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Il villaggio sull'altura

Lo stabilimento termale che frequento ogni estate, si trova in basso e, un pomeriggio, ho avuto la curiosità di salire, con l’auto di un amico, su una delle alturette circostanti, sulla cui sommità sta appollaiato un romìto villaggio.

La strada è fiancheggiata, per un buon tratto, da una parete di roccia rossastra, formata da strati arcuati tra i quali le ginestre spandono gai fiori.

Il motore sforza nelle curve frequenti, ma alfine raggiungiamo la cima. Lo sguardo può muoversi liberamente su un’ariosa ondulazione di rilievi, sino a una linea lontana di monticelli dalla cima tondeggiante e selvosa.

Davanti a noi, a un bivio, sta ritta una croce formata da due pezzi di rovere incastrati assieme, logorati dalle intemperie. Poco discosto si stende un breve spazio sassoso, covo di lucertole; il vento vi geme di continuo tra gli sterpi. Giacciono sparse a terra alcune lapidi e croci di marmo.

Una vecchina, della cui presenza ci avvediamo inaspettatamente, risponde al nostro saluto e, dopo una lunga pausa, quasi parlando tra sé, sotto il nero fazzolettone che le copre il capo e le adombra il volto rugoso e adusto, dice che lì c’era l’antico cimitero; e aggiunge, con un sorriso quasi impercettibile, che la gente, al tempo della sua giovinezza, era numerosa. Le viti davano buon vino e gli olivi, un olio saporito; si facevano buoni raccolti.

Saliamo ancora un poco per dare un’occhiata alle case, alcune delle quali hanno muri massicci, costruiti con pietra grigiastra, tirati su, anche in tempi lontani, da gente fuggita dalla pianura, perché malsana per la presenza di acquitrini, e spesso frequentata da predoni o percorsa dalla soldataglia …

Adesso son quasi tutte disabitate; in alcune, nel pianterreno, è ammucchiato del fieno o sono stati abbandonati attrezzi rugginosi.

Gli attigui orticelli sono soffocati dalle erbe che si son diffuse spontanee.

Oltre le case, sui campetti in declivio, il dilavamento divenuto costante a causa dell’incuria, ha, a poco a poco, trascinato via il terriccio fertile, ed ora essi si presentano per lo più scabri.

E difatti, dapprima alcuni giovani, poi intere famiglie migrarono, soprattutto negli anni del fenomeno dell’urbanesimo … Così sono rimasti in pochissimi, per lo più anziani.

Le donne vestono di nero, come strette da un abito monacale.

Si aggira con difficoltà uno storpio; sulla sua carrozzella un paralitico è stato messo sulla soglia del suo tugurio, a prendere un po’ d’aria; un sempliciotto va a zonzo e borbotta qualcosa da solo.

Poco fuori del villaggio, passa e ripassa il cuculo, mandando, da un boschetto all’altro, il verso invariabile, che scandisce le ore pesanti di monotonia.

Un vecchio che guarda poche pecore al pascolo, se ne rimane inerte come un tronco nero e spoglio.

Paesaggio

Dove scorre tra stinte erbe il vento,
un vecchio posa, come tronco inerte,
con le sue poche pecore, nel campo.

Lente nubi rasentano il villaggio
in abbandono; rada qualche voce
in calme lontananze si distende.

Eguali ai passi della vecchia austera
nella sua veste avìta1, monacale,
sull’erboso sentiero della fonte,
ad una ad una vengono le ore.

Lungamente, sul vivido tappeto
dell’erba nuova, ciarlano cornacchie
o di sé nero un albero rendendo.

Preziose, sulle rose2 tra i sambuchi,
svariano le cetonie3 nella luce
di terre, che si fanno desolate
attorno a casolari spenti ormai.

Ricade entro la verde solitudine,
del cuculo, di noi, vana domanda
reiterata; e il verso non s’estingue;
penetra nella notte con l’assiolo.

Note

1) Che proviene dagli avi.

2) Di macchia.

3) Insetti dei coleotteri d’un bel colore verde dorato.

Materiale
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