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Camillo Sbarbaro

Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure (Genova) nel gennaio 1888. Terminò gli studi classici nel 1908, da privatista, a Savona.

Da giovinetto era solito compiere lunghe camminate su e giù per il litorale; e intanto veniva concependo le prime poesie. Esse erano già state composte da qualche anno, quando furono pubblicate in un volumetto dal titolo Resine, nel 1911. Tale raccolta fu recensita da un altro poeta ligure, coetaneo di Sbarbaro e, come lui, dall'indole schiva: Angelo Barile.

Sono evidenti gli influssi scolastici, con frequenti reminiscenze carducciane e pascoliane nei momenti patetici, nei passi descrittivi, paesaggistici. Ma già il giovanetto presentava una propria fisionomia e una particolare visione del mondo, che si preciseranno nettamente nelle poesie e nelle prose future [Tra le poesie inviate da S. nel giugno 1967 (quattro mesi prima di morire) all'editore Scheiwiller, e da questi pubblicate col titolo di Poesie nel 1971, non c'erano quelle di Resine, per esclusione voluta dall'autore ("Resine non va ristampato"). Scheiwiller ha fatto notare, a tal proposito, come S. fino all'ultimo si preoccupò di essere critico severo di se stesso, lasciando meno di una cinquantina di poesie (se si escludono le successive stesure di "Pianissimo").].

Dopo una pausa, il Nostro compose quella che rimarrà la sua opera di poesia più importante. A tal proposito egli stesso ha rivelato: "Prendevo coscienza di me, nasceva il mio secondo libretto di versi: una specie di sconsolata confessione fatta a fior di labbro, dove sull'affiorare di torbidi istinti e di nausee sessuali dominava il lutto, patito in anticipo, per la morte che vedevo prossima di mio padre" [Dall'introduzione di S. alla ristampa di Pianissimo, presso Neri Pozza, Venezia, 1954.].

Inviò al periodico fiorentino "La Voce" (di cui era assiduo lettore, attendendolo, ad ogni uscita, "come un'amante") le poesie: esse piacquero a Soffici e gli procurarono una calda lettera da parte di Prezzolini. Questi decise di pubblicare il volumetto (contenente ventinove componimenti) nelle stesse edizioni della rivista.

Sulla formazione di Sbarbaro influì principalmente il clima culturale della cosiddetta "linea ligure", rappresentata da Boine, Roccatagliata Ceccardi, Jahier, Mario Novaro, direttore, quest'ultimo, della rivista "La Riviera Ligure" (1899-1919), cui Sbarbaro collaborò.

Il Nostro sentì anche l'attrattiva della vita intellettuale che, nell'anteguerra, ferveva a Firenze. Egli si recò nel capoluogo toscano nel 1914 e, pur refrattario alle "sentenze dinamitarde" di "Lacerba", non potè restare insensibile ai "giorni elettrici" che lì si vivevano. Si incontrò, in un caffeuccio di Piazza S. Marco, con Papini, l'autorevole e temuto stroncatore, il quale gli suggerì per il libro ancora in bozze il titolo di Pianissimo (il giovane poeta aveva già pensato a quello di Sottovoce). Lo stesso Papini pubblicò su "Lacerba" le prose che Sbarbaro si era portate con sé, manoscritte su due o tre foglietti; esse faranno parte di Trucioli, opera stampata più tardi, sempre a Firenze, nel 1920.

Era pervenuto alla prosa con un certo sollievo, giacché, come ha scritto: "...non so perché, ho sempre sperato poco dalla poesia, l'ho sempre considerata per me un intermezzo, un episodio. Sento che mi abbandonerà, ma non solo: mi lascerà nelle braccia della prosa, nella quale spero molto di più, sebbene finora m'abbia fatto soltanto soffrire..." [In Cartoline in franchigia - Lettere a Angelo Barile, Firenze, 1966; nel capitolo "1919-1913" Tempo di Pianissimo.].

Torniamo ancora a Sbarbaro, a Firenze, dove frequentò il caffè Paszkowski. Tra gli altri vi incontrò Dino Campana. Dell'autore dei Canti orfici, il cui libro il randagio poeta "si portava addosso come un certificato di nascita", possiamo leggere in Trucioli un commosso ricordo. Altro ricordo si riferisce allo scrittore e pittore Ardengo Soffici, i cui "occhi celesti, nel viso largo e raso di ecclesiastico, andavano, quel giorno, dalla tela a una bottiglia di terracotta". Interrotta la pittura, egli si mise a leggere, con voce solenne, una poesia di Apollinaire.

La collaborazione, pur non assidua, di Sbarbaro a "La Voce" ha indotto alcuni critici ad associarlo ai vociani. Ma non c'è stato in lui, così rinunciatario, di indole appartata, e soprattutto così disilluso ("Non è che io mi illuda su quello che scrivo") la disposizione a voler incidere in qualche modo sulla realtà storica e sociale, come era nello specifico programma della rivista col suo idealismo militante; né nello stile sbarbariano, "sottovoce", "a fior di labbro", nelle sue confessioni disadorne si riscontrano le preziose e accese qualità dello stilismo e dello sperimentalismo dei vociani: con essi Sbarbaro avrà in comune il frammentismo delle prose; è in queste ch'egli tentò alcuni esperimenti.

A considerare quel particolare periodo storico, si prova altresì stupore, pensando come l'esperienza umana e poetica di Sbarbaro, così intimista, contenuta e svigorita, si svolse quando il movimento futurista, al suo acme sino al 1915, esaltava con fragore il vitalismo, lo slancio energico e aggressivo; proclamava l'entusiastica fiducia nel progresso meccanico; magnificava la guerra — ed era imminente — come azione maschia e rigenerante.

Assolutamente lontani dalle chiassose parole in libertà o dalla reboante retorica dei dannunziani, i versi di Pianissimo, conformemente al loro contenuto, si presentano come endecasillabi spogli, dimessi, prosastici, con andamento melodico basso ed uguale, senza impeti e accensioni. Sbarbaro si pose evidentemente sulla linea del decadentismo.

In Italia esso si fa iniziare con la scapigliatura e passa attraverso Pascoli e il D'Annunzio del Poema paradisiaco (1893), dai toni spenti ed estenuati, nei quali si avverte l'eco dei simbolisti francesi, e che anticipa il crepuscolarismo, in cui si ripetono i motivi del simbolismo, sebbene in una maniera per lo più provinciale.

Giovanni Getto ha scritto, a proposito di Sbarbaro, che par di sentire la voce di Gozzano. Se Gozzano aveva confessato: "Non vivo. Solo, gelido, in disparte | sorrido e guardo vivere me stesso..." estraneità e passività condizionano l'esistenza dell'autore di Pianissimo. In Sbarbaro si ripete la diffusa malinconia generata da tutte le delusioni che procura l'esistenza: essa che frustra tutte le attese; che lascia soltanto il rimpianto perciò che poteva essere e non è stato; che porta giornate opprimenti con la piatta quotidianità, con l'immedicabile noia, con la rigida necessità... Egli indulge alle lacrime ("Oh dolcezza di pianger tutto solo!") e sente il bisogno di piangere anche quando "restano gli occhi crudelmente asciutti".

Sbarbaro ammirava la poesia di Baudelaire e di Laforgue. Se quest'ultimo, rappresentando se stesso, aveva scritto: "Sur mon lit, seul, prostré comme en ma sépolture" anche il Nostro ha detto: "Nel mio letto | mi stendo lungo come in una bara"... "E penso la mia morte | e mi vedo già steso nella bara | troppo stretta fantoccio inanimato", con lùgubre e grottesca visione.

Seguiamo il protagonista di Pianissimo, cioè lo stesso Sbarbaro, che va e rivà, non piú lungo l'azzurro litorale, ma consumando i passi sui marciapiedi delle vie di Genova, e ancor più nei quartieri popolari, nelle piazzette nascoste, negli angusti angiporti. ("Che fu la mia gioventù se non questo disancorato vagabondare" ricorderà il Nostro in "Trucioli").

Una giovinezza, la sua, senza speranze, senza suggestioni ("Perduto ha la voce | la sirena del mondo"), senza prospettive e senza traguardi; e tuttavia senza nemmeno proteste o sfoghi violenti; disperata, ma rassegnata. Il giovane cammina tra la folla; guarda attentamente chi gli passa accanto: è curioso, ma si sente, ad ognuno, estraneo; e sente, nel contempo, l'altro estraneo a sé. Da ciò riceve un acuto senso d'angoscia: "Or questo camminare tra gli estranei | questo vuoto d'intorno m'impaurale la certezza che sarà per sempre".

La folla cittadina si compone di innumerevoli individui, ognuno dei quali è chiuso in se stesso (anzi, son tutti "sigillati in se stessi come tombe", dice Sbarbaro).E infelice è chi va tutto solo, privo d'un contatto conosciuto o amico; la gente lo urta soltanto; tutti quegli sguardi freddi, muti, distaccati non si accorgono di lui; ed egli arriva a perdere la consapevolezza di sé: "mi par d'essere da me stesso assente", dice il poeta. Non soltanto: estraniato dalla società del suo tempo, si sente come un passeggero casuale in un mondo che gli si presenta come un deserto; d'altra parte, influenzato da una concezione totalmente pessimistica, egli non ha una meta superiore cui tendere. La vita umana gli appare irragionevole e inutile, dominata ciecamente dalla Necessità (per le strade, quante "facce consuete | di nati a faticare e a riprodursi"...) e indirizzata verso il nulla.

Ma gli uomini non si pongono tante questioni speculative: se "ciascuno di loro porta seco | la condanna d'esistere", ognuno vive assorbito dalle attività contingenti, si adegua alle abitudini, si distrae come può: lo si vede dalle "facce volpine stupide beate | ...ambigue...pitturate".

Per chi è solo e depresso, quanto è più arduo il confronto con la complessa e tumultuosa vita della città moderna (già da altri definita terribile); tale vita, del resto, ingenera, accresce ed esaspera la solitudine e la frustrazione. Chi è solo non ha il sostegno di qualcuno o di qualcuna, nella cui mano possa mettere la propria, con piena fiducia, con abbandono sincero.

In Trucioli si legge: "Capisco che non camminerò mai per una strada fuorimano tenendo una donna allacciata..." Difatti: "Costei che è vicina e pare aspetti le parli e sarebbe certo dolce baciare, la vedo lontana, cosa che non mi riguarda..." Il poeta va come "un sonnambulo"; ha dei fugaci ridestamenti, ma poi si trova nell'incapacità di esternare, di comunicare. Si mette talvolta a seguire una giovane, che gli cammina davanti; accorda il suo passo su quello che sente ritmato, musicale di lei; ne vede la nuca che è coperta da "riccioletti folli" sotto il cappello. D'improvviso, come se si risvegli in lui la giovinezza, si sente persino pronto a far follie; il cuore gli si gonfia al pensiero che esista ancora una possibilità d'amore e di gloria... Vive dentro di sé attimi intensi; ma rimane muto.

Non potendo, o sapendo, stabilire rapporti, legami con gli altri, il Nostro diventa sempre più assorto nel proprio mondo interiore. In tale rifugio a lui sembra di trovare appagamento: può riacquistare la percezione di se stesso, quella che gli vien tolta di continuo dalla vita, per lui piena di tristezze che lo abbattono, di necessità che lo forzano. Anche della sua consistenza fisica egli è indotto a dubitare ed ha bisogno, per accertarsene, di toccarsi il corpo.

Si legge nelle prose: "E in questo ripiegarmi su me che mi afferro... che sento a tratti di esistere". Ma è un appagamento per lo più transitorio: l'interiorità gli si è fatta angusta, vacua, arida, tanto che il poeta altrove ammette: "In me stesso non guardo, perché nulla | vi troverei". L'isolamento ha deteriorato, a lungo andare, inesorabile, la personalità, che è diventata apatica, torpida, fiacca: "Non voglio, non desidero, neppure | penso". Gli par d'essere uno specchio che riflette la realtà passivamente. Trascina a malapena i giorni, che nessuna attesa più illude.

Se le illusioni al loro svanire producono amarezza, per quel tempo che durano, fanno sentir vivi, costituiscono il lievito della vita. Eppure in Sbarbaro si è fatto sentire il bisogno di rientrare nella vita, di superare il tedio che paralizza col suo torpore.

Abbiamo già detto della sua ammirazione – anzi "esaltazione" [In Scampoli, prose, Firenze, 1960.] – per Baudelaire. L'autore dei Fiori del male aveva rappresentato (e in maniera drammatica) il contrasto tra lo spleen di "questa esistenza di nebbia", in specie nella brulicante città, tra il peccato, lo svilimento, la bassessa, e l'ideale che si alza nell'aria superiore, che spinge a un libero slancio, ad una "élévation"... Aveva considerato la sofferenza come propizio rimedio alle impurità e il dolore come "nobiltà unica".

Anche Sbarbaro grida: "Voglio il Dolore che m'abbranchi forte | e collochi nel centro della Vita". Di quella vita che ora rasenta appena, mantenendosi legato agli affetti familiari (ma con il timore di vederli pur sempre affievolirsi) verso il padre e la sorella (della madre, che gli era morta quand'egli era ancora in tenera età, conservava ricordi sfocati) e verso un amico (nel cui rapporto, peraltro, calano spesso "abissi di silenzio").

E il giovane, con la segreta speranza di trovare stimoli per una rinascita, ha voluto provare anche l'esperienza di darsi alla "Perdizione"; alla "voluttà di scendere più basso!" Ma ormai il maledettismo, tipica espressione del decadentismo francese, era scaduto – come ha notato Sergio Solmi [Nel suo volume di saggi: Scrittori negli anni, Garzanti, 1976.] – proprio in quegli anni, anche da noi, a luogo comune di romanzo di second'ordine; d'altra parte appaiono evidenti i limiti storici e provinciali del mondo di Sbarbaro.

Egli frequenta, nei vicoli, luoghi sordidi; ritrae con crudezza realistica, ma anche con dolente simpatia, figure tipiche, come quella del cieco che suona al crocicchio, della vecchia che si attacca ai militari per ricevere "il soldo della grappa"; dell'ubriaco che, uscito dalla bettola, vomita contro il muro; o della meretrice che attende sulla soglia in cima a "scale consunte da generazioni". Conduce, nel porto, in infime trattorie, la prostituta in cui trova, per qualche ora, una "sorella" occasionale, dall'anima torbida come la sua. Ma poi, se si corica sul suo letto, rimane senza desiderio, come "un cadavere vicino ad un cadavere"... Se invece gli accade di riuscire a dar sfogo alla lussuria, si sente svuotato; esce per le strade, come stordito; si lascia urtare dalla folla, illuminare dai fanali.

Il peccato non lo fa soffrire per la colpa, ché il poeta accetterebbe la sofferenza come benefico elemento di riscatto: "soffrire della colpa è un bene"; anzi sente che il peccato si è interposto "come un immobile macigno" tra lui e il padre, la sorella, l'amico.

Tuttavia, ritornato il richiamo degli affetti familiari, Sbarbaro ha dedicato a suo padre, la lirica più nota di Pianissimo, ricca di pietà filiale. Del padre egli custodisce, in particolare, tenere memorie d'infanzia, che gli dimostrarono come l'uomo avesse conservato il cuore d'un fanciullo; ed è questa qualità soprattutto che glielo ha fatto sempre amare. Lo ha ammirato anche per il suo fermo, schietto carattere. E come gli vorrebbe poter promettere, ora, di vivere con la stessa fortezza d'animo, con il disprezzo – che egli ha mantenuto – per tutto quanto è piccolo e meschino.

Ma, ogni volta che ripensa a quello che suo padre fu, adesso che, giorno dopo giorno, lo vede scadére nelle sue facoltà fisiche e mentali ("Padre che muori tutti i giorni un poco | e ti scema la mente...") il giovane è assalito da una considerazione amara nei confronti dell'esistenza umana. Come mostra, la vita, alla fine, la sua "indifferenza"; come si palesa l'inanità delle lotte e dei sacrifici sostenuti, dei meriti onestamente acquistati.

Riguardo al contrasto, pur sempre di matrice decadentistica (che può apparire per lo più forzato e artificioso) tra "l'ingordo possesso della femmina" e la tenerezza verso la sorella, in Sbarbaro prevale quest'ultimo puro sentimento. Con lei, con Clelia, che è "senza amore", il poeta pensa di potersi ritirare, un giorno, a vivere in montagna. Sentiranno ancora con loro la muta presenza del padre. Lo scrittore continuerà a lavorare "senza inganni" alla sua opera, per lasciare un segno di sé nel mondo... Se l'esistenza parrà loro vuota, se il rimpianto di una vita diversa lí assalirà, troveranno entrambi consolazione e letizia nella natura, restando in sintonia con i boschi e i fiumi, considerandoli fratelli maggiori.

Dopo un tale progetto proiettato nebulosamente nel futuro, in Sbarbaro è sorto, ancora, un proposito di liberazione, di lasciare la sua miseria dietro di sé, di provare quei sentimenti, che gonfiano il cuore e fanno piangere di commozione... Ma è ancora inverno; è precisamente dell'inverno del 1912 la data della poesia che inizia "Il mio cuore si gonfia per te, Terra". Verrà la primavera che segnerà la sua rinascita in seno alla Terra "piena di grazia", alla Natura che rinverdisce e fa rinverdire?

Pianissimo si chiude con una poesia datata maggio 1913. Il poeta è ancora in città. Andando lungo un viale, si ferma ad ascoltare, sorpreso, il canto delle cicale. Egli riesce ancora a raffigurarsi la visione delle campagne assolate; ma lo fa con stupore, poiché è da lungo tempo disabituato a considerare "gli alberi e l'acque, | tutte le cose buone della terra", quei beni che bastavano, una volta, a dargli serenità, a incantarlo.

A tali ricordi, che si son fatti ben lontani, il poeta sorride ormai con mestizia; alza i gomiti, quasi volesse metter le ali: ma il gesto è monco, le ali si sono rattrappite e non gli possono permettere di raggiungere la libertà dei campi...

Intanto, allo scoppio della prima Guerra Mondiale, Sbarbaro fu dapprima nella Croce Rossa; poi, trasferito nell'esercito, divenne, dopo un corso "obbligatorio", ufficiale nella fanteria. Come si può dedurre dalle lettere che egli inviò alla sorella e all'amico Angelo Barile, che le conservò (esse saranno pubblicate con il titolo dí Cartoline in franchigia da E. Vallecchi nel 1966) il Nostro non si ritrovò, per sua fortuna, in situazioni cruente, in una guerra che provocò la mutilazione e la morte di un enorme numero di combattenti (tra cui anche molti giovani letterati).

Da alcuni brevi ma sottili accenni, si intuisce, certo, il rifiuto della guerra e della condizione militare in genere. Nel periodo di istruzione intensiva, con marce, riviste, rapporti, il Nostro scrive: "Sono una marionetta che si sente sempre tale...". Spesso il paesaggio lo attrae con la sua bellezza "esasperante", con la sua freschezza e innocenza, di fronte alle quali, la guerra, con i suoi orrori, si mostra un contro-senso.

Come appare inutile e meschina "la Grande Guerra" a confronto con l'altissimo silenzio di certi luoghi, con "1'indifferenza di tutto ciò che è eterno" rappresentato dalla natura maestosa... Ma Sbarbaro ha, talora, anche scritto: "Mi viene ogni tanto di pensare che bene così non sono stato mai".

Ha visto manifestarsi di sé nascoste qualità (come d'essere "mite e di natura generoso") che gli hanno attirato la benevolenza dei ricoverati, prima, e poi quella dei soldati, nonché la stima della popolazione e la simpatia dei superiori. Aveva un attendente molto premuroso, che vegliava su di lui. Ancora soldato semplice, aveva avuto per compagno un povero ragazzo che, ogni sera, lo abbracciava (avevano ottenuto di mettere la branda vicino).

In una lettera, inviata da un paesaggio d'alta montagna, "con molti fiori sconosciuti", si trova scritto: "Sono in pace con me e con gli uomini".

Ritornato dal fronte, il Nostro non riprese l'impiego in un ufficio "che ingrettisce, acciacca, storpia moralmente", ma da autodidatta pervenne al pieno possesso del greco e del latino, tanto da poter impartire lezioni private ed insegnare tali materie in istituti "dove, per motivi di economia, all'insegnante non si chiede la laurea".

E vale ricordare, a tal proposito, quanto ha raccontato Carlo Bo, il quale, nato a Sestri Levante nel 1911, a Genova frequentava il liceo in un istituto retto da Gesuiti. Bo ha fatto anche alcuni rapidi ma significativi accenni alla personalità di Sbarbaro: "Verso i diciassette anni, facendo la seconda liceo, ho avuto la fortuna di avere come insegnante Camillo Sbarbaro, che era un precario, è stato un precario per tutta la vita, non ha mai avuto un posto fisso, e allora insegnava greco in maniera molto originale, traducendo parola per parola.

Ma soltanto una volta, in questo suo esercizio di traduzione, gli venne di citare, per fare un confronto, deì versi del Carducci, se ricordo bene "Alla stazione in unamattina d'autunno". E in quell'occasione lo Sbarbaro fece scoccare in me una scintilla per cui capii quello che poteva essere la letteratura..." [Nel volume di G. Tabanelli, Carlo Bo Il tempo dell'Ermetismo, Garzanti, 1986.].

Sbarbaro durante il Ventennio fascista rimase ancor più nell'ombra. Veniva attuando una feconda attività di traduttore dai classici greci, come dai francesi moderni: da Eschilo, Sofocle, Euripide; da Stendhai, Flaubert, Balzac, Zola, Huvsmans... Rispetto a questa attività il Nostro ha scritto: "Al lavoro di tradurre il compenso che non può mancare è il diletto che vi trovo; diletto, forse perché traducendo esaudisco le possibilità che mi restano di scrittore in proprio: modeste, se le appaga il giro dato a un periodo, una cadenza, la scelta d'un aggettivo" [In Fuochi fatui, prose, Milano, 1956 e 1958.].

Portava avanti pazientemente anche una collezione di muschi e di licheni, molto apprezzata dagli esperti. "L'erbario è per me più che altro un'accolta di ricordi, di passeggiate fatte, di luoghi ove fui una volta... Il mio libro più cordiale e arioso, chi potesse leggervi come io vi leggo" [Come sopra.].

Queste parole testimoniano la rinnovata ricerca, da parte di Sbarbaro, degli ambienti naturali, dopo che aveva frequentato, nella prima giovinezza, la luce falsa delle bettole, l'atmosfera artificiale dei caffè e i vicoli scuri. "I trivi e i chiassuoli non mi parlano più il linguaggio d'una volta lacerante", egli scriveva in Trucioli, ed aggiungeva: "Ci sono gli alberi che mi consolano e gli animali che mi fanno di nuovo sorridere".

Il Nostro ritornava più spesso in quel territorio aperto verso l'azzurro del mare, in cui aveva compiuto le lunghe camminate negli anni dell'adolescenza ("Quanto ti camminai ragazzo!"). Allora aveva provato sempre nuove emozioni alla vista del cangevole paesaggio, che scopriva ad ogni svolta; allora sì che sapeva confondersi allo spirito dei luoghi, convinto di "mescolare" alla vita della natur. la sua vita cadùca... Ed è per questo che si fermava a bere, ginocchioni, ad ogni fonte, lungo il cammino; che gli sembrava di entrare in rapporto profondo con la terra nativa, mangiando il pane fatto con la farina proveniente dalla "spiga che inazzurra i colli, | dimenata e stampata sulla madia"; pane condito con olio denso e insaporito con quel basilico, che riempie d'aroma le case rivierasche.

In un contesto naturalistico color del mare luccicante e dell'estate, il Nostro ha rievocato le sue poche esperienze sentimentali, fuggevoli fiammate, ormai contornate da un fioco alone di rimpianti. Ritornando nel luogo in cui avvenne il suo primo appuntamento d'amore, gli è parso ancora di rivedere la giovinetta che si staccava, un po' incerta, dall'opposto marciapiedi, e poi gli strinse il polso con forza. Quella volta era potuto uscire dal suo io, aveva sentito, con un'emozione mai più provata, che anche per lui nel mondo c'era qualcuno. Benedicendo quella strada, il poeta ricorda: "Amavo. La prima volta nella vita | pietà d'altri che me mi strinse il cuore".

Se a conclusione della prima parte di Pianissimo Sbarbaro aveva sciolto, quale atto liberatorio, quell'ode (di cui si è già detto) che poteva lì apparire una reminiscenza letteraria romantica, quella della rigenerazione panica ("Il mio cuore si gonfia per te, Terra, | come la zolla a primavera. | ... In te mi lavo come dentro un'acqua | dove si scordi tutto di se stesso. | ... Terra, tu sei per me piena di grazia...") ora veramente guardava la sua terra con occhi e animo nuovi.

Si riconosceva suo figlio nella carne e nell'anima: "Marchio d'amore nella carne, varia | come il tuo cielo ebbi da te l'anima, | Liguria, che hai d'inverno | cieli teneri come a primavera". E non voleva più farsi, di essa, aridamente e sconsolatamente sasso o polvere, bensì zolla che nutre il filo d'erba, o pino che s'appiglia tenace alla roccia, o grappolo che matura nella vigna del declivio.

Pur pietroso e rude, il paesaggio gli riservava la contemplazione della pura bellezza, come quella del mare abbagliante o degli oliveti pallidi come "canizie benedicente"; ma ancor più lo induceva a posare, con sensibilità nuova, lo sguardo sulle modeste case dei villaggi, abitati da gente semplice e laboriosa; sui bambini che giocano sulla soglia della cucina, nel cui interno buio la vecchia attizza il fuoco. L'accidia del poeta e la sua abituale, fitta analisi psicologica si sono stemperate, nelle liriche composte (invero in numero esiguo) tra il 1921-'22 e tra il 1931-'32, in rasserenate e illimpidite pause. Esprimendosi sempre per mezzo di endecasillabi, Sbarbaro non continuò con quelli scialbi e disadorni di Pianissimo,ma in essi inserì i colori di scorci paesaggistici e qualche raffinatezza stilistica, pur attenendosi a quell'impressionismo sobrio, essenziale, proprio della "linea ligure", cui si è già accennato.

Nel 1951, quindi a sessantatré anni, Sbarbaro si ritirò a vivere, insieme con la sorella, non in montagna, ma a Spotorno (Savona), sulla Riviera di Ponente. Continuò a ricercare specie nuove per la sua raccolta di licheni. "Ho dato anch'io una mano all'inventario del mondo" si legge in Fuochi fatui, una raccolta di prose riordinate dall'autore e pubblicate da Scheiwiller nel 1956 e nel 1958.

In tali pagine spicca anche un pensiero illuminante sulla nuova condizione spirituale del poeta, che aveva trovato rifugio e immedesimazione nella natura, per cui Spotorno era diventata il suo paesaggio dell'anima: "Molti, la natura li disturba; i più non la vedono. In lei io mi verso. E la sola costanza, la sola fedeltà che conosco nell'incertezza di tutto".

Il Nostro nel 1955 diede alle stampe le poesie datate dal 1921 al 1932 (di cui abbiamo già detto), con il titolo di Rimanenze. In una poesia di tale raccolta ci si presenta piena di umanità, la figura del vecchio contadino, il quale, dopo la vendemmia, scopre, tra i pampini arrossati, un grappolo che v'è rimasto. Mentre lo soppesa nella mano, quasi non credendo agli occhi di averlo trovato, è come preso da un'ingenua gioia quasi infantile. Lo assapora acino dopo acino, non perdendo una goccia del succo zuccherino.

Anche l'anziano poeta avrà imparato a provare la dolcezza, che può derivare da piccole gioie, da pur brevi consolazioni: "così poco m'appaga stamattina | che direi per vivere mi basti | vedere a ogni anno | i fiori sulla terra rinnovarsi..." Avrà sentito "il fiore tremante del sorriso" spuntargli sulle labbra già tanto amare. Anche l'autunno della vita è una stagione che talora brilla come una tardiva primavera; e arreca una raccolta pace. L'autunno invita a riunirsi, la sera, a chiacchierare con gli amici davanti a un bicchiere di vino novello, sbucciando le caldarroste: "ché non è più saggia cosa".

Si era già da tempo rasserenata l'atmosfera che il Nostro sentiva nell'osteria, diversamente da quando, in gioventù, gli pareva di vedervi soltanto figure grottesche, fantocci. Ora vi cercava "gente che il trovarsi insieme affratella, quasi la gioia d'ognuno dipendesse da quella di tutti"; si accorgeva che ""non c'è chi stia sulla sua. Un po' il vino, un po' l'aria della domenica, le fisonomie vengono incontro. Le distende una confidenza reciproca" [In Trucioli, di cui la seconda ediz. (scelta delle prose dal 1914 al 1940) uscì a Milano da Mondadori nel 1948 e fu ristampata nel 1963.].

A considerare l'atteggiamento rivolto sia verso la realtà naturale sia verso quella umana, da parte di Sbarbaro, via via avanti negli anni, possiamo dire – come nota Giorgio Bárberi Squarotti – che egli non è pervenuto ad una soluzione dell'estraneità, né ha superato lo stato di dissipazione interiore, "se non sul piano psicologico-biografico, ancora quindi, come sempre in Sbarbaro, al livello privato, al di qua della problematica delle cause e delle determinazioni". "Ma – prosegue il critico - la finale dichiarazione di pacificato giudizio delle cose e degli uomini vale pure come senso nuovo del mondo, giunto fino a penetrare la più desolata e pietrificata aridità" [Nel capitolo "Camillo Sbarbaro" in Letteratura Italiana – I Contemporanei, Marzorati Ed., Milano, 1963.].

Per quanto riguarda Pianissimo va rilevato che ne fu pubblicata una ristampa a Venezia, nel 1954. Sbarbaro presentò, insieme all'ediz. 1914, una nuova stesura delle poesie. L'opera fu pubblicata successivamente da Scheiwiller nel 1961 e nel 1971, con una redazione ulteriormente ritoccata (nel 1960), anche"qui preceduta dall'originaria. Nell'edizione definitiva de L'opera in versi e in prosa (Garzanti, 1985, 1995 e 1999) è riportato oltre a Pianissimo, 1914, quello 1960.

Pur nella sua condizione di letterato isolato, Sbarbaro era rimasto attento alle trasformazioni linguistiche e, in particolare, alla poetica dell'ermetismo. Egli ha voluto adeguare le sue poesie ai moduli del linguaggio lirico puro del secondo Novecento. Ha così cercato di snellire il testo, togliendo ripetizioni, insistenze, passi descrittivi e ragionativi, per lo più prosaici, insomma ciò che ha giudicato superfluo; ha cambiato talora il lessico e modificato la struttura sintattica. Ma tali rifacimenti appaiono chiaramente operati dall'esterno, al di fuori di quello stato di necessità interiore, di solitudine morale, determinata dalla congiuntura storica, ma che si sarebbe rivelata come pròdromo, come prevedimento della crisi futura.

Pianissimo del 1914 rimane, infatti, una sincera testimonianza, che si è inserita nella tempèrie del Novecento, in cui alienazione e incomunicabilità hanno definito situazioni ricorrenti, caratterizzate dallo smarrimento morale, dalla menomazione della persona umana, mentre si sono, nel contempo, anche annebbiati gli spazi della trascendenza. Con la loro sensibilità più acuta, i poeti hanno maggiormente sentito il diffuso malessere esistenziale.

Uno dei più attenti studiosi della lirica moderna, Hugo Friedrich, ha ricordato la definizione del poeta, data dall'austriaco Robert Musil (1880-1942): "L'uomo che più di ogni altro è cosciente della solitudine senza scampo dell'Io, nel mondo e tra gli uomini". Il critico ha illustrato esempi di poesia solipsistica, dell'esilio, dell'angoscia (e in particolare di quell'angoscia che si sente privata del "suo nutrimento di dolore, di cui ha fame"). Friedrich ha rilevato come la poesia moderna sembra sia sottoposta ad una "costrizione" che rompe il contatto tra uomo e mondo, ma anche quello degli uomini tra loro. Ed ecco i frequenti temi della lontananza, della estraniazione, della solitudine.

Anche l'amore si traduce nella solitudine, la quale, come "tomba infinita", divide per sempre, per cui l'amata si fa "lontana come in uno specchio" [G. Ungaretti nella poesia "Canto" del 1932.]. Ed il rapporto si è perduto, oltre che col mondo, con ogni altra realtà oltremondana [Nel capitolo "Isolamento e angoscia" del volume La struttura della lirica moderna di H. Friedrich Garzanti, 1971.].

Nella "terra desolata" [Ricordando il poemetto The Wast Land (1922) di S. Thomas Eliot (1888-1965).] del XX secolo, la poesia, sia allo stesso poeta sia ai suoi lettori, non ha invero offerto motivi di chiarezza, di consolazione, di speranza.

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