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Clemente Rebora, inquieto poeta del primo Novecento

Clemente Rèbora nacque a Milano nel 1885, quinto figlio di sette.

In famiglia ricevette un’educazione laica, basata sui valori risorgimentali; suo padre era stato garibaldino a Mentana, ed era fervente mazziniano.

Rebora, nella sua adolescenza, si rivelò amante della natura. Quando frequentava il ginnasio-liceo, trascorreva le vacanze estive in campagna, “nel vasto sole delle estati brevi”; aiutava i contadini e mangiava i cibi rustici, come ricorderà, più tardi, in una poesia [In quella che inizia con il verso: “Al tempo che la vita era inesplosa” nei Canti anonimi (1922).].

Dopo essersi laureato in lettere e filosofia, Rebora intese l'insegnamento alla luce di un vero apostolato di stampo mazziniano e fu intenso il suo impegno nelle scuole tecniche e in quelle serali, nei quartieri più poveri di Milano.

Sui trent'anni, nella metropoli lombarda, egli alloggiava in un appartamentino al quinto piano di un caseggiato popolare.

Aveva disparati interessi riguardanti la filosofia, la pedagogia, la letteratura e la musica; per quest’ultima possedeva un vero talento e improvvisava facilmente al pianoforte. Nell’ambiente musicale ebbe modo di conoscere una giovane pianista russa, con la quale fu legato da affettuosa amicizia.

I suoi articoli di pedagogia e alcune poesie furono pubblicate dalla rivista fiorentina “La Voce”. Tra le poesie va ricordata quella dal titolo “Il ritmo della campagna in città” (del 1913) nella quale Rebora, descrivendo, con brioso tono popolaresco, una sua visita in un mercato di frutta e verdura, a Milano, confermava il bisogno, sempre vivo in lui, di “comunicare vitalmente con la natura”, anche attraverso "l'anima del sincero popolo, quando è quello che è” (secondo le sue stesse parole).

E la ricerca della natura lo spingeva a periodiche fughe dalla frenetica vita cittadina, sia nella campagna lombarda, sia tra i monti.

La poesia dal titolo "Corale notturno" ci ricorda come egli, essendo dotato di una notevole resistenza fisica, era solito compiere lunghe escursioni che lo portavano per valli e passi alpini; e come gli capitava spesso di fermarsi a trascorrere la notte in una baita, ospitato dai mandriani.

Rebora poteva così rifugiarsi in solitarie contemplazioni purificatrici, là dove “ineffabile palpita gioconda / l’estasi delle cose"; poteva di queste accogliere “la misteriosa armonia”.

Ma l’armonia, che intuiva presente nell’universo naturale, la vedeva poi mortificata nella caotica metropoli (definita, con termini decisi, “vorace” … “fogna”…) sino a chiedersi tormentosamente: “Slancio di creazione, / perché sì duro t’incrosti / negli urbani viluppi, / o men chiaro traluci / o doloroso affondi?”

* * *

La personalità di Rebora era contraddistinta da un animo particolarmente generoso. Egli era certo che “chiedono i tempi agir forte nel mondo” e perciò si sentiva spinto all’azione con intenti umanitaristici e di alto impegno etico-sociale, come scriveva in una lettera del 1911: "Vorrei giovare ed elevare tutto e tutti; smarrirmi come persona per rivivere nel meglio o nel desiderio di ciascuno…”

Intanto che prodigava le sue energie fisiche e spirituali per gli altri, Rebora poteva anche scoprire la parte più vera di se stesso ed esternarla: “Nell’amor della gente mi paleso ... /rinascer tento negli altri felici”. E ciò perché “è nell’offerta la messe più pingue”.

Ma la sua azione, dopo l’iniziale slancio fervoroso, conosceva spesso lo scoramento delle “prementi ore senza uscita”; lo smarrimento frustrante di “sciorinati giorni dispersi”, divenuti “cenci all’aria insaziabile”; la delusione per gli scarsi risultati ottenuti, riguardo alle aspettative: “Altra fu la promessa / e dove bene tentai / è un nulla”.

Il poeta ripiombava, infine, nella scialba quotidianità: “ritorno, uguale ritorno / dell’indifferente vita”.

Questa sua agitata esperienza esistenziale, lacerata da contrasti, Rebora espresse nelle poesie del libro “Frammenti lirici”, pubblicato da “La Voce”, a Firenze, nel 1913.

Emilio Cecchi scrisse: “E’ un fiacco poeta idealista…”

Il libro fu compreso da pochi; e ciò anche a causa del linguaggio complesso, comprendente sia la lingua parlata e squarci realistici, sia toni elevati, oratori, moralistici; un linguaggio spesso deformato, contorto, aspro, di modo che – come ha rilevato Alfonso Berardinelli – ci si sente attratti e respinti da questa violenta inquietudine espressionistica. Lo stile lirico di Rebora - ha aggiunto lo stesso critico – non si placa mai in soluzioni armoniche; odia le distensioni, le giunture melodiche [Nel suo Volume di saggi 100 Poeti Mondadori, 1997. La vera scoperta di Rebora avvenne dopo un saggio di Contini, nel 1937, contemporaneamente a quelli di Betocchi e di Bo, nell’àmbito della rivista cattolica fiorentina “Il Frontespizio”.].

* * *

La Grande Guerra portò Rebora in trincea, sul Carso. Ad Oslavia, in seguito ad un'esplosione ravvicinata, egli subì un grave trauma nervoso, che lo fiaccò per lungo tempo. Espresse tutto il disgusto per la guerra, che ferisce la dignità degli uomini.

Nel dopoguerra Rebora riprese l'insegnamento, ma portò avanti anche libere iniziative pedagogiche in istituzioni private.

Con l'aiuto dell’amica russa, tradusse opere di Andreev, di Tolstoj, di Gogol.

Nella sua appassionata ricerca intellettuale, spirituale e di “bontà operosa”, provò, come per il mazzinianesimo, attrazione per il tolstoismo, il gandhismo, il buddismo, la filosofia dell'indiano Tagore, e infine per il francescanesimo, per il loro comune messaggio di fraternità e di pace.

Ormai Rebora sentiva che gli maturava dentro una vocazione distintamente religiosa, anche se tale scelta gli sembrava “tremenda”: “Dire sì, dire no / a qualcosa che so”: così confessava nella sua seconda raccolta di liriche pubblicata a Milano nel 1922, con il titolo di “Canti anonimi”.

Egli era in attesa di una illuminazione; era convinto che sarebbe venuta: "Ma deve venire, / verrà, se resisto / … verrà d'improvviso, / quando meno l'avverto".

Il travaglio dello spirito, invero, aveva accompagnato Rèbora ininterrottamente sin dalla giovinezza, quando, a poco a poco, egli diveniva cosciente che “c’è nel profondo nostro qualcosa di degno; una realtà, insomma, la quale ci sfugge, perché noi medesimi le sfuggiamo nel trambusto quotidiano che ci par necessario".

Egli era andato alla ricerca di quel qualcosa di più profondo e più degno; s’era immerso, senza concedersi "melliflui abbandoni", nell’attività pedagogica, culturale, umanitaria. Ma il conflitto tra azione e contemplazione era stato sempre presente in lui. Nel 1911 scriveva: “Mi sbatto nel contrasto tra l'eterno e il transitorio”.

Ora voleva riappropriarsi della sua interiorità veritiera; voleva poter disporre di "liberi indugi", al di fuori del mondo dominato dalla esteriorità vistosa e fragorosa, dalla fretta, dalla materialità.

L’illuminazione attesa però non venne subito. Rèbora si convertì al cattolicesimo nel 1929; di lì a poco, nel 1931, entrò nell’istituto rosminiano di Domodossola, come novizio; nel 1936 venne ordinato sacerdote a Stresa.

Dopo un periodo di rifiuto dell’attività letteraria, Rebora, nel 1947, consentì alla pubblicazione delle "Poesie", a cura del fratello Piero, presso l'editore Vallecchi di Firenze.

Compose le "Poesie religiose" (1947) e una sua autobiografia in versi: “Curriculum vitae” (1955). I “Canti dell'infermità” uscirono dalla penosa malattia che precedette il trapasso, avvenuto a Stresa nel 1957. Dopo la morte di Rèbora, tutte le poesie (1913-1957) furono raccolte in un volume dall’editore Scheiwiller, nel 1961. Nel 1976 e nel 1982 furono stampate, a Roma, le Lettere.

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