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Corrado Govoni e suo figlio

Corrado Govoni nacque nel 1884 a Tamara (frazione del comune di Copparo), nel ferrarese, in una famiglia di abbienti agricoltori. Non seguì studi regolari. Si identificò presto con l’ambiente agreste e da questo ricevette la disposizione a cogliere i variegati aspetti della natura. Li trasferirà sempre nella sua poesia, quasi a voler “fare un inventario del mondo che non finisca più, come d’uno che non si sazi”, secondo quanto comprese Giovanni Boine.

Ed è questa varietà di immagini che distingue la poesia di Govoni da quella uniforme e grigia dei contemporanei crepuscolari. D’altra parte il Nostro aveva una personalità intimamente malinconica e aderì spontaneamente al crepuscolarismo. Nel 1904 egli confessava: “Ho sempre amato le cose tristi, la musica girovaga, le preghiere delle suore, i mendicanti pittorescamente stracciati e malati, i convalescenti, gli autunni pieni di addii, le primavere nei collegi quasi timorose, le chiese dove piangono i ceri, le rose che si sfogliano …” Successivamente, con le “Poesie elettriche” (Milano, 1911), con le parole in libertà e le poesie visive presenti, in particolare, nella silloge “Rarefazioni” (Milano, 1915), Govoni diede prova dell’adesione al futurismo, pur conservando, “senza tanti problemi, vistosi residui dannunzianeggianti, liberty, crepuscolari.”1

Trasferitosi a Milano, provocò in lui un vero trauma, il contatto con la frenetica metropoli, pur celebrata dai futuristi. Ritornò nella quieta Ferrara, ma di lì a poco fu costretto a vendere la casa e le terre, e le rimpiangerà a lungo. Cambiò vari mestieri, pur continuando a scrivere copiosamente poesie, novelle, romanzi ed a collaborare a svariati periodici; e così fece quando si stabilì, nel primo dopoguerra, a Roma.

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Govoni aveva sempre cercato di portare avanti l’esistenza libera ed estrosa, propria del genuino poeta, come a volersi estraniare dalla gretta condizione quotidiana.

Ma nel 1943 – ‘44 egli sentì la realtà irrompere tragicamente nelle sue giornate. Suo figlio primogenito (nato a Tamara nel 1908 e al quale aveva dato il fantasioso nome di Aladino), rientrato dai Balcani, dov’era capitano dei granatieri, aveva preso parte, l’8 settembre, agli scontri contro i tedeschi, a Porta San Paolo; s’era poi dato alla clandestinità, diventando un membro attivo del gruppo Bandiera Rossa Roma. Ricercato dalla polizia nazifascista, venne alfine catturato, torturato e gettato in carcere; sarà poi tra i trucidati alle Fosse Ardeatine, nel marzo 1944.

Sconvolto dal fatale evento, Govoni, “con commosso orgoglio di poeta, con implacabile strazio di padre” (come scrisse), stese i centoquattro brani lirici del libro “Aladino” (1946). E’ “il lamento per mio figlio morto” che domina e si svolge cupo, inframmezzato qua e là da variazioni elegiache e da pause riflessive. La parte più drammatica è costituita dal dialogo ideale tra padre e figlio, riguardante anche le circostanze della morte, con crudi riferimenti e con scoppi di ira e di odio, sino all’aprirsi di visioni apocalittiche. L’uomo e il poeta erano usciti dalla straziante vicenda, ormai rassegnati “al nulla universale” …

Govoni scriverà altre sillogi di poesia, cercando nuovamente rifugio nella natura, ma non più con l’appassionata ricerca fantastica degli anni giovanili, che gli aveva permesso di comporre quel “fiabesco inventario privato”, di cui aveva parlato anche Montale. Egli dimostrerà, invece, con toni realistici, l’intento di dar voce ai poveri, agli emarginati, a coloro che nella società non hanno voce. E nella capitale, nel secondo dopoguerra, il poeta visse un triste periodo di disoccupazione e di miseria, fino a quando non ottenne un modesto impiego presso il ministero del Tesoro. Dopo che una grave malattia agli occhi l’aveva quasi ridotto alla cecità, morì nel 1965 a Lido dei Pini, località sulla costa laziale, poco distante da Roma.

1 - Pier Francesco Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1990.

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