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Charles Guérin, anima senza patria

saggio segnalato al
XXVII premio "Sìlarus 1996"

Una breve esistenza quella di Charles Guérin (nato a Lunéville nel 1873 ed ivi morto appena trentaquattrenne), ma significativa di uno spirito che avverte con sottile sensibilità e complessità le inquietudini proprie della fine di secolo e degli inizi del nuovo.

Appartenente ad una vecchia e ricca famiglia di tradizione cattolica della provincia lorenese, Guérin trascorre gli anni dell'adolescenza tra i libri della ben fornita biblioteca paterna, passando attraverso intense letture, che da Andrea Chénier risalgono ai romantici (dei quali predilige de Vigny) ai parnassiani e ai contemporanei.

Compie i suoi studi a Lunéville e a Nancy. Quivi consegue la "licence en lettres" nel 1897 e fonda altresì una rivista letteraria: "Le sonnet mensuel".

La ricerca di nuove esperienze spirituali lo spinge a viaggiare in Olanda, in Belgio (dove viene a contatto con i poeti intimisti, con Georges Rodenbach) e in Germania. Percorre gli itinerari wagneriani, giacché verso il compositore di Lipsia, molti poeti francesi, specie simbolisti, dopo il 1884, nutrono ammirazione, attratti dal fascino di un lirismo leggendario e allegorico. Guérin, infatti, introdotto, nel frattempo, nell'ambiente letterario parigino, si sta accostando alla scuola simbolista.

Il ritratto di Charles Guérin è di Paul Baudier.

Il ritratto di Francis Jammes è di Jean Veber.

Ma meta frequente delle sue peregrinazioni diviene la cittadina di Orthes, nei Bassi Pirenei, dove risiede Francis Jammes (1868-1938) con il quale si lega in fraterna amicizia. La stessa casa di Jammes, nei cui vetri si rispecchia il verde della campagna, appare a lui, che si considera "sans patrie", sicuro asilo, in cui l'intimo desiderio di semplicità e di tenera consonanza con la natura possano trovare almeno delle pause di appagamento.

Jammes sta attraversando una seria crisi religiosa, ma già predisponendosi alla conversione al cattolicesimo, che avverrà ufficialmente nel 1905. Vive con la madre vedova; dopo alcune vicende sentimentali e progetti matrimoniali falliti, si sposerà nel 1907, dando vita ad una famiglia numerosa.

Rimasto lontano dai circoli parigini, nell'ancor solido ambiente di provincia, egli espone, nel 1897, sul giornale "Mercure de France" il suo manifesto letterario conosciuto come "jammisme". Jammes intende opporre agli artifici cerebrali della poesia simbolista, la freschezza e il candore del sentimento nelle sue tradizionali manifestazioni religiose, morali, familiari; ritrovare, quale "poeta rustico", la commozione sincera nella riscoperta della natura agreste e georgica e delle piccole gioie quotidiane.

"Per essere vero il mio cuore parla comne un fanciullo" dice Jammes; e tale disposizione è comune, d'altra parte, a diversi poeti (come, ad esempio, Paul Fort, che afferma anche lui, di volersi porre di fronte al mondo con "un coeur enfant" ed esprimersi con un linguaggio trasparente) sensibili alle manifestazioni dell'animo popolare.

Jammes concepisce la poesia come mezzo per comunicare una carica affettiva rassicurante e consolatrice di fronte al pessimismo decadente; e ciò anche al fine di superare l'isolamento cresciuto attorno ai poeti, quale conseguenza dell'oscurità delle loro composizioni dai contenuti metaforici, rappresi in cristallizzazioni formali.

Guérin, dopo alcune raccolte in cui, tra il riverbero di influssi diversi, pur sempre muovendo alla ricerca di una sintesi personale, ha rivelato – come scrive Rodenbach – "le malattie infantili dell'anima", pubblica l'importante opera Le coeur solitaire nel 1898, ma, a testimonianza del suo assillo interiore, essa verrà rivista ed ampliata sino all'edizione definitiva del 1904.

Vi si ritrovano, fusi in vibranti, intimi accenti distintamente tristi, ma anche disperati, contenuti romantici, che vanno però depauperandosi; tendenze simboliste, ispirate soprattutto alle suggestioni musicali di Verlaine, giacché Guérin rimane per lo più propenso, come Albert Samain, alle forme classiche; evidente appare l'aspirazione verso l'idealità jammiana.

Guérin, tuttavia, a differenza dell'amico, e precorrendo i crepuscolari, sente che la sua anima non riesce più ad acquietarsi nel regolato ambiente provinciale; a tale mondo, però, continua a volgersi con rievocazione sentimentale, nostalgica.

Il candore della fede religiosa, che faceva piangere alla lettura delle pagine evangeliche, lo spirito di fraterna carità, il fidente abbandono alla provvidenza, il godimento delle sane gioie dell'amore coniugale e della famiglia permettevano agli avi di trascorrere un'esistenza limpida e feconda... "semplici ed onesti – come dice il poeta – il declino del corpo trovava in loro anime ancora grandi". Ora essi, in quella loro salda statura morale e sociale, gli appaiono come cedri alti e ritti (tra le cui fronde passava, sussurrando come un'aura, la voce del Creatore...) a confronto della sua attuale condizione di insicurezza e di fragilità.

Guérin esprime momenti di sereno consentimento alla natura, in armonia col cielo dorato, il vento, la voce delle querce; soprattutto, con la confidenziale quiete vespertina e con il languore della stagione autunnale in cui "la linfa s'esaurisce". Vorrebbe provare, nella notte radiante e profonda, l'ebbrezza panica, confondendosi con le cose (étre l'arbre, le mur, le pollen et le sel), dissolvendosi "au fond de l'tre universel"; si illude anche che il tempo si libri su di lui "come aquila immobile".

Ma l'unità ideale dell'io, come soggetto operante in sintonia con la realtà e, in particolare, con quella naturale, già ferma nei romantici, si sta irrimediabilmente incrinando.

Il poeta, alfine, si ritrova nella natura a vagare inquieto e deluso come straniero "che nessun oste accolga"; come estraneo in un mondo divenuto insensibile ai suoi interrogativi o che lascia, tutt'al più, secondo Baudelaire, "parfois sortir des confuses paroles".

Una sofferenza indefinibile "che non ha nome" (anche Verlaine confessa "un deuil sans raison") invade il suo essere e, non più vivificata dalla fede o da un ideale, da una speranza futura, si involge in se stessa, incupisce: "Rassomigliava la mia pena all'ostia | splendente e pura in mezzo all'ostensorio, | ma stasera è davvero troppo buia..."

Pena che non si placa con le ubriacature notturne nelle bettole di Parigi... All'uscita, nelle lugubri albe invernali, il fiume largo e tetro, "pesante come un Lete", emana la forte attrazione della morte, con la quale raggiungere la voluttà dell'annientamento, dell'oblio... Ed anche nell'amore sensuale, il poeta ricerca abbandono, dimenticanza, fuga dalla realtà: "Lasciatemi dormire un lungo e dolce sonno | con le mani d'una donna sulla fronte. | Ah, chiudete la finestra aperta sulla vita!"

Guérin comprende, d'altra parte, che non è più tempo di un'esotica avventura romantica verso quei remoti paesi ed isole, di cui ha spesso creduto di sentire il richiamo attraverso "lo strèpito terribile dell'onde" nelle solitarie fughe lungo il lido. Eppure in lui (dietro l'esempio di Jammes) risorge la volontà di tornare a credere: "Mais je veux, o mon Dieu, malgré tout, croire en toi". Malgrado tutto, poiché, oltre i deterioramenti che ha subito nel suo intimo la fede religiosa da lui ricevuta in seno alla famiglia, egli constata come l'attuale clima intellettuale sia pervaso dall'imperante credo positivista alieno da ogni apertura metafisica (" la luce divina | non è più che una stella superstite | nel cuore di pochi uomini puri") e come l'agnosticismo, il materialismo, il lucro e la bassezza predominano nel tessuto sociale, con il conseguente infossamento dei valori religiosi ed etici ("coloro per i quali il cielo è vano | come un'incomprensibile parola | hanno di nuovo coricato il Cristo/ nel suo oscuro sepolcro...")

Ma le anime dall'elevato sentire apprezzano virtù che, dalla maggior parte degli uomini,son tenute in minimo conto o addirittura rifiutate. Così Guérin richiede il candore verginale e la fede d'un tempo "la foi de l'enfant"; di ritornare vigile, buono e semplice; di potersi piegare al vento della volontà divina come un docile campo di spighe... Questo ne "Il cuore solitario".

Nell'opera successiva Le semeur de cendres (1901) con determinazione stende il programma di vita di un uomo che vuoi sentirsi, ogni sera, in pace con se stesso e migliore, a causa del bene che è riuscito a spargere attorno a sé: "Forgiare, lottare, con in pugno la spada o il martello, | e con i vagabondi spartire il proprio mantello; | essere buono, puro, grande, essere un uomo | che semina del bene e sol per questo ha nome..."

Con il cuore aperto ad una nuova giovinezza dell'amore, potrà forse superare la sua sterile solitudine... Amore nel significato fecondo di dedizione, di slancio solidale, in particolare, verso le sofferenze degli umili, dei diseredati; che penetri come un raggio di sole nei loro cuori e nei loro tuguri.

Vi è, nel contempo, rinuncia a colei "che ha dormito fra le sue braccia", il proposito di stendere una coltre sulla voluttà ormai spenta.

Guérin vuol sostituire al nascondimento, il coraggio di affrontare la vita con passo virile e con gli occhi ben attenti alla realtà esistenziale, teso alla mèta di un nobile perfezionamento : "d'un pas viril, les yeux larges sur la vie". Per questo egli vuoi dare un senso nuovo al dolore.

Esso gli è stato connaturale; ma se ha prodotto languore e smarrimento, ora lo sente come "vino d'una asprezza selvaggia'; capace di alimentare gli slanci segreti della sua anima, di trasmettere un'ebbrezza, che è la vita del cuore e la sua forza.

E sembra di sentire l'eco delle parole del cattolico Léon Bloy (1846-1917) per il quale nel povero cuore dell'uomo ci sono delle parti che non esistono ancora e dove il dolore entra per farle esistere.

Questa nuova idealità, questo nuovo impegno etico comportano l'abbandono, da parte del poeta, del minuzioso lavoro del cesellare, affinare, forbire, incastonare parole rare e preziose, di modo ch'egli non si riduca a "stolto orefice", a uno di coloro che "ciselent des mots comme des coupes", come dice Verlaine.

Sin dall'ultimo decennio dell'Ottocento, infatti, diversi seguaci della scuola simbolista, se ne stavano allontanando, per un ritorno ad una poesia come ricerca di verità, e non ridotta a puro esercizio formale, in continuità con la tradizione letteraria francese, considerando il simbolismo quale elemento deviante rispetto ad essa.

In particolare, Jean Moréas (1856-1910), già redattore-capo della rivista "Le Syrnboliste", organo ufficiale del movimento, aveva lasciato i compagni e, dopo aver partecipato alla fondazione della "École romane" di tendenza neoclassica, dal 1899 comincia a pubblicare il primo dei sei libri delle "Stances". In esse il poeta sviluppa una pacata e stoica meditazione sui temi classici dell'esistenza in birevi componimenti, con uno stile conciso e spoglio e con accenti romantici controllati.

Guérin si rivolge con interesse a tale indirizzo estetico e morale e, richiamando anche la "poesia filosofica" del prediletto De Vigny, ad esso viene adeguando le pagine del suo ultimo libro L'homme intérieur (1905). Ma è un'opera, questa, in cui si avverte che l'essere sensibile di Guérin, il cui sentimento elegiaco era fluito già così spontaneo, si sta immobilizzando e inaridendo.

I suoi ispiratori avevano, infatti, alle spalle una lunga esperienza esistenziale, anche avventurosa, su cui meditare; egli, giovane ancora, ha soprattutto sofferto a causa dei turbamenti interiori, della sua insicurezza e irrisolutezza, della solitudine insistente, della inconciliabilità dei proponimenti con la realtà e con l'agire.

Anche l'ultima aspirazione permeata di fede cristiana, aperta alla solidarietà fraterna, sbocciata in lui dopo una notte di meditazione, in un'alba primaverile il poeta teme che svanisca come uno dei suoi tanti sogni.

Egli, nella sua generosa e sofferta tensione spirituale, avrebbe voluto somigliare a uno di quegli apostoli cui è concesso, compiuta la loro missione, di affacciarsi soddisfatti e sereni sull'eternità, "les jeux ouverts sur l'éternel matin".

Breve nota bibliografica

• J. Bédier - P. Hazard, Littérature françise (tome second), Larousse, Paris 1949.
• T. Landolfi-M. Luzi,.Anthologie de la poésie lyrique française, Sansoni, Firenze1950.
• G. Lanson, Storia della letteratura francese, vol.II, Long;anesi, Milano 1961.
Parnaso Europeo, a cura di Carlo Muscetta, vol. IV (dal Protoromanticismo al Decadentismo), Lucarini, Roma 1989.


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