ostessa di qualche osteria di paese … Tutte ragazze che, senza belletti, mostravano “una beltà nativa”.

Ma verso la campagna, Bartolini provava anche un puro sentimento mistico, tuttora romantico. Di fronte alle bellezze della natura rimaneva in contemplazione riverente; soprattutto sul far della sera avvertiva una misteriosa presenza: “Dopo che spento è il sole, non s’odono che parole d’Iddio per silenziose selve e colline”. Come un “monaco disperso” saliva su qualche altura a visitare una vetusta abbazia …

I fertili terreni gli apparivano “santi, benedetti”, come “sante” considerava le giornate dei grossi lavori delle seminagioni e dei raccolti, in cui vedeva l’impegno di famiglie patriarcali, in ciascuna delle quali i numerosi componenti riconoscevano l’autorità del vecchio, ma rubizzo “vergaro”, custode d’una saggezza esiodea.

Nel 1922, all’esposizione provinciale d’Arte di Macerata, Bartolini conseguì la Grande Medaglia d’Argento; e fu il primo di una ben lunga serie di premi per la pittura, il disegno e soprattutto per le incisioni all’acquaforte; parteciperà più volte, dal 1928, alla Biennale di Venezia (nel 1942, il Gran Premio), alla Quadriennale di Roma, a mostre collettive o personali in Italia e all’estero.

Come insegnante, Bartolini sarà trasferito, anche se per brevi periodi, in sedi lontane, come Pola e Caltagirone. Nel 1930 lo troviamo ad Osimo (Ancona); qui, nel contado, conobbe Anita, che diverrà la sua compagna. Pubblicò intanto due libri, anche questi i primi d’una lunga lista: “Passeggiata con la ragazza” e “Ritorno sul Carso”.

* * *

Nel 1928 Bartolini stava scrivendo il libro della “Passeggiata” e aveva già composto i poemetti “La Partenza” e “Parenti”; li aveva mandati a Vincenzo Cardarelli (1887 – 1956), avendo fiducia nel suo “fiuto di maestro”.

Questi gli rispose subito, scrivendo tra l’altro: “Io sono come un vino posto ad invecchiare in cantina; ma lei lo deve sapere da sé, senza che glielo dica io, il suo valore. Ad ogni modo ho fatto, per lei, ciò che non avrei fatto per alcun altro letterato. Ho letto, ad alta voce, un suo poemetto, in Aragno”3.

E con gli “amici del caffè Aragno”, Cardarelli, a Roma, nell’aprile del 1919, aveva fondato la rivista letteraria “La Ronda”, assertrice del neoclassicismo. A Bartolini, letterato – come abbiamo detto - di derivazione classica, che sentiva forte l’ascendenza leopardiana, “La Ronda”, cardarelliana e “leopardiana”, era subito piaciuta; gli era apparsa, in particolare, come una “nobile reazione contro il marasma futurista”. Ma poi egli doveva constatare con amarezza che purtroppo il periodico aveva pochi lettori e che soprattutto non veniva appieno “meditato”.

Il Nostro ricorda che quando si trovava a Macerata (“a guadagnarsi onestamente il pane, facendo l’umile scoletta”, come egli stesso ha detto), il tipografo maceratese de “La Ronda” gli aveva confidato che pacchi della rivista gli ritornavano, per la resa, intonsi.

Recatosi a Roma, poco tempo dopo, Bartolini ebbe modo di incontrarsi, in una modesta trattoria di Trastevere, con lo stesso Cardarelli, ed ebbe l’ingenuità, o meglio l’imprudenza, di fargli presente che “La Ronda” forse la leggevano soltanto i suoi collaboratori e pochi altri … Impetuosa fu la reazione di Cardarelli; seguì un’accesa discussione, al termine della quale però i due si rappacificarono.

Bartolini ammirava Cardarelli, poiché questi era un uomo fermamente convinto della sua austera missione di letterato; ne ammirava la condizione di indipendenza, per la quale non aveva mai chiesto né ottenuto favori. Comprendeva la passeggera impulsività di quel solitario, che aveva fama di avere un cattivo carattere. Non era molto dissimile da lui …

Quando si trasferirà nella capitale, Bartolini avrà modo di incontrare il poeta, che sostava in via Veneto, ormai chiuso nel precoce invecchiamento, pur sempre solingo, indigente, malato … E, ogni volta, sarà preso da angoscia, tanto da averne le pupille inumidite.

* * *

Ritornando al Nostro, va ricordato che nel 1933 egli venne arrestato per antifascismo. Era iscritto al partito fascista, ma non poteva frenare la sua vis polemica contro certi gerarchi e alcuni artisti amici dei gerarchi.

L’anno seguente fu inviato al semiconfino a Merano. Vi conobbe una giovane appartenente a un’umile famiglia del luogo, Anna Stickler, e con lei visse un intenso idillio, nel paesaggio alpestre di prati, di boschi, di fiumi. Bartolini, nel 1936, scriveva: “Pace, per poco; e solo in occhi di ragazze, / (non quelle che sono al mondo accostumate); / pace, per poco, e solo in occhi di ragazze”. E, per lui, la ragazza per eccellenza era Anna Stickler, creatura genuina, inserita nella sua verde cornice naturale: “Anna Stickler, la sua Malga, i suoi fiumi! / Anna Stickler, e l’Adige, e il Passirio! / Anna Stickler: ecco il solo bene che io conobbi!”.

Egli continuava a girovagare, secondo il suo costume: “Poi, solitario, camminando per il Passirio / io, solo, lentamente, per i boschi, per il Passirio; eppoi nei boschi …” E ritornava da Anna: “ Ma sotto campana di vetro, / lontano da tutti, il poeta con Anna, Anna con il poeta, / deh, sotto campana di vetro con Anna rinchiudetemi!”

Bartolini poté dal 1938 stabilirsi a Roma. Rifuggendo, appena gli era possibile, “l’eco del cittadino marasma”, prendeva strade suburbane e lungoteveri, sino a raggiungere il Bosco del Lorenese, così chiamato, perché, nel Seicento, fu caro al francese Claude Gellée, detto il Lorenese, pittore di paesaggi boscosi e fluviali.

A tal riguardo può ricordarsi la poesia che si riferisce a tale bosco,4 e che inizia con i versi: “Forse i due amanti sono scomparsi, / che io disegnai in una sera d’agosto, / al limitare del Bosco del Lorenese.”

Nel commento che ne fa lo stesso autore, egli ci illustra i caratteri tecnici della sua arte, ma ancor più quelli ideali. Bartolini scrive: “Il senso è il seguente: il poeta incisore all’acquaforte s’incontra, andando per i campi, con una coppia d’amanti e li ritrae (sopra una lastra di rame aspersa di cera ), disegnando come si fa da chi è acquafortista (lastra che una volta disegnata viene poi profondamente incisa con un acido, detto anticamente acquaforte ). Gli amanti presto si lasciano … Il poeta però rammenta tale loro sera … Egli vuol dire che le immagini, create dall’arte, durano di più di quelle fragili della realtà.”

* * *

Bartolini, prossimo alla sessantina, fece visita a suo padre da tempo infermo5. Lo trovò che era diventato quasi cieco, con le mani tremanti e il passo vacillante … Come diverso dalla salda quercia, che, nell’infanzia, egli s’era immaginato e aveva ammirato …

La poesia, di cui abbiamo detto all’inizio, è materiata di malinconia; il poeta ha, anch’egli, i capelli grigi; nella sua vita ha attraversato periodi travagliati e “brevi furono – egli dice- le ore di pace, / brevi le ore di pace, a contarle, oh mio buon padre!” Sua madre defunta, era ormai lontana “oltre Stige crudele”… Sentiamo anche da lui ripetere la mesta considerazione che la vita, dopo le prove difficili e dolorose che impone, conduce, per di più, all’infermità e alla morte … E la memoria dei pochi momenti sereni, richiamata attraverso la poesia, può forse giovare a una sia pur breve consolazione? Bartolini, ad ogni modo, ha cancellato il titolo originario “Visita a mio padre”, sostituendolo con “Padre se giova la memoria”.

Ritornando, poi, per quelle stradine campestri percorse in anni lontani, al Nostro, nel rivedere questo o quel casolare, piaceva rammentarsi del “contadino felice”, che lo abitava … Ma forse costui l’aveva già abbandonato, attratto dalla città … Riguardava i boschi, dove aveva sostato a trovar ristoro e a fantasticare; ma, ormai spogli delle “favole” antiche, apparivano soltanto , come al Leopardi, un“romito nido de’ venti”.

Bartolini rimpiangeva il tempo in cui le sue opere erano cresciute “ricche, perché erano figlie d’aria e di cielo”… “Io – come ha scritto – le portavo pei campi a spasso con me / come il babbo vi conduce i suoi figli.” Ma l’ambiente rurale, già verso gli anni Sessanta, in seguito al fenomeno dell’urbanesimo, andava mutando; e il poeta comprendeva che non poteva più nutrire le immaginazioni popolate di “ninfe e muse, pastori gentili, fauni poeti, agresti eroi”.

Bartolini ha riportato quanto diceva Campana: “Diceva che la vita è una lima che toglie, agli esseri, la corteccia profumata della poesia. E che la fragilità della poesia si consuma vivendo”6.

Ed era anche la sua riflessione, e tale da diventare ossessiva.

Simile a una lima, che, nella sua azione, raspa, assottiglia, asporta, e produce polvere, il tempo così incessantemente agisce sull’esistenza umana, anche sugli aspetti più attraenti. E rimane la polvere che si posa, che s’insinua dovunque, alterando, sfigurando … “Se non si rinnovasse, in perpetuo, / codesto mito della polvere! / La polvere domina, in ultimo, sopra ogni creatura; / e anche s’adagia su i petali delle rose nei verzieri”.

Note

1)”Un caso di scrittore del tutto indipendente sino ad essere discusso, accettato e poi relegato nell’oblio”, come scrive Giacinto Spagnoletti nella sua “Storia della letteratura del Novecento” Newton, Roma, 1994.

2)Autografo riportato in “Storia della letteratura italiana – Il Secondo Novecento” vol. I G. Miano Ed. Milano, 1993. La raccolta “Al padre e altri poemetti” era stata pubblicata dallo stesso editore nel 1958.

3)Dal volumetto dello stesso Bartolini : “Cardarelli e altri amici”, 1959.

4)Dal titolo “Orme”, dal vol. “Pianete”, raccolta di 250 poesie, 1953.

5)Nato nel 1869, morirà nel 1952: “ Centro di documentazione L. B.” Cupramontana.

6)Dal volumetto “Cardarelli e altri amici”, già citato.

Materiale
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