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Aspetti della Primavera

La primavera si sbizzarrisce nella sua mutevolezza; arreca rinascite subitanee e impensabili, ma anche attenua la luce e produce smarrimento e sconforto.

E’ questa una mattina in cui sfolgora il sole, ma c’è un gran transitare di nuvole: alcune bianchicce, isolate, seguite da altre sempre più grigiastre e piuttosto basse, incessanti. Vanno ad accumularsi lungo la linea estrema dell’orizzonte chiuso dalle alture.

Il loro passaggio produce nel giardino un alternarsi di bagliore solare, di mezzetinte e di repentini ombreggiamenti.

In un angolo son venuti su cespugli di margheritone ed i fiori bianchi si fanno, a tratti, lucenti, quando li investe un fascio di raggi.

Giungono, ad intervalli, farfalle, di quelle bianche, tutte da una medesima direzione; ognuna sosta su una corolla e, confondendosi con essa, partecipa dell’improvvisa candidezza.

Ma il vento, ecco, prende a spirare teso; la luminosità, che già si affievolisce sempre più spesso, si spegne bruscamente sotto il cielo copertosi di fitti vapori.

Qualche farfalla giunge tuttora, ma, prima che possa avvicinarsi ai fiori viene sollevata via e portata a disperdersi lontano …

Stanno un uomo e una donna, entrambi ancor giovani, presso il muro di cinta. Hanno discusso a lungo, e in maniera concitata; poi s’è interposto il silenzio. Il vento abbassa i lunghi capelli neri sul viso scolorito e stanco di lei; scompigliandosi, le coprono gli occhi rattristiti, chini verso terra.

Mutamenti si succedono nella natura … e commozioni nell’animo umano …

I fiori delle gioie passate – o di quelle sperate – per quei due si sono coperti d’ombra; e sono svanite le lievi farfalle dei sogni, dopo che è venuta meno, sotto le nubi dell’incomprensione, la luce vivida dell’amore.

Ormai separati, l’uomo e la donna si avviano mestamente verso il cancello, dentro il lume semispento, che s’ è diffuso tutt’intorno.

° ° °

E’ una sera che fascia tranquilla la campagna.

Laggiù il tramonto, sgombro dalla nebbia, si distende come un arazzo, dove piccole nubi porporine suggeriscono figurazioni bizzarre.

Quasi al centro risalta azzurrato, simile a un simbolo di forza, un gruppo di monti.

Sulla cima d’un colle più vicino, diventa ancor più cupa un’accolta serrata di cipressi.

Le stradine campestri esalano primordiali odori; nei giardini s’esaltano arbusti fragranti.

Forse un incensiere invisibile spande un effluvio sereno dalla terra che s’addormenta sino a quelle piume rossicce che uno stormo di nuvole ha lasciato dietro di sé, nel suo lento migrare verso i lidi della notte.

Con le prime tenere ombre, le colline circostanti sembrano agghindate d’un velluto turchino, che, per un poco, si mantiene, prima di annerirsi.

Su di esso formano un vivo ricamo le luci che punteggiano le strade.

Conducono ai paesini sparsi, i quali, con i loro lumi palpitano come minuscoli cuori.

Umili, ma sembra che via via un rapporto colloquiale li unisca con le occhieggianti costellazioni.

Un colloquio che la grande città ha irrimediabilmente perduto.

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