Servizi
Contatti

Eventi


Camillo Sbarbaro w l Natura ritrovata

Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure, nel 1888. Compì gli studi classici. Pubblicò la prima raccolta di versi “Resine”, nel 1911. Collaborò alla rivista fiorentina “La Voce”; fu Papini che gli suggerì il titolo della sua più significativa opera di poesia: “Pianissimo”, pubblicata dalla stessa “Libreria della Voce”, nel 1914. Collaborò anche a “Lacerba”, con prose che faranno parte di “Trucioli” ( 1920 e 1929 ).

Fece l’impiegato negli stabilimenti siderurgici di Savona e di Genova. Partecipò alla Grande Guerra nella fanteria. Dopo la guerra, a Genova, impartiva lezioni private di greco; si occupava di traduzioni dai classici, nonché di pazienti collezioni di muschi e di licheni, molto apprezzate dagli esperti.

Dal 1951 si ritirò a vivere, insieme con la sorella rimasta nubile, a Spotorno (Savona). Nel 1955 uscì un’altra sua breve raccolta di liriche: “Rimanenze”.

Sbarbaro si spense nell’ospedale di Savona, nell’ottobre 1967.

***

“Pianissimo” contiene la disadorna confessione dell’autore, riguardo alla sua confusa condizione esistenziale, nella quale sembra che “essere e non essere si confondano”.

Chi patisce l’alienazione, è destinato, purtroppo, ad affondare sempre più nel suo stato. La volontà gli diventa languida e fiacca ( “non voglio, non desidero, neppure / penso …” ); ogni slancio in lui si spegne; per lui, “il mondo è un grande deserto”. La realtà viene riflessa, dall’animo stanco, come da “uno specchio rassegnato”.

Ma la maggior tristezza è nella sua confessione: “Ed alcuno non ho nelle cui mani /metter le mani con fiducia piena / e col quale di me dimenticarmi.”

Sbarbaro ha continuato a girovagare nelle viuzze e nelle piazzette nascoste, lì dove i passi risuonano sordi sul lastricato: “ Vo nella notte solo / per vicoli deserti / lungo squallide mura. / Al discorde rumor dei passi incerti / echeggiano le case come vuote: / trasalgo di paura.” Ma, per le affollate vie cittadine, gli è sembrato di muoversi “come in sonno tra gli uomini”. Se ha guardato la gente, lo ha fatto con “estranei occhi” e tutti gli altri gli sono apparsi chiusi, anzi “sigillati” in sé stessi; il poeta ha provato, ancora, sgomento: “Or questo camminare tra gli estranei, / questo vuoto d’intorno m’impaura / e la certezza che sarà per sempre.”

***

Nella “ città tumultuosa “, a Sbarbaro sembrava di aver dimenticato le sensazioni che aveva ricevuto, da fanciullo, al contatto con la natura. Ma non s’erano del tutto inaridite in lui …

Se ascoltava, d’estate, lungo i viali, il canto delle cicale, riusciva ancora a raffigurarsi la visione delle campagne assolate; aveva, tuttavia, ormai perduto l’abitudine a considerare “ tutte le cose buone della terra “.

L’ode che inizia con il verso “ Il mio cuore si gonfia per te, Terra “ ( e dichiara, tra l’altro, “ Io torno. / I miei occhi son nuovi …” ), che il poeta ha sciolto, come atto liberatorio, tra le sue desolate liriche, può sembrare, sul momento, una reminiscenza letteraria.

Sbarbaro, in effetti, ritroverà sé stesso, quando ritornerà alla natura, riconoscendo: “ E’ la sola costanza, la sola fedeltà che conosco nell’incertezza di tutto”. Egli aveva già scritto: “I trivi e i chiassuoli non mi parlano più il linguaggio d’una volta lacerante. E ci sono gli alberi che mi consolano e gli animali che mi fanno di nuovo sorridere.” Rivolgendosi alla sorella, aveva poi auspicato di potersi ritirare, entrambi, in un luogo dove poter rimanere “con le due mani aperte sopra l’erba, / quasi lieti di esistere per quello”.

Sbarbaro riprenderà a frequentare il paesaggio ligure, come aveva fatto nell’adolescenza ( “ Quanto ti camminai ragazzo! “ ); lo sentirà di nuovo a lui affine. Pur pietroso e rude, esso gli riserverà la serenità della contemplazione della pura bellezza ( del “ lapislazzulo leggero del mare “ e dei pallidi oliveti, guardati come “ canizie benedicente “… ).

Ma ancor più lo indurrà a posare, con sensibilità nuova, lo sguardo sulle modeste case dei villaggi e sull’umanità semplice e laboriosa che li abita. Il poeta, come un vecchio contadino, ricercherà un grappoletto superstite, sino a scoprirlo in mezzo ai pampini arrossati, dopo la vendemmia.

Lo assaporerà, acino dopo acino, con ingenua letizia.

Avrà ormai imparato ad apprezzare piccole gioie: “ una felicità fatta di nulla “, come quella del cielo azzurro o di fiori novelli …

Anche verso il prossimo sentirà simpatia, in specie se attirato dalla cordialità di gente “che il trovarsi insieme affratella, quasi la gioia d’ognuno dipendesse da quella di tutti.”

Penserà che “non è più saggia cosa” di quella di trascorrere la serata a sbucciar caldarroste, “chiacchierando tra il vino con gli amici.”

Le citazioni riportate, sono state tratte dal volume “Camillo Sbarbaro – L’opera in versi e in prosa” Garzanti, 1999.

Materiale
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza