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Biagio Marin e la rondine a sera

Biagio Marin, nato a Grado [Centro della Venezia Giulia, in prov. di Gorizia, sopra un isolotto della laguna omonima; stazione balneare. Appartenente all’Austria sino al 1918.] nel 1891, dopo aver studiato a Vienna ed essere stato, a Firenze, nel gruppo dei giuliani attorno alla rivista “La Voce”, si laureò a Roma.

Visse sempre tra Trieste e Grado, dove si spense nel 1985.

Il piccolo centro lagunare divenne il fulcro ispiratore della sua poesia in dialetto gradese di tipo arcaico.

Marin, infatti, dopo le raccolte giovanili, pubblicò, nel 1951, il volume “I canti de l’isola”, dedicati naturalmente a Grado, il suo nido: un titolo, questo che verrà esteso a tutta la sua opera. Opera che, via via, è divenuta – come ha scritto Bruno Maier – “tutta interiorità e musica e si configura come colloquio con l’assoluto e il divino, come preghiera, rito, liturgia. Una poesia, in cui il dialetto gradese, rarefatto, depurato, essenzializzato, diventa espressione necessaria, insostituibile della tematica mariniana.” [In “Storia della letteratura italiana- Il Secondo Novecento” G. Miano Ed. Milano, 1993.]

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“Fa sera e la silisa” (“Si fa sera e la rondine”) è il titolo di una lirica di tre strofe composte di brevi versi rimati, scorrevoli.

Anche un uccellino può esserci di conforto: anzi, “la me conserva in vita”, dice Marin della rondine a lui amica. Essa vola sopra di lui, accompagnandolo, mentre cala la sera.

Vale ricordare che l’esistenza di Marin non fu facile, spesso colpita dal dolore a causa di eventi avversi, nonché angustiata da incomprensioni.

E quella è, per lui, una sera particolarmente triste, grigia (“la sera mia s’ingrisa”); la rondine però non lo lascia solo.

Vola sempre zitta … Eppure, il poeta, che ha il cuore veramente malato di malinconia, sente che le ali che scendono, avvicinandosi a lui, così sicure (“quel’ala che se cala / e mai nel svolo fala”), è come se lo mantenessero in vita.

E’ soltanto un uccello – conclude Marin – eppure, nell’ora del vespero, è venuto, leggero, a portare la primavera dentro la mia cella piena di sconforto.

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