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Il richiamo della fanciullezza nella poesia di Libero Bigiaretti

Libero Bigiaretti si spense a Roma, in tarda età, nel maggio 1993; era nato, nel 1906, nella quieta ed agreste provincia maceratese, a Matelica. La lasciò giovanissimo, per andare a Roma; ma gli rimarrà sempre nel cuore, insieme con la campagna circostante. Nella capitale, terminati gli studi al liceo artistico, Bigiaretti esercitò diversi mestieri, lavorando anche in cantieri edili; divenne disegnatore, pittore e giornalista. Nel 1942 il racconto “Esterina” gli aprì le porte del mondo letterario. Dal 1952 al 1964 si trasferì ad Ivrea, dove diresse l’ufficio stampa all’Olivetti. Ottenne il Premio Viareggio, nel 1968, con il romanzo “La controfigura”. Nel periodo antecedente i racconti e i romanzi, che gli diedero rinomanza, Bigiaretti aveva fatto conoscere, attraverso diverse riviste, le sue poesie, raccolte poi nelle sillogi “Ore e stagioni” e “Care ombre”, pubblicate a Roma, rispettivamente nel 1936 e nel 1940.

Nei suoi versi equilibrati e tersi compaiono frequenti atteggiamenti leopardiani. Il giovane poeta si rasserena quando si volge all’incanto del cielo stellato, alla “confidente figura dell’Orsa”, al “Carro agli occhi consueto”. Ma, soprattutto, seguendo il conterraneo Recanatese, egli richiama le “ricordanze”, mitizzando gli anni innocenti.

“Di un segreto rifugio si lusinga / memoria …”: è questo un passo esemplificativo di gran parte della poesia di Bigiaretti, il quale ritorna ai giorni, in cui, nella campagna, aveva fatto le prime sensazionali scoperte di “vegetali meraviglie”. Guardava ammirato, nel campo, le ombrose querce, come pure, nella stalla, le mucche dal placido respiro: le une e le altre, “grandi” ai suoi occhi. Durante la trebbiatura vedeva sorgere, nell’aia biondeggiante di pula e di paglia, “le sagome antiche dei pagliai”; ascoltava, nelle feste contadinesche, il suono “d’organetto gaio e dolente” e il canto degli stornellatori.

Nella raccolta “Care ombre”, Bigiaretti ha rivelato l’aspro contrasto da lui provato nei confronti dell’alienante contesto urbano; e la terra marchigiana gli è riapparsa, allora, con i suoi orizzonti di libertà, come “perduto paradiso”, in cui era stato schietto il respiro: da là gli giungeva “l’eco di fanciullezza / cara più che amoroso ricordo” … Gli giungeva l’eco del “tempo di piedi scalzi / nell’acqua fredda dei fossi”, di prati e di aquiloni; dell’estate odorosa di fieno e fiorita di trifoglio, durante la quale, “ogni grido del gallo alla prim’alba / era l’avviso d’un felice giorno” …

Il poeta ha dichiarato apertamente: “Mai la città mi renderà straniero / al mio paese.” E questo non soltanto per manifestare un sentimento, un rimpianto nostalgico, ma per riconoscere il paese e l’ambiente rurale, quali custodi di un ethos basato su genuini valori, nei quali era agevole immedesimarsi.

Attraverso la funzione gratificante della memoria, sono ricorrenti le azioni dell’ideale ritorno alle origini: trasmigrare, rammentarsi, rituffarsi, risentire, rivivere, riscoprire, risuscitare …

Bigiaretti, nondimeno, come tanti altri marchigiani immigrati nella capitale, era pervenuto ad un buon ambientamento; del nucleo ispirativo romano fanno parte molti racconti e romanzi, in cui viene trattata una variegata problematica sia individuale sia sociale.

Il Nostro si riteneva uno scrittore realista, “sia pure in un’accezione particolare”, come gli piaceva precisare. Cercava, infatti, di affrancarsi dalle secche della grezza realtà, facendosi attento ai sottili mutamenti dell’animo umano, all’analisi dei caratteri, all’indagine psicologica; sconfinava, talora, nel lirismo e nel fantastico, mèmore delle “dolci apparenze”, nelle quali aveva tante volte confidato.

D’altra parte, nel rappresentare la società contemporanea, Bigiaretti ha sentito spesso di dover assumere il compito morale di contestarne gli aspetti più lacerati e stridenti, come mosso dall’intima esigenza di sincerità, di autenticità, che gli derivava dalle sue incancellabili radici.

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