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Avventura intellettuale e umanità
in Giovanni Papini
(1881/1956)

Cinquant'anni fa si spegneva nella città natale il fiorentino Giovanni Papini. Proveniva dalla modesta famiglia d'un artigiano. Frequentò la scuola in un edificio da lui ricordato come "un casone altissimo colore d'uggia", situato nel centro storico di Firenze. Non potendosi permettere il liceo e l'università, andò alla scuola normale (quella che verrà chiamata istituto magistrale, dopo la riforma Gentile) e ne uscì nel 1889 con il diploma di maestro elementare. Ma egli, sin dalla scontrosa fanciullezza, era stato un insaziabile autodidatta.

Nel 1902 Papini ottenne l'incarico di bibliotecario presso il Museo di Archeologia, fondato, a Firenze, da Paolo Mantegazza, seguace delle teorie darwiniane. Insegnava contemporaneamente italiano in un istituto privato. Il giovane avvertì ben presto l'angustia e l'immobilismo delle teorie positivistiche e deterministiche, entro cui la sua vigoria spirituale soffocava.

Agli inizi del XX secolo avvenne anche in Italia una fioritura di riviste letterarie e di pensiero. Papini fu chiamato quale redattore de "Il Regno", foglio nella corrente del dannunzianesimo, di tendenze nazionalistiche, diretto da Enrico Corradini.

Nel 1903 Benedetto Croce fondava "La Critica", rivista banditrice dell'idealismo. Papini, Giuseppe Prezzolini ed altri giovani letterati e artisti, a Firenze, davano vita al "Leonardo" (1903-1907). I leonardiani si dichiaravano desiderosi di universalità, di liberazione, per cui volevano intensificare la propria esistenza, aprendosi alla creatività; si proponevano di far uscire la cultura dal chiuso delle accolte accademiche, rendendola militante, con l'intento di farla incidere, realtà viva, anche sulla realtà sociale, con finalità elevanti. Il "Leonardo", polemico sia verso il positivismo sia verso l'idealismo, esaltò l'azione sulla scia del pragmatismo["Il Pragmatismo" (Milano, 1913) con scritti dal 1903 al 1911]; divulgò in Italia teorie antinaturalistiche, quali la filosofia di Blondel e di Bergson; successivamente sconfinò in orientamenti mistico-teosofici.

Papini, intanto, nell'ambito della narrativa, aveva pubblicato, nel 1906 e nel 1907, due libri di racconti (Il tragico quotidiano e Il pilota cieco) in cui si intrecciano reale e invenzione fantastica e cerebrale, in un'atmosfera oscura, inquietante, grottesca, che si ricollega sia a Maeterlinck sia ad Allan Poe (nel quale Papini vedeva, come in lui, antagoniste la fantasia poetica e l'attitudine dialettica).

Nel 1912 uscì a Firenze Un uomo finito. Il libro rappresenta un'appassionata autodisamina degli avvenimenti interiori dell'autore sino ai trent'anni, dopo il fallimento delle velleità intellettualistiche di un individualista proteso a temerarie avventure. E non in una dimensione materiale (la biografia di Papini si presenta povera di fatti rilevanti, se si eccettua una sua breve permanenza, alla fine del 1906, a Parigi, dove venne a contatto con gli esponenti dell'avanguardia), ma libresca, mentale, ideale. Papini conobbe attrattive, entusiasmi e disinganni, sino a ricusare, alla fine, la filosofia quale "cabala affannosa di segni attorno al nulla".

Già nel 1906, nell'opera Il crepuscolo dei filosofi (sua "prima autobiografia intellettuale") l'aveva definita inutile serva e aveva denunciato il fallimento di molti teorici e, in particolare, del sogno di assoluto di Hegel e della apoteosi di potenza di Nietzsche. Ma era fallito anche il suo anèlito di "sapere, sapere, saper tutto" e si mostrerà vano l'impegno a costruire "la fisiologia e la psicologia dell'uomo potente", dotato di volontà sublimata da impiegare in un vasto disegno palingenetico. Così Un uomo finito contiene anche pagine stanche e malinconiche, specchio di un'accorata sincerità, in cui Papini confessa: "Ho bisogno d'un po' di certezza; ho bisogno di qualcosa di vero...Non voglio più vivere tra il dubbio e la negazione... Voglio una certezza certa, una fede indistruttibile... Senza di essa non riesco a vivere..."

Intanto avverte l'urgenza di rientrare in se stesso, poiché non si conosce perfettamente: la smania di sapere lo ha reso figlio della cultura e degli altri. Egli cerca in se stesso, l'uomo, l'autentica umanità: "Voglio me stesso, unicamente me stesso; e non so chi sia né dove stia, né cosa pensi veramente" [Scriveva, ad esempio, in una lettera a G. Prezzolini (maggio 1906): "Agli occhi degli altri io sono una personalità, io sono qualcuno... Per me sono un caos, un fantasma, un burattino, un sofista..."]. E non era riuscito, finora, nemmeno a comprendere l'umanità degli altri, di coloro che si era proposto di rendere migliori. Il linguaggio indispensabile per avvicinare le anime e comunicare con accenti appropriati, è quello dell'amore sincero, che ha origine profonda.

Sente anche la necessità di trovare un humus ove affondare nuove radici, e lo riconosce nei caratteri della terra nativa; dopo la lunga peregrinazione nelle letterature esotiche, lo rinviene nella tradizione letteraria ed artistica toscana, sino ad affermare: "Io mi sento profondamente toscano".

Prezzolini aveva, intanto, fondato "La Voce" (1908/16) rivista di pensiero e di costume, aperta alla problematica politica e sociale con una critica costruttiva. Papini vi collaborò, ma avrebbe voluto che il foglio assumesse un indirizzo maggiormente letterario; e così fece, quando lo diresse, per alcuni mesi, nel 1912, considerando ormai la poesia come bene necessario all'animo umano ["Dacci oggi la nostra poesia quotidiana", articolo pubblicato su "La Voce" n. 14/1912.].

Uscito da "La Voce", Papini, insieme con Ardengo Soffici, fondò il quindicinale "Lacerba", che, secondo quanto egli stesso disse, rappresentò la più nuova e robusta esplosione dello spirito italiano. Se Un uomo finito si era concluso con il ritorno alla continuità della tradizione, ora Papini, aderendo al futurismo ["L'esperienza futurista" (Firenze, 1919) con scritti dal 1913 al '15], diventava ancor più anticonformista e antitradizionalista.

"Lacerba" (1913-15) ospitò il "Manifesto futurista" di Palazzeschi e quello dell'architetto Sant'Elia; si batté contro il borghesismo, il filisteismo, l'accademismo, la cultura ufficiale, l'organizzazione scolastica vigente ["Chiudiamo le scuole" (Firenze, 1918) con scritti dal 1911 al '14]; svolse un'accesa campagna nazionalistica e interventistica alla vigilia del primo conflitto mondiale ["Vecchio e nuovo nazionalismo" in collaborazione con G. Prezzolini (Milano, 1914)]. Papini però non poté seguire al fronte tanti altri giovani letterati, perché riformato a causa della forte miopia; sostenne la guerra dalle colonne dei giornali.

Nel 1916 uscirono le Stroncature (che avevano già avuto un preludio in Ventiquattro cervelli del 1912). L'autore le apre con una "vantazione" in cui dichiara: "in me c'è l'uomo che odia e che ama; lo sdegno e l'entusiasmo sono, a mio parere, vie di scoperta e di conoscenza più del giudizio pacato, savio e riflesso..." Con la sua prosa robusta, spesso beffarda, provocatoria, egli demolisce quelle che ritiene glorie fittizie e usurpate; ma ripropone anche uomini trascurati e denota preveggenza critica nei confronti di quelle che sarebbero divenute figure eminenti del Novecento italiano ed europeo, quali Soffici, Palazzeschi, Panzini, Corbière, De Unamuno; ricorda in maniera esemplare Remy de Gourmont e Renato Serra, entrambi scomparsi nel 1915.

Nel 1917 Papini si trasferì con la moglie e le due figlie a Roma, dove lavorava nella redazione de "Il Tempo", ma ritornò presto in Toscana. Si ritirava, di tanto in tanto, in un casolare che aveva a Bulciano, in Val Tiberina. Lontano dalle diatribe letterarie e politiche, lì, riassaporando il gusto genuino dell'aria, dell'acqua e del pane, recuperava sanità e leggerezza; gli sembrava di ritornare "bambino, primitivo, selvatico, agreste". Si intratteneva con la gente semplice, con i contadini, di cui ammirava la fatica di "eroi oscuri" sulle calate appenniniche; si accostava alle umili cose e creature, che i più trascurano, divenendo amico del rospo e della ghiandaia; era preso da primitive stupefazioni per la primavera, per la limpida luce dei mattini, per l'amica stella serale.

Poteva alfine rientrare in se stesso e scoprirvi una segreta vena idillica e lirica. Ne sono testimonianza le limpide prose di Cento pagine di poesia (1915) e di Giorni di festa (1918) e i versi di Opera prima (1917). Riguardo alla poesia, tuttavia, Papini riteneva, dietro l'esempio di Carducci, che essa richieda un faticoso tirocinio: "La poesia vera e propria il Carducci se l'è dovuta conquistare penosamente, faticosamente, per anni". Sentiamo che, talora, anche il poeta, come il pensatore, si abbandona a un'orgogliosa ebbrezza solipsistica, per cui confessa: "Libero di più dura libertà/amare sé stesso, indiviso/ e quasi cieco d'immensità/ specchiar nel sereno il mio viso".

Ma Papini ci dà anche la patetica immagine di quando, in certe sere stanche, "nella penombra lilla del ritorno", si ritrova come "il povero triste a cui nessuno bada". In tali situazioni egli rivelava il suo io più latente; il bisogno di comunicare, di comprendere gli altri e di esser compreso. Così, tra la viva natura e cordialmente disposto verso gli affetti familiari (dell'aspro paese montano era originaria la moglie, ch'egli aveva conosciuto "bianca e fresca come l'ultima neve d'aprile" e a Bulciano erano nate le figlie Viola e Gioconda), si andava avviando alla conversione al cattolicesimo.

D'altra parte, la guerra, esaltata alla maniera futurista, "sola igiene del mondo" e quindi nella sua azione maschia, purificatrice e rigeneratrice, si era alla fine mostrata soltanto orrida e funerea; come tragica sconfitta sia delle illusioni sia della ragione e aveva gettato Papini, come tanti altri, nello smarrimento e nell'angoscia.

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Nella quiete di Bulciano, Papini, nel primo dopoguerra, stese la Storia di Cristo (pubblicata a Firenze nel 1921). L'opera si rifà alle fonti evangeliche, ma la figura di Cristo che si erge, non di rado appare quella congeniale all'autore: del capovolgitore radicale delle doppiezze farisaiche; del profeta "armato di spada e di fuoco". Didascalico, polemico, letterario, il libro soltanto a tratti offre pagine di intimità e di raccoglimento.

L'indole impulsiva portò il neofita a difendere e a diffondere il conquistato credo con lo spirito combattivo a lui proprio, volendo scuotere "di Cristo il gregge sonnolento"... Il Nostro ritrovava, tuttavia, anche la disposizione favorevole alla scoperta di motivi di serena letizia. Egli seppe vivificare, composte inmassima parte a Bulciano, le ariose pagine de La seconda nascita [Opera pubblicata postuma a Firenze nel 1958.], ricche di spiritualità e di mistica comunione con la natura, giacché, come egli ha scritto, "Se non vedi la soprannaturale bellezza della natura, sei infelice".

Papini intraprese, un'assidua opera di esegeta, di apologeta, di agiografo, riproponendo ritratti di protagonisti del pensiero, dell'arte, della poesia, della santità, da lui definiti "operai della vigna", "nipoti di Dio" [Si ricordano tra le numerose opere: Gli operai della vigna (1926); Sant'Agostino (1929); I nipoti d'Iddio (1932); Gli amanti di Sofia (1932); Dante vivo (1933); Grandezze di Carducci (1935); I testimoni della Passione (1937)...]. Egli mette in risalto di ciascuno il carattere dell'uomo (secondo la metodologia di Pascal: "Nell'autore cerco l'uomo..."), uomo travagliato e dolente nello sforzo della perfezione e della creazione. Papini disapprovava quei critici che non danno il dovuto rilievo alla biografia degli autori, come se il fiore (l'opera) non avesse alcun rapporto con la pianta. Ed ecco stagliarsi dalle sue pagine le grandi figure di Sant'Agostino, di Dante, di Michelangelo, sino a Carducci. Papini si pone di fronte ad essi non più in termini fallimentari, come era avvenuto con i filosofi (anche se era giunto a intuire che la filosofia non è qualcosa d'indipendente dall'uomo tutt'intiero), ma con volontà di crescita spirituale ed umana.

Interiorizzando la materia da narrare e servendosi della suggestione di un linguaggio fluido e flessibile, vivido e incisivo (pur non sempre immune da consumata abilità di fabbro della parola) accomunava poesia e apologia ("La Poesia amata con purezza di cuore, è anche Apologia").

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Le giovanili battaglie si erano fatte veramente lontane; quelle con cui Papini "incendiario" avrebbe voluto bruciare e smantellare per dar posto "alla luce delle piazze, agli alberi della riconquistata libertà, alle costruzioni future"...

Nel 1929, dopo il Concordato, egli aveva aderito al partito fascista. Era entrato nell'ordine borghese, accettando nel 1935 la cattedra di letteratura italiana nell'ateneo bolognese; nel '37 la nomina ad accademico d'Italia; la presidenza del Centro Nazionale di Studi sul Rinascimento, a Firenze, e la direzione della rivista "Rinascita".

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La Seconda Guerra Mondiale portò, nel 1944, furiosi combattimenti anche nella Val Tiberina e intorno a Bulciano. Papini si rifugiò con la famiglia nel convento della Verna, neppur esso risparmiato dalle bombe.

Quando poté ritornare a Firenze, il suo animo prostrato andò via via riconfortandosi ed egli fece conoscere un messaggio di speranza, di fraternità e di pace, attraverso la fiorentina rivista "L'ultima", or ora sorta, col "Manifesto della speranza" (giugno 1946) "contro le prove e le armate della disperazione".

Dopo aver pubblicato le Lettere agli uomini di papa Celestino VI (1946) Papini si volse ancora al passato, rievocando Santi e Poeti (1948); si rifece con accenti nostalgici e toni pacati ai tempi della fanciullezza in Passato remoto ('48); si trasferì con la sua passione di studioso nell'età rinascimentale, flòrida di geni, narrando la Vita di Michelangelo nella vita del suo tempo ('49). I frequenti ritorni al passato non lo distoglievano però dalla realtà contemporanea, da quella ch'egli considerava una delle più nere età della storia umana. Ed infatti intitolò Il libro nero, nel 1951, l'opera pervasa da pessimismo di fronte allo spettacolo del dilagante intenebramento sovrastante l'umanità.

Allo scoppio della guerra, nel 1940, Papini si era sentito di nuovo spinto "a giudicare e a trasformare gli uomini". In un'opera ideata michelangiolescamente (Giudizio universale) immaginava convocate davanti a Dio le anime dei trapassati: una moltitudine di ogni epoca, sia di personaggi illustri sia di gente comune, con le più variegate confessioni ... Annotava nel Diario [Diario iniziato nel 1942/43 e proseguito sino al 1953; pubblicato postumo nel '62.]: "Tutte le mie risorse e riserve di poeta, di pensatore, di credente, di moralista, di storico, di uomo vissuto, tento di spendere in questo libro gigantesco e tremendo".

Ma Papini fu di nuovo tradito, come già era avvenuto in gioventù, dal suo ideale di assolutezza, di totalità. "Potrò riuscire – egli si chiedeva – a dare un'idea di tutte le forme, di tutti i problemi, di tutte le grandezze e di tutte le miserie della vita umana?". Più volte diede un assetto diverso alla gran mole di cartelle scritte che aveva accumulato, sconvolgendo il disegno dell'opera, che mai riusciva ad appagarlo ... D'altra parte già egli stesso aveva riconosciuto: "Ecco la parola del mio disastro: tutto!". Anche a causa del male che stava per rendere incapace la mano a tenere la penna e faceva calare un velo di nebbia davanti agli occhi, il libro rimarrà incompiuto; sarà pubblicato postumo nel 1957.

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Tormentato in se stesso ["Dio e Satana, Eros e Logos, Democrito ed Eraclito, Rousseau e Freud, Whitman e Stirner si affrontano e si battono ogni giorno nell'animo mio. Tutti gli estremi, come nella mia gioventù ... Nessuno finora è stato capace di vincere ..." scriveva in una pagina del Diario nel maggio 1945.], e "tormentatore" per quel suo continuo tendere "al troppo grande e al troppo alto" (come giudicava il suo amico Prezzolini) Papini si trovò ad egotizzare, ad alimentare una corrusca originalità anche per mezzo di atteggiamenti e di affermazioni eteroclite ed eterodosse. Egli ebbe tuttavia il merito di scuotere intelletti e coscienze dall'intorpidimento, dalle formule vuote, dal provincialismo, aprendo, soprattutto ai giovani, un orizzonte di cultura attiva, pluridimensionale e cosmopolitica. E diffusione mondiale ebbero sempre le sue opere ...

Nella sua maturità Papini rimase fedele all'intento che si era proposto sin dai tempi di "Leonardo" e della rivista "L'Anima" (fondata nel 1911 insieme con Giovanni Amendola): quello di far riacquistare all'anima sia individuale sia collettiva, la sua preminenza, convinto che "rinnovando l'anima, si rinnova il mondo" e si contribuisce a rendere "più umani gli uomini". Il respiro vivificante dell'anima reca con sé la poesia della vita, nel suo significato più ampio, con i suoi valori basilari, le sane, genuine gioie, l'amore operante... E Papini ammoniva che "la poesia non tornerà, se l'anima non riacquista il suo posto"...

Attraverso la milizia letteraria egli ha, quindi, svolto lungamente una virile azione etica, educativa con finalità risanatrici, e parenetica con toni anche aspri, severi. Già dal 1952 il Nostro avvertì i prodromi della paralisi progressiva, che lo avrebbe a poco a poco immobilizzato. Divenuto cieco e pressoché muto, riusciva, tuttavia, a comunicare con enorme difficoltà, alla nipote, quelle "schegge di poesia e scaglie di esperienza", quei "frammenti di pensiero", che, pubblicati sul "Corriere della Sera", formeranno poi La spia del mondo (1955) e Le felicità dell'infelice (libro pubblicato poco dopo la sua morte nel 1956).

La sua anima, rimasta intera sino all'ultimo (secondo la grazia ch'egli aveva chiesto) era resa, dalla sofferenza accettata, sensibilissima a cogliere impercettibili vibrazioni. Papini ripercorreva la sua vita, durante la quale aveva continuamente "letto, studiato, pensato, sognato, scritto, dettato e stampato". Ora si chiedeva quanti lo avessero saputo veramente capire nell'intima sua natura; quanti fossero riusciti a "intravedere il suo disperato sforzo, il suo inutile supplizio, la sua quasi continua tristezza"... [Da "La spia del mondo"] Da coloro – ancorché pochi – che avevano saputo vedere in lui un uomo profondamente segnato dal travaglio intellettuale e spirituale, egli attendeva un segno di comprensione, e anche di fraterno affetto.

Vallecchi, che aveva dato alle stampe la maggior parte dei libri di Papini, aveva dato inizio, a Firenze, all'edizione completa delle Opere, senza portarla a termine. Tutte le opere di G. P. sono state riunite in 10 volumi da Mondatori (Milano, 1958/1966).

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