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Charles Guérin, anima senza patria

La sofferta solitudine di Charles Guérin agli inizi del XX secolo

Charles Guèrin nacque nel 1873 a Lunéville, città della Lorena, regione storica della Francia nord-orientale.

Apparteneva ad una abbiente famiglia tradizionalmente cattolica.

Fece gli studi nella città natale e li terminò a Nancy, conseguendo, nel 1897, la “licence” in lettere; ma egli aveva trascorso molto tempo della schiva adolescenza tra i libri della biblioteca paterna, sognando la gloria letteraria. Dai classici, era pervenuto ad Andrea Chénier, ai romantici (dei quali prediligeva De Vigny, ma anche De Musset, Hugo e Lamartine), ai contemporanei parnassiani.

In cerca di nuove esperienze intellettuali, viaggiò in Belgio, in Olanda, in Germania, assistendo a concerti, frequentando musei e gallerie d’arte. Si recò a visitare le memorie wagneriane, giacché sentiva il fascino del grande compositore, evocatore romantico di un mondo mitico-eroico, ormai lontano, perduto.

Sempre inquieto nell’intimo, si fermò per qualche tempo a Parigi, dove venne a contatto con i circoli simbolisti.

Aveva pubblicato, appena ventenne, la raccolta di poesie “Fleurs de neige”; ad essa seguirono, a distanza di un anno l’una dall’altra, “Joies grises” (1894) e “Le sang des crepuscules”,

Guérin, con i suoi atteggiamenti nullistici, intento all’ascolto del richiamo - lugubre e voluttuoso insieme - di quel che declina, s’estingue e si fa cenere (i suoi giorni erano le sere e le sue stagioni, gli autunni) seguiva i modelli languenti ed estenuati d’un Rodenbach e d’un Mallarmé.1 Egli trascinava i suoi giorni spesso oziosi, e afflitti dalle tante aspirazioni che rimanevano insoddisfatte; erede del romanticismo, ma ormai privo d’ogni entusiasmo, gli diveniva sempre più inattuabile la partenza, ovvero l’impossibile fuga, verso i paesi del sud, verso isole lontane.

Il poeta continuava a spargere lamenti riguardo al suo cuore abulico e miserevole; amaro come frutto che andava essiccandosi; riguardo al suo spirito, che diveniva simile ad un pendìo pietroso e desolato, ove non trovavano più eco le parole divine.

E si sentiva ormai come un estraneo, alla vana ricerca di un sicuro rifugio, in seno alla natura. Essa non lo accoglieva più benevola, confidente e rasserenatrice. Guérin ne aveva apprezzato l’ineffabile e delicato incanto (“charme indéfinissable et fin”); era stato persino preso da sensazioni paniche, immergendosi nella larga ebbrezza primigenia della notte primaverile, in cui tutto bruisce, palpita e sospira.

Ma poi era subentrato in lui il travaglio riflessivo; davanti alla notte vivida di stelle il poeta aveva alzato “un front qui porte aussi sa lumière et ses mondes”. Il cuore era disposto ad abbandonarsi al calmo splendore del cielo dorato, all’ascolto del sussurro di siepi e di acque; ma a mente era tesa a rivolgere verso l’universo interrogativi essenziali, già prevedendo però di non poter ottenere alcuna risposta ( “helas! Interroger ce qui ne peut répondre”).

Era stato come fissare dentro un pozzo: come accade per l’immagine d’un viso chiaro, lo spirito si era oscurato sul fondo.

Consapevole del continuo flusso di tutte le forme dell’esistenza che vanno a vanificarsi, il poeta s’era riconosciuto fragile giunco che si piega; destinato alla dispersione, come un fuscello secco di fieno.

Guérin aveva guardato sempre più, con evidente allegoria riguardo alla propria esistenza, il sole declinante che, col suo languido sorriso, incontra la notte sulle brune colline: aveva atteso la stagione in cui la linfa, rispetto a quella che sale a gonfiare le scorze primaverili, s’indebolisce, scemando.

E tornava più volte con il pensiero alla vita così semplice, onesta, serena e feconda dei suoi avi vissuti nella provincia lorenese. Essi gli apparivano nella loro salda e sana statura religiosa, morale e civile.

Ma, alla fine dell’Ottocento, il mondo rurale, quale era stato nella tradizione, integro, laborioso, ferace, andava verso un irrimediabile declino. Émile Verhaeren,2 nel vicino Belgio, descrisse le campagne divenute brulle, “allucinate”, con i solchi inariditi, con i villaggi e le chiese semideserte: si stava spegnendo lo spirito della campagna, che era lo spirito di Dio.

Se alcuni poeti avvertirono con maggiore sensibilità, anche malata, il loro stato di crescente emarginazione, ci furono altri, invece, che cercarono loro stessi l’isolamento e ne fecero un culto esoterico, nel tentativo di preservare, nel fiume della banalità e della volgarità dilaganti, un’isola di purezza spirituale; ma ormai senza una finalità precisa- soprattutto di ordine etico- se non quella del raffinato esercizio estetico.

D’altra parte si andarono sviluppando indirizzi diversi, anche ispirati ad un ideale populistico e umanitario.

Stuart Merril, che aveva dichiarato: “Sono responsabile per parte mia di ogni ingiustizia commessa”, formulò il progetto di un’arte che elevasse il proletariato e lo avviasse al riscatto. Vielé-Griffin era alla ricerca di nuovi princìpi, di nuove scelte esistenziali. Jehan Rictus con “Le soliloques du pauvre”(1897) diede l’esempio di una poesia di forte contenuto sociale.

Ma il Nostro era tra i più indecisi, tra i più isolati, tra i più deboli. “Incapace di risoluzioni, Guérin finiva con l’inabissarsi nell’immobilità di una malinconia riservata e perciò più pericolosa”3. Una tristezza, indefinibile a parole, invadeva il suo essere non più vivificato dalla fede d’un tempo, da sicuri valori; riavvolgendosi su se stessa, si faceva cupa, precludeva ogni fiducia nel futuro.

A Parigi egli aveva spesso girovagato di notte per le strade, sentendo l’anima buia come disperdersi al vento. Comprendeva come andassero ormai svanendo i suoi sogni adolescenti, riguardo alla fama da conseguire con la poesia.

Aveva udito il richiamo rivoltogli da chi si aggirava invitando ad un amore impuro; ma, seppur allettato da immaginazioni sensuose, egli assecondava una segreta disposizione alla rinuncia e all’inerzia. Si rintanava in qualche taverna, davanti a un bicchiere di vino purpureo come le rose o a uno ambrato come le foglie d’autunno; davanti a liquori dall’invitante colore latteo o opalescente o smeraldino, ma capaci soltanto, con il loro lento veleno, di accrescere in lui lo svilimento e l’impotenza.

Usciva alle prime luci del nuovo giorno, insieme con altri giovani artisti, che là dentro, o abbandonandosi a una rêverie artificiale o a chiacchiere sterili, cercavano lo stimolo per un’arte insincera. Barcollava, il poeta, “enfant divin” (come egli stesso, con sarcasmo, ormai si definiva) lungo gli umidi muri, ubriaco, e oppresso dall’immedicabile spleen.

Avrebbe voluto perdersi definitivamente nell’oblio, nelle acque della Senna, scure e pesanti come quelle del Lete.

Guérin seppe, tuttavia, riscuotersi dal torpore, dando ascolto ai segni di mutamento che provenivano da certuni ambienti culturali. Come abbiamo visto, negli ultimi anni dell’Ottocento, diversi intellettuali e poeti avvertirono l’esigenza di superare in vario modo l’isolamento cresciuto attorno a loro; di comunicare un messaggio sincero, per mezzo di un linguaggio spogliato dell’avvolgente oscurità simbolistica.

Il Nostro si sentì particolarmente attratto dall’indirizzo poetico ispirato alla freschezza naturale del sentimento e alle semplici verità4 espresso da Francis Jammes (1868-1938), il quale, nel 1897, aveva pubblicato sul “Mercure de France” il manifesto del suo “jammisme”. Strinse un schietta amicizia con Jammes, dopo averlo conosciuto di persona; lo visitò più volte nella sua casa, alla periferia di Orthes, cittadina dei Bassi Pirenei. Tale dipartimento della Francia sud-occidentale, ricco di pascoli montani, di colli ubertosi di viti, di campi di cerali va ad affacciarsi sull’Oceano Atlantico.

A differenza della Lorena, dove i giacimenti di carbone e di ferro, sfruttati sin dal 1890, diedero impulso ad un rapido sviluppo industriale, l’economia dei Bassi Pirenei si basò sempre sull’allevamento bovino ed ovino e sull’agricoltura. Guérin descrisse la casa ospitale5 di Jammes in una lunga lirica della raccolta “Le coeur solitaire”, pubblicata nel 1898 e, dopo tormentose rielaborazioni, in edizione definitiva nel 1904.

Sono versi in cui è palese il desiderio di quiete a contatto con la natura ritrovata; la ricerca di interiore equilibrio nella modesta, ma “armoniosa dimora”, insieme con il virgiliano amico, saldamente legato all’ambiente provinciale e rustico; amante della campagna (futuro aedo delle “georgiche cristiane”); della pesca lungo le rive del fiume, e paziente cultore di erboristeria.

Ma erano brevi soste … - Ritornerò ancora? - si chiedeva, ogni volta, Guérin. E rispondeva a se stesso, senza alcuna prospettiva futura, se non l’inquieto esilio dalla realtà: “Demain? Hélas! Mieux vaut penser au temps d’hier. / Une âme sans patrie habite dans ma chair”.

Nondimeno, aderendo all’orientamento spiritualistico e anti-intellettualistico del jammisme, nonché sensibile alle voci di poeti ormai attenti alle pressanti istanze etico-sociali, il Nostro andò tormentandosi nel tentativo di imprimere alla propria esistenza una condotta fattiva e un ethos, per l’acquisizione di una compiuta umanità.

Alfine pronunciò un deciso “Essere un uomo” (“Être un homme”), uomo che sapesse procedere con passo franco, virile, con la chiara consapevolezza delle scelte. Con nobiltà d’animo egli immaginava, anzi, di potersi elevare al di sopra della bassezza di una società come quella della belle époque, scettica ed agnostica, in cui si ricercavano soprattutto il tornaconto e la spensierata vita mondana.

Guérin avrebbe voluto appartenere all’esiguo numero di quegli uomini rimasti “puri”, nei quali la luce divina brillava come una stella superstite (“une dernière étoile au coeur des hommes purs” ); pochi, in mezzo a tutti coloro per i quali il cielo era diventato un’incomprensibile parola; a coloro che stavano, di nuovo, chiudendo il Cristo in un oscuro sepolcro.

Con il sempre rinascente spirito romantico, si apprestava ad uno slancio verso le cime, sebbene quali cime non lo disse e forse non avrebbe saputo dirlo.6

Il suo proposito - espresso con un’enunciazione enfatica, certo sollecitata dall’entusiasmo giovanile gonfiatosi all’improvviso - era di “forgiare, lottare, brandir la spada o il martello” (“forger, lutter, brandir l’épée ou le marteau “; di spargere del bene tra coloro che da miserabili vivevano ai margini della società opulenta; di spartire il proprio mantello con i vagabondi; di entrare come un raggio di sole nei tuguri; e, una volta sublimata quella sofferenza che gli si aggrumava attorno all’essere, corrodendolo, di parlare fraternamente ai cuori scontrosi e induriti; di recare parole confortanti al capezzale dei disperati …

Non si sentiva mosso soltanto da uno slancio filantropico, ma dal ritrovato sentimento religioso che gli proveniva, genuino, dagli avi. Dopo aver dichiarato: “Mais je veux, mon DIeu, malgré tout, croire en toi”, chiedeva che si rinnovasse in lui “la foi de l’enfant” e soprattutto che il suo cuore arido e chiuso potesse germogliare, potesse aprirsi alla gioventù dell’amore, alla “jeunesse d’aimer”; vedeva anche spuntare per sé, come avviene per gli operosi apostoli delle cause spirituali, un’aurora di trascendenza, verso cui volgere gli occhi, dopo aver compiuto la sua missione: “les yeux ouverts sur l’éternel matin”.

Il Nostro aveva così rimeditato l’angoscioso itinerario spirituale percorso da Alfred De Vigny (1798-1863). Questi, pur con il suo radicato pessimismo, derivante dal riflettere sulla misera e sofferente condizione del genere umano, aveva, tuttavia, conservato la nostalgia d’una fede; uscendo dalla misantropia, aveva nutrito la speranza che le forze spirituali potessero alfine elevare l’uomo; a lui era parso di scorgere “une aile d’azur” trascorrere nel buio della notte del dubbio e del mistero; era giunto a sognare l’avvento del regno dello “Esprit pur” …

Anche quello di Guérin sarebbe rimasto null’altro che un sogno? Il Nostro aveva già temuto un tal caso, nell’atto stesso di ideare il nuovo progetto di vita, al termine di un’agitata notte d’aprile: “Ce rêve d’une fin de nuit d’avril, Seigneur, / ne sera-ce qu’un rêve encore après tant d’autres!”

Ancora un sogno, dopo tanti altri … Purtroppo (come ha scritto Marcel Raimond ) ”tutti i suoi sforzi per vivere si rivelarono impotenti a strapparlo dal cerchio della solitudine”7. Dobbiamo, tuttavia, almeno considerare la migliore poesia di Guérin, quella contenuta nell’opera “Il seminatore di ceneri” 8 simile a una cattedrale silenziosa e vuota, ma che attenda l‘uffizio; e con il poeta stesso sperduto in una delle cappelle d’una navata laterale.9

Intanto si verificavano continue defezioni dalla scuola simbolista. Iniziò Jean Moréas (1856-1910). Egli aveva pubblicato sul “Figaro” del 18 settembre 1886 il “Manifeste du symbolisme” e sullo stesso quotidiano diffuse, il 14 settembre 1891, il nuovo manifesto della “École Romane française”, proponendosi di riallacciarsi alla schietta tradizione letteraria di impronta greco-latina, che, da “La Pléiade”, da Pierre de Ronsard risaliva sino a La Fontaine, a Racine, a Chénier. Henri de Régnier si volse anche lui verso il neoclassicismo e nel 1895 Adolphe Retté polemizzò contro Mallarmé in nome della natura e della chiarezza.

Nel 1897 Jammes pubblicò “De l’Angélus de l’aube à l’Angélus du soir”, in cui la poesia della natura si mostrava ringiovanita da una visione impressionistica delle cose.

Moréas, con il libri delle “Stanze” 10, diede l’esempio d’una poesia dalla forma spoglia d’orpelli, di classica misura; meditabonda, con pacatezza e stoicismo, con atteggiamenti romantici controllati, sui perenni temi esistenziali.

Rinnegata la maniera simbolista, propria di un “orfèvre vain”, di un orafo vanitoso, di un artefice preoccupato soltanto di impreziosire il cesellamento, anche Guérin adottò le composte forme classiche per la sua opera “L’uomo interiore”11. Il Nostro, tuttavia, fece spesso fatica a costringervi la commozione dell’animo. Dalla sua elegia continuò ad erompere il grido umanissimo di chi non trovò una reciprocità affettiva, che lenisse la sua solitudine, la sua intima pena. Quella di Guérin rimase sempre, come egli stesso disse, una pena senza nome, “peine qu’on ne saurait pas nommer.”

Sublimata, talvolta, sì da apparire come ostia ostensibile “au coeur de l’ostensoir”; ma, più spesso, davvero cupa e opprimente: “cette peine est vraiment trop obscure ce soir” … “ce soir, un des plus lourds des soir où j’ai souffert” …

Con essa il giovane convisse (“la peine qui m’est unie”) sino alla morte che avvenne, a causa di un male incurabile, nel marzo del 1907, a trentaquattro anni, nella stessa città natale.

Guérin mise a nudo la sua fragile condizione di “sans patrie”. Ci saranno poi altri poeti che si sentiranno “esiliati” dalla sempre più complessa e pesante realtà del XX secolo; che sentiranno crescere dentro di sé il male oscuro, “l’impietrato soffrire senza nome”12 … Molte personalità sensibili - come fu quella di Guérin - proveranno l’assillo della solitudine, tentando, spesso vanamente, di superarla.

Note

1 Vale ricordare che G. Rodenbach scrisse la prefazione a “Joes grises” e che S. Mallarmé lodò “Le sang des crepuscules

2 Autore della raccolta di poesie dal titolo “Les campagnes hallucinées” (1893), cui seguì la raccolta “Les villes tentaculaires” (1895).

3 Gustave Lanson, nella sua “Storia della letteratura francese” Milano, 1961

4 F. Jammes: “Per essere vero il mio cuore parla come un fanciullo”; ma anche il contemporaneo Paul Fort, ad esempio, diceva di “un coeur enfant”

5 Jammes vi abitava con la madre vedova.

6 Come ha notato ancora il Lanson.

7 Nel saggio “De Baudelaire au Surréalisme” Paris, 1933.

8 “Le semeur de cendres”., 1901.

9 La suggestiva immagine è di Henri Clouard, nella sua “Histoire de la littérature française du simbolysme à nos jours” Paris, 1947.

10 “Stances”: sei libri, di cui cinque pubblicati tra il 1889 e il 1905 e l’ultimo, postumo, nel 1920. Le “Oeuvres” di C. Guérin furono integralmente pubblicate a Parigi tra il 1926 e il ’29. Sue poesie sono riportate nella “Anthologie de la poésie lyrique française”, a cura di Landolfi e Luzi, Firenze, 1950; nel volume IV di “Parnaso europeo”, a cura di Carlo Muscetta, Roma, 1989.

11 Verso di Eugenio Montale in “Ossi di seppia”, 1925.

° ° °

Laissez - moi m'endormir...

Le soir léger, avec sa brume claire et bleue,
Meurt comme un mot d’amour aux lèvres de l’été,
Comme l’humide et chaud sourire heureux des veuves
Qui rêvent dans leur chair d’anciennes voluptés.
La ville, pacifique et lointaine, s’est tue.
Dans le jardin pensif où descend le repos
Frissonne avec un frais murmure un épi d’eau
Dont la tige se rompt parfois au vent nocturne.
Des jupes font un bruit de feuilles sur la sable.
Des couples amoureux se parlent à voix basse;
Les roses que leurs doigts songeurs ont effeuillées
Répandent une odeur enivrante de miel.
Un pâle jour occupe encore le bas du ciel
Et mêle, charme étrange et confidentiel,
De la lumière en fuite à de l’ombre étoilée.

Que me font les soleils à venir, que me font
L’amour et l’or et la jeunesse et le génie!
Laissez-moi m’endormir d’un doux sommeil, d’un long
Sommeil, avec des mains de femme sur mon front.
Ah, fermez la fenêtre ouverte sur la vie!

Lasciatemi addormentare …

La sera, con la nebbia chiara e azzurra,
si spegne lieve come una parola
d’amore sulle labbra dell’estate;
come l’umido e caldo sorridere beato delle vedove
che nella loro carne ancora immaginano
i trascorsi piaceri.

Calma e lontana la città ora tace.
Nel giardino, ch’è assorto nel riposo,
con un fresco sussurro trema una spiga d’acqua,
il cui stelo talora il vento frange.

Le gonne sulla rena frusciano come foglie.

Coppie d’innamorati si bisbiglian parole;
e sfogliano, sognando, le rose che diffondono
un inebriante odore di miele.

Rimane all’orizzonte il sole impallidito
e mescola, con fascino strano e confidenziale,
luce sfuggente ad ombra già sellata.

A che i giorni futuri,
a che l’amore e l’oro, la giovinezza e il genio!
Lasciate he sereno m’addormenti,
e dorma un lungo sonno, con le mani
d’una donna posate sulla fronte.

Ah, chiudete la finestra aperta sulla vita!

Le Poète

Le sombre ciel lacté se voûte en forme d’arche.
Un grand silence ému berce les choses, l’arbre
Palpite au vent léger qui passe, et dans l’étable
On entend remuer le bêtes dans la paille.

Comme un laboureur las qui s’arrache à la glèbe,
L’humble poète alors sort de la chair et lève
Vers la vivante nuit, radieuse et profonde,
Un front qui porte aussi sa lumière et ses mondes.

Il Poeta

Del ciel la buia vòlta si fa làttea.
Carezzevole un gran silenzio culla
le cose; l’albero palpita al lieve
vento che passa, e nella stalla odi
che si muovon le bestie nella paglia

Come un coltivatore affaticato
si stacca dalle zolle,
umilmente il poeta,
in quest’ora, s’astrae
dalla carne e solleva
verso la notte vivida,
scintillante e profonda,
la fronte che pur genera
la sua luce e i suoi mondi

Le doute

C’est que dans l’ivre et large émoi des belles nuits
Où tout bruit, palpite et soupire à la fois,
Les voix couvrent la mélodie absolue; e l’esprit
Qu’on a tenu penché trop longtemps sur la foi
S’y trouble comme un clair visage au fond d’un puits,
Celui qui frappe au seuil et prie avec des larmes
Se voit un étranger qu’aucun hôte n’accueille;
On se sent faible; on tremble, on doute que son âme
Dans la creation pèse plus que la feuille;
On craint que la clarté divine ne soit plus
Qu’une dernière étoile au coeur des hommes purs.
Le monde est triste et vieux, et les nouveaux venus
Pour qui le ciel est vain comme un mot inconnu
Ont recouché le Christ dans son sépulcre obscur.

Il dubbio

E’ che nell’emozione intensa e vasta
delle belle nottate, quando, insieme,
tutto sussurra, palpita e sospira,
le voci coprono la melodia
assoluta; e lo spirito, che abbiamo tenuto
troppo a lungo piegato sulla fede,
vi si conturba come un chiaro viso
nel profondo d’un pozzo.

Chi alla porta picchia
e prega lacrimoso,
si ritiene un estraneo
che nessun oste accolga;
deboli ci si sente;
trepidanti si dubita
che nella creazione abbia valore,
la propria anima, più della foglia;
si teme che la luce
divina non sia più che una stella
superstite nel cuore
di pochi uomini puri.

Il mondo è triste e vecchio,
ed i sopravvenuti,
pei quali il cielo è vano
come una parola sconosciuta,
hanno di nuovo coricato il Cristo
nel suo scuro sepolcro.

Mon coeur

Mon coeur est amer comme un fruit desséché.
Que Dieu jette son nom sonore à la ravine,
Et mon esprit, coteau pierreux et désolé,
Ne rendra pas l’écho des paroles divines.

Il mio cuore

Il mio cuore è amaro
come un frutto essiccato.

Dio lanci il suo nome
sonoro nella forra,
e il mio spirito, ripa
pietrigna e desolata,
non restituirà l’eco
al richiamo divino.

Nuits d'hiver

Stériles nuits d’hiver où ton âme trop pauvre,
Haineuse et lâche, éparse au vent, boueuse et noire,
Fuyant l’âtre où les chats obséquieux se chauffent
Et le thè musical et blond des rêveurs sobres,
Dans la rue où l’impur amour chuchote et rôde
Porte comme une croix son lourd désir de gloire!

Notti d'inverno

Vane notti d’inverno, in cui il tuo essere
miserevole, astioso e codardo,
come disperso al vento,
pieno di fango e tetro,
fuggendo il focolare
con i gatti ossequiosi che si scaldano
e il tè armonioso e biondo
dei sognatori sobri,
lungo la strada, ove l’amore immondo
s’aggira bisbigliando,
porta come una croce il suo penoso
desiderio di gloria!

Dans les tavernes

Retourne boire alors dans les tavernes, boire
Les vins de pourpre où l’oeil voit fleuir sous des roses
Les jeunes seins légers des danseuses d’Hérode.
Le vins d’ambre pareils aux feuillages d’octobre,
Et la liqueur de lait, d’opale et d’émeraude.

Ô riches de rumeur inféconde, tavernes
Où vont mortellement rire jusqu’au jour terne
Les rêveurs qui sont veufs d’amour et de génie!
On dément sa douleur et son coeur, on renie
La foi qui réconforte et le bel art sincère,
Et les âcres poisons qu’on puise dans les verres
Accroissent l’impuissance et les sourdes colères.

Nelle taverne

Ritorni allora a bere nelle taverne, a bere
i vini del colore della porpora
dove, sotto le rose, gli occhi vedon fiorire
I delicati seni delle giovani danzatrici d’Erode;
i vini ambrati simili alle foglie d’ottobre,
e liquor lattescenti, d’opale e di smeraldo.

O piene d’uno sterile vocìo, taverne dove vanno
a scherzar sino all’alba, in modo màcabro,
gli stravaganti privi e d’amore e d’ingegno!
Camuffano, lì dentro, la propria pena e il cuore,
rinnegano la fede che conforta, la bell’arte sincera;
e gli acri veleni attinti dai bicchieri
accrescon l’impotenza ed i sordi rancori.

Le fleuve

Ô fin des nuits, départs lugubres des tavernes
Quand le vent fait tinter les vitres des lanternes!
Un train siffle, la neige est noire dans les rues
Et les arbres plaintifs croisent leurs ombres nues
Le long des murs où le poète, enfant divin,
Titube pesamment de tristesse e de vin.

Va-t’en, la pierre humide est bonne au sang qui brûle.
Va-t’en, rêveur, poser tes coudes et ton front
Sur le granit rugueux du parapet d’un pont.
Ta bouche desséchée aspirera la brume,
La fraîcheur de la mort remplira tes narines,
Et tu verras, funèbre et forte volupté,
Le fleuve, sombe, large et lourd comme un Léthé,
Grand voyageur qui roule embrasser d’autres villes,
Le fleuve lent mêler en remous sur les piles
L’ombre, le sang et l’or qu’il ne peut emporter.

Il fiume

Oh, il dipartirsi lugubre
dalle béttole, all’alba, quando il vento
fa tintinnare i vetri dei lampioni!
Un treno fischia; è scura la neve nelle strade;
e intrecciano le loro ombre spoglie,
gli alberi lacrimosi, lungo i muri,
ove, fanciullo divino, il poeta
barcolla ubriaco e oppresso da tristezza.

Vattene, al sangue che brucia, fa bene
l’umida pietra; vattene,
o sognatore, ad appoggiare i gomiti
e la fronte sul ruvido
granito del parapetto d’un ponte.
L’arida bocca aspirerà la bruma;
il fresco della morte riempirà le narici,
e tu vedrai, funerea e forte voluttà,
il fiume scuro, largo, pesante come un Lete,
gran viaggiatore in corsa ad abbracciare
altre città, il fiume mescolare,
in un lento risucchio sui pilastri,
l’ombra, il sangue e l’oro che non può trascinare.

Aux ancâtres

Plus faible et sanglotant qu’au jour de mom baptême,
Je pense à vous, qui, hauts et droits, ô mes ancêtres,
Vécûtes avec l’âme et la force des cèdres.
La voix du Créateur sur vos fibres vibrantes
Chantait comme un vent pur dans les rameaux sonores.
Votre coeur large et plein s’ouvrait comme une grange;
Vous aimiez l’oraison du pauvre à votre porte,
Et votre foi d’enfants pleurait sur l’Evangile.
Béni soit notre pain de chaque jour, bénies
La journée et la nuit, disiez-vous, et la vie
Coulait pour vous comme une eau claire sur l’argile.

Agli antenati

Debole e singhiozzante più di quanto lo fui
nel giorno del battesimo, a voi penso,
o miei antenati, che, alti e diritti,
con l’animo viveste
e la forza dei cedri. Sulle vostre
fibre vibranti cantava la voce
del Creatore, come un puro soffio
tra rami risonanti.

Il cuore largo e ricco vi si apriva
come un granaio; in voi trovava ascolto
la supplica del povero alla porta;
e con candida fede piangevate
sull’Evangelo. Il pane quotidiano
sia benedetto; benedetti il giorno
e la notte, dicevate; e la vita scorreva
come limpida acqua sull’argilla.

L’ètè brûlait

L’été brûlait; et vous veniez avec l’épouse
Vous asseoir où je suis, aux heures où le jour
S’enfuit en ne laissant au ciel que des étoiles.
Alors le vieux désir humain joignait les bouches;
Vous laissiez puissamment tressaillir dans vos moelles
La saine volupté qui fai fortes races.
Plus tard, quand, jardinier ridé, l’Automne passe,
Vous voyiez à vos bras les enfants se suspendre
Comme un bouquet de fruits dorés après la branche.
Simples et droits, ô mes ancêtres, vous portiez
Des âmes que le soir de la chair trouvait grandes.

L’estate ardeva

L’estate ardeva; e voi
con la novella sposa venivate
dove ora sono, a sedervi nell’ore
in cui dilegua il giorno e lascia stelle in cielo.
Il primordiale desiderio umano
giungeva allor le bocche;
lasciavate impetuosa trasalire ,
nelle vostre midolla,
la sana voluttà da cui ha vita
vigorosa progenie.
Più tardi, al transitare dell’Autunno,
rugoso giardiniere, vedevate
bimbi alle vostre braccia stare appesi
come un dorato grappolo di frutta.

O miei antenati, semplici ed onesti,
il declino del corpo in voi trovava
anime ancora grandi.

A Jammes

Ô Jammes, ta maison ressemble à ton visage.
Une barbe de lierre y grimpe; un cèdre ombrage
De ses larges rameaux les pentes de ton toit,
Et comme lui ton coeur est sombre, fier et droit.
Le mur bas de ta cour este habillé de mousse.
La maison n’a qu’un humble étage. L’herbe pousse
Dans le jardin autour du puits et du laurier.
Quand j’entendis, comme un oiseau mourant, crier
Ta grille, un tendre émoi me fit défaillir l’âme.
Je m’en venais vers toi depuis longtemps, ô Jammes,
Et je t’ai trouvé tel que je t’avais rêvé.
J’ai vu tes chiens joueurs languir sur le pavé
Et, sous ton chapeau noir et blanc comme une pie,
Tes jeux francs me sourire avec mélancolie.
Ta fênetre pensive encadre l’horizon;
Une vitrine, ouverte auprès d’elle, reflète
La campagne parmi tes livres de poète.
Ami, puisqu’ils sont nés, les livres vieilliront;
Où nous avons pleuré, d’autres hommes riront;
Mais que nul des nous deux, malgré l’âge, n’oublie
Le jour où fortement nos mains se sont unies,
Jour égal en douceur à l’arrière- saison.
Nous écoutions chanter les mésanges des haies;
Les cloches bourdonnaient, les voitures passaient:
Ce fut un triste et long dimanche des Rameaux.
Toi, pleurant ton amour et plaintif comme une eau
Qui dans l’herbe, la nuit, secrètement sanglote,
Moi, plein de mort, rêvant d’un suprême départ
Sur la mer où tournoient les barques sans pilotes.
Nous écoutions tinter les sonnailles des chars,
Pareillement émus de diverses pensées,
Et le ciel gris pesait sur nos âmes blessées.
Reviendrai-je dormir dans ta chambre d’enfant?
Reviendrai-je, les cils caressés par le vent,
Attendre la première étoile sous l’auvent.
Et respirer dans ton coffret en bois de rose,
Parmi l’amas jauni des veilles lettres closes,
L’amour qui seul survit dans la cendre des choses?
Jammes, quand on se met à ta fenêtre, on voit
Des villas et des champs, la montagne et ses neiges;
Au-dessous est la place où ta mère s’assoit.
Demeure harmonieuse, ami, vous reverrai-je?
Demain? Hélas! Mieux vaut penser au temps d’hier.
Une âme sans patrie habite dans ma chair.
Ce soir, un des plus lourds des soirs où j’ai souffert,
Tandis que, de leur flamme éparse sur la mer,
Les rayons du soleil couchant doraient la grève,
Les cheveux trempés d’air et d’ecume, j’allais,
Roulé comme un caillou par la force du rêve.
La terrible rumeur des vagues m’appellait,
Voix des pays brûlés, des volcans et des îles;
Et, le coeur plein de toi, j’ai marqué d’un galet,
Veiné comme un bras pur et blanc comme du lait,
Le jour où je passai ton seuil, fils de Virgile.

A Jammes

Ti rassomiglia in viso la tua casa,
o Jammes. Come barba vi si arrampica l’edera;
un cedro allarga la sua chioma ombrosa
sulle falde del tetto, ed il tuo animo
è, come lui, severo, schietto e fiero.
La modesta dimora ha un solo piano.
S’è coperto di muschio, nel cortile,
il muro basso; l’erba, nel giardino,
cresce fitta dattorno al pozzo e al lauro.
Quando sentii il cancello che s’apriva
(come uccello ferito era stridente),
di commozione venne meno il cuore.
Da tempo avrei voluto a te venire, o Jammes,
e mi sei apparso quale
ti avevo figurato nel mio sogno.
Ho veduto distesi
sul selciato i tuoi cani pronti al gioco
e da sotto il cappello, nero e bianco
come una gazza, i tuoi occhi sorridermi
sinceri e malinconici.
Assorta la finestra riquadra l’orizzonte;
una vetrina, aperta ad essa accanto,
riflette tra i tuoi libri la campagna.
Dacché son nati, amico, i libri invecchieranno;
ove abbiam pianto, rideranno altri;
ma che né io né tu abbia ad obliare,
malgrado gli anni, il giorno in cui ci siamo
stretti la mano vigorosamente,
giorno soave come tardo autunno

A noi giungeva dalle siepi il canto
di cinciallegre; di vetture il transito;
il vibrar di campane,
in quella per noi pigra ed infelice
Domenica delle Palme,

Rimpiangendo il tuo amore, ti rendevi
quèrulo come acqua che singhiozza
nascosta, nella notte, in mezzo all’erba;
io, con la morte in cuore,
sognavo di partire disperato
sul mare dove vagano barche senza nocchiero.
Egualmente agitati da diversi pensieri, ascoltavamo
tintinnare i sonagli dei carri;
gravava il cielo con il suo grigiore
sull’anime ferite.

Ritornerò a dormire nella cameretta?
Con le ciglia dal vento accarezzate
nell’attesa, da sotto la tettoia,
la prima stella tornerò a scoprire?
E dentro il cofanetto di legno di rosa,
tra il mucchio ingiallito delle vecchie
lettere chiuse, ad aspirar l’amore
che, solo, sopravvive tra la cenere?

Chi dalla tua finestra
s’affaccia, o Jammes, vede ville e campi
e coperta di neve la montagna;
sotto v’è il posto ove siede tua madre.

Dimora armoniosa, amico, vi rivedrò?
Domani? Ohimè! Conviene meglio pensare al passato.
Anima senza patria nella mia carne abita.

Stasera, una delle più pesanti della mia sofferenza,
mentre, fiamma spargendo sopra il mare,
i raggi del tramonto doravano la sabbia,
coi capelli inzuppati dal vento misto a spuma,
io andavo, e come un ciottolo
mi rotolava l’ìmpeto del sogno.
Lo strepito terribile dell’onde
sembrava mi chiamasse con la voce
dei paesi bruciati, dei vulcani e dell’isole …

Col cuore di te colmo,
io ho segnato con un sassolino
(venato come braccio candido, quasi làtteo),
il giorno in cui la tua soglia varcai,
o figlio di Virgilio!

Ô mon Dieu …

Mais je veux, ô mon Dieu, malgré tout, croire en toi.
Prêete-moi la candeur de la vierge et la foi
De l’enfant. Que je sois vigilant, bon et simple.
Accorde-moi sur tous les dons l’humilité,
Afin que j’offre au vent de ta volonté sante
Le docile et profond émoi d’un champ de blé.
Permets-moi d’oublier q’un soir des temps anciens
Le doute déborda du calice divin-

Enfin rends à mon coeur la jeunesse d’aimer;
Que le grain germe encore dans ce jardin fermé!
Je cherche en égaré ta croix au carrefour,
Je t’appelle à travers la nature vivante;
Il est temps de m’entendre, ô Dieu! ne sois pas sourd.
Réconforte mon âme obscure, ta servante,
Car, pareille à l’abîme étoilé de l’amour,
L’immensité des cieux nocturnes m’épouvante.

O mio Dio …

Ma, nonostante tutto, o mio Dio,
voglio credere in Te.
Concedimi il candore verginale,
del fanciullo la fede.
Vigile, buono, semplice ch’io sia.
Donami soprattutto l’umiltà,
perché io offra al vento
del tuo santo volere,
la docile e profonda commozione
di un campo di grano.

Permettimi d’obliare che una sera lontana
il dubbio traboccò dal calice divino.

Rendi, alfine, al mio cuore
la gioventù d’amare;
germogli ancora il seme
nel serrato giardino!

Smarrito cerco la tua croce al bivio,
nella natura vivente ti chiamo;
o Dio!, è tempo ormai
che Tu, non insensibile,
ascolto mi conceda; sii conforto
all’anima mia triste, tua ancella,
poiché, come l’abisso stellato dell’amore,
di notte, mi spaventa l’immensità dei cieli.

Être un homme

Forger, lutter, brandir l’épée ou le marteau,
Partager aux errants des routes son manteau,
Être bon, être pur, être grand, être un homme
Que le seul bruit du bien qu’il a semé renomme,
Entrer comme un rayon d’azur dans les taudis,
Remplir d’amour le coeur âpre et sec des maudits,
Visiter les chevets et les âmes sans joie,
Dire: - Croyez en Dieu, car c’est lui qui m’envoie;
Se sentir chaque soir plus paisible et meilleur …
Ce rêve d’une fin de nuit d’avril, Seigneur,
Ne sera-ce qu’un rêve encore après tant d’autres?
Ou compterai-je un jour au nombre des apôtres
Qui, satisfaits d’avoir accompli leur destin,
Meurent les yeux ouverts sur l’éternel matin?

Essere un uomo

Far progetti, lottare
con in pugno la spada o il martello,
e con i vagabondi dividere il mantello,
esser buono, sincero, generoso,
essere un uomo
che semina del bene e sol per questo ha nome;
entrare come un raggio di sole nei tuguri,
riempir d’amore il cuore
arido e duro degli emarginati,
far visita a chi sta in un capezzale,
a chi ha afflitta l’anima, dicendo:
-Credete in Dio, è lui che a voi mi manda …
Ogni sera sentirsi più sereno e migliore …

Signore, questo sogno
che ho fatto sul finire
d’una notte d’aprile,
non rimarrà ancora,
dopo tanti altri, vano?
Oppure, un dì, verrò annoverato
tra quegli apostoli, che, soddisfatti
d’aver compiuto la propria missione,
muoion con gli occhi aperti
sull’eterno mattino?

L’adieu

Tendre et noble amie au pur visage
Qu’un sévère destin me ravit sans retour,
Si quelque triste et doux hasard t’apporte un jour
Ce livre d’un enfant prématurément sage
Où je pleure le temps, hélas! de notre amour,
Où, fidèle et pieux souci dans chaque page
J’évoque à mes yeux seuls ton invisible image,
L’ayant lu, ferme-le pour toujours. Dis-toi bien
Que tu ne viendras plus, confiante et paisible,
Bercer pour l’endormir ton coeur contre le mien,
Ni, comme un lierre noue et serre son lien,
M’étreindre de ton corps frémissant et flexible,
Ni dans une langueur de rose qui se rompt
Sourire, suspendue à ma bouche et lassée,
Ni longuement poser tes lèvres sur mon front
Pour y souffler ton âme et boire ma pensée.

Recueille-toi, regarde en arrière, revois
Les jours évanouis comme une troupe ailée;
Revois le lac au pied des monts, les prés, les bois,
Et ma vie à ta vie étroitement mêlée;
Notre chambre d’amour sur la mer et les soirs
Où la fenêtre ouverte au milieu des murs noirs
Découpait dans l’azur una baie étoilée.

Embrasse d’un coup d’oeil d’adieux notre bonheur,
Tout ce passé d’hier qu’il nous fut doux de vivre;
Et puis, dans ton nouveau foyer, brûle mon livre,
Et m’écartant, malgré toi-même, de ton coeur,
Rejetant le linceul sur la volupté morte,
Détourne ton espoir de la terre. Sois forte.

Va, le destin te marque un austère devoir;
N’y manque pas: voici la route. Je demeure
Seul au sommet désert du coteau jusqu’au soir,
Attendant que ta forme au loin dans l’ombre meure.

L’addio

Tenera e nobile amica dal candido
sembiante, a me rapita
da un rigido destino irremovibile,
se un dì, un qualche caso triste e grato
ti rechi questo libro d’un ragazzo
precocemente saggio,
in cui rimpiango il tempo, ahimè! del nostro amore
e l’immagine tua ormai invisibile
con fedele e devota insistenza,
per gli occhi miei soltanto, richiamo ad ogni pagina,
dopo che l’avrai letto, richiudilo per sempre.

Dici a te stessa che non più verrai
fiduciosa e serena a cullare
sino ad addormentarlo, il tuo cuore sul mio;
né, simile ad un’edera che avvolge,
e serra il nodo, a stringermi
con il tuo corpo eccitato e flessuoso;
o in un languor di rosa che appassisce,
sorridere, sospesa alla mia bocca, e stanca;
né, posate le labbra sulla mia fronte a lungo,
il tuo affetto a spirarvi, a sorbirne il pensiero,

Raccogliti in te stessa, volgi indietro lo sguardo,
rivedi i giorni dileguati come uno stormo d’uccelli;
appiè dei monti, il lago, i prati, i boschi,
e intimamente fusa la mia vita alla tua;
di noi amanti la stanza sul mare
e le serate, quando la finestra,
che stava aperta in mezzo a neri muri,
nell’azzurro inquadrava una baia stellata.

Con un rapido addio abbraccia la passata
felicità, l’ieri che ci fu dolce vivere;
nel tuo novello focolare brucia il mio libro
e, dal cuore escludendomi, malgrado tu non voglia,
gettata sulla nostra voluttà una coltre funerea,
distogli dalla terra ogni speranza. Sii forte.
Va’, il destino ti fissa un austero dovere;
ad esso non mancare: ecco la strada.
Io rimango da solo sino a sera
sulla cima deserta del pendìo,
sino a che non si spenga in lontananza,
nell’ombra, la tua immagine …

Un jour …

Tout être a son reflet ou son écho. Le soir,
La source offre à l’étoile un fidèle miroir;
Le pauvre trouve un coeur qui l’accueille, la flûte
Un mur où son air triste et pur se répercute;
L’oiseau qui chante appelle et fait chanter l’oiseau,
Et le roseau gémit froissé par le roseau:
Rencontrerai-je un jour une âme qui réponde
Au cri multiplié de ma douleur profonde?

Un giorno …

Ogni essere ha il suo riflesso o un’eco.
La fonte, quando è sera, offre alla stella
uno specchio fidato; trova il povero,
un cuore che l’accolga; ed il flauto, un muro
ove si ripercuota il suono triste e puro;
un uccello che canta, richiama
altro uccello a cantare;
e cìgola la canna, al frusciar del canneto.

Potrò, un giorno, un’anima incontrare,
che risponda al molteplice grido
del mio dolor profondo?

Soirs de septembre

C’est un des derniers soirs de septembre; la brise
Promène sur les champs les cheveux de la Vierge;
L’ombre des peupliers est longue sur les berges.
L’herbe humide vacille et tombe au fil des faux;
Les feuilles des rameaux frissonent, le ruisseau
Bouillonne au loin d’écluse en écluse; on entend
L’écho sourd des fléaux qui s’abattent sur l’aire.
Soirs de l’automne, soir de douceur tendre et claire!
Septembre met l’anneau d’or rouge au doigt de l’an.
Vous qui passez là-bas, connaissez-vous ma peine,
La peine que je porte au fond de l’âme? Elle est
Pâle comme un soleil déclinant sur la vigne;
Fraîche comme le grès d’une jarre de lait,
Et frémissante aussi comme un duvet de cygne.
Peine qu’on ne saurait nommer, chagrin sans cause
D’orphelin qu’a la nuit nulle chanson ne berce,
Pareille sous les pleurs aux fléchissantes roses
Dont le calice est lourd de pluie après l’averse.
Ma peine qui jadis ressemblait à l’hostie
Eblouissante et nue au coeur de l’ostensoir,
Cette peine est vraiment trop obscure ce soir:
Qu’on ouvre la fenêtre au large, sur la vie!

Sere di settembre

E’ una delle sere ultime di settembre;
il lieve vento sparge sopra i campi
la chioma della Vergine;
l’ombra dei pioppi è stesa sulle rive.
Vacilla e cade sotto le affilate
falci l’umida erba;
ai ramoscelli tremano le foglie;
da una all’altra chiusa, in lontananza,
il ruscello gorgoglia; odi l’eco
sorda dei correggiati*che s’abbàtton sull’aia,
delle voci, dei passi di fanciulli,
che fanno scricchiolare le faggiòle.

O serate d’autunno,
sere di chiara e tenera dolcezza!
Settembre mette al dito dell’anno
l’anello d’oro rosso.

Voi che laggiù passate, conoscete la pena,
la pena che racchiudo in fondo all’anima?
Pallida è come sole che sulla vigna cala;
fresca come ceramica d’un boccale di latte;
e pur fremente come un piumino di cigno;
pena che non ha nome; ansietà senza causa
di orfano rimasto, nella notte,
privo d’ogni canzone che lo culli;
simile, sotto i pianti,
a rose che si piegano col calice
greve di pioggia dopo l’acquazzone.

Assomigliava, la mia pena, all’ostia
splendente e pura in mezzo all’ostensorio,
ma stasera è davvero troppo cupa:
aprite la finestra al largo, sulla vita!
la battitura dei cereali.
    *correggiato: antico strumento agricolo, formato da due bastoni
    di legno uniti da una correggia, usato per

Indice
La sofferta solitudine di Charles Guérin agli inizi del XX secolo
Laissez-moi m’endormir …
Lasciatemi addormentare …
Le poète
Il poeta
Le doute
Il dubbio
Mon coeur
Il mio cuore
Nuits d’hiver
Notti d’inverno
Dans les tavernes
Nelle taverne
Le fleuve
Il fiume
Aux ancêtres
Agli antenati
L’été brûlait
L’estate ardeva
À Jammes
A Jammes
Ô mon Dieu …
O mio Dio …
Être un homme
Essere un uomo
L’adieu
L’addio
Un jour …
Un giorno …
Soirs de septembre
Sere di settembre

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