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La Sera nei versi di alcuni poeti del Novecento

In molti poeti la sera ha fatto nascere uno stato d'animo di delicata, tenue mestizia, spesso derivata dalla contemplazione del paesaggio.

Ecco Giuseppe Ungaretti (1888-1970), davanti al mare, con una rapida annotazione lirica, tutta etèrea: "Balaustrata di brezza / per appoggiare stasera / la mia malinconia"[1].

Vincenzo Cardarelli (1887-1959) ha assorbito[2] la tristezza fusa alla coloritura rosea ("una rosea tristezza"), che ha visto velare, lungo la costa ligure, i cimiteri aperti ai venti e al suono delle onde, "quando di sera, simile ad un fiore / che marcisce, la grande luce / si fa sfacendo e muore".

* * *

Guido Gozzano (1883-1916), in una sera di fine estate[3], dopo aver salutato, con un bacio, l'amata e averla vista scomparire in fondo a una strada fiancheggiata da alberi, rientra in casa.

Piegandosi al balcone, appoggia, con un atteggiamento di languore, la guancia sopra la ringhiera. Guarda, nel giardino, una grossa farfalla, che fa vibrare le ali caudate sopra un geranio vermiglio. E' attratto dal repentino "bagliore" delle penne variamente tinte di verde, di rosso e d'azzurro d'un martin pescatore, che compare su un'acqua stagnante, dove si riflettono gli ultimi splendori del tramonto.

All'orizzonte, infatti, il cielo si fa azzurro e somiglia a una seta ben tesa, pronta ad accogliere il chiarore della luna.

Il poeta, anche se è ormai assente la sua donna (che indossava un "bell'abito grigio") ripete di non sentirsi particolarmente triste. Prova, invece, una sensazione quasi puerile di stupore, e se ne chiede il perché. E' stupito dalle cose del giardino, le quali, sebbene a lui ben note, familiari, ora che, a poco a poco, le ombre le avvolgono, assumono un aspetto diverso, dai contorni morbidi, indeterminati, sì da apparire come sconosciute: "I fiori mi paiono strani: / ci sono pur sempre le rose, / ci sono pur sempre i gerani…".

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La serale tristezza ritorna con Dino Campana[4], e in lui si fa veramente acuta.

Leggendo la poesia "L'invetriata", immaginiamo Campana nella sua abitazione di Marradi, vicino alla quale passa il fiume Lamone. Egli sta osservando una vetrata, che, collocata in alto, rispecchia un caliginoso tramonto d'estate. E' il lento spegnersi, in essa, del chiarore del giorno, che si confonde con l'ombra veniente, a provocare nel poeta una condizione di tristezza; e questa gli si imprime nell'animo come "un suggello ardente", vi lascia un segno bruciante, lancinante.

Nella stanza in cui si trova Campana, c'è un'aria graveolente. Egli cerca di distrarsi, guardando, fuori, le prime lampade che s'accendono; e quando vede che s'illumina quella sul ponte, ha uno scatto di fanciullesca curiosità e si chiede in maniera concitata: "Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha / a la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada?".

S'effondono le ombre che avvolgono il cielo come con una veste di velluto, su cui appaiono le stelle simili a bottoni di madreperla.

Per il poeta la sera tremola, tremola "fatua"; ma, per lui, "nel cuore della sera c'è, / sempre una piaga rossa languente"…

S'è però già spenta quella riflessa dai vetri; s'è spenta nel cielo, in cui è perdurato il rosseggiare del sole occiduo… La piaga è soltanto, ormai, quella della malinconia profondamente impressa nel suo cuore.

* * *

Eppure Campana è stato sempre attratto dal fascino del dorato crepuscolo. Ha immaginato "uccelli d'oro" attraversare la sera celeste che si dilegua; ha sollevato lo sguardo dove "ancora in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d'oro"; del crepuscolo ha percepito "i dorati silenzi", rimanendo in attesa della tenebra, "dolce" agli spiriti, come il suo, continuamente inquieti.

* * *

E amare sono state le riflessioni di Lionello Fiumi[5]. Con la poesia dal titolo "Un crepuscolo attendo", egli ci si presenta nella casa tra le cui pareti trascorse, in passato, anche giorni felici. I muri sono ancora solidi, il poeta li tocca, ma intanto si interroga dove siano andati i giorni, "quei" giorni.

Anche i giorni felici, certamente, scorrevano, ma sembrava – come Fiumi ricorda – che lo facessero sfiorando appena la sua casa, quasi in punta di piedi, per non turbare lui e i suoi cari, che vivevano, allora, come in un luminoso meriggio…

Ma ecco, poi, sopravvenire la consapevolezza dello svanire d'ogni giorno insieme con i fumi del crepuscolo; e del succedersi incessante dei crepuscoli, uno dietro l'altro, così velocemente…

"Ah sempre questo giungere / il crepuscolo! ah sempre questo sùbdolo / rubarci i giorni!" Fiumi esclama sconsolato.

Egli, che sta avanzando negli anni, dice di ritrovarsi come un superstite, "un relitto", che, se ha resistito finora, sta per cèdere. Sente d'essere soltanto in attesa d'un crepuscolo che lo travolgerà, portandolo per sempre "alla foce sconfinata dei giorni ormai perduti"…

* * *

Allo smarrimento che procura il pensiero del perdersi dell'esistenza umana, trascinata dal tempo, nel nulla (smarrimento che, proprio di sera, s'accresce) alcuni poeti hanno contrapposto la fiducia in una prospettiva eterna; e tra questi si segnala Pietro Mastri[6]. Sua è la lirica dal titolo "Espero", che apre la visione del cielo soffuso, nell'ora del tramonto, di sfumature non ben definibili: "d'un verde viola / così tenero come a marzo / le mammolette…".

Ed ecco che compare Espero, la stella di Venere, rilucente come una scheggia di quarzo dai riflessi cristallini.

Mastri si volge a contemplarla: brilla solitaria; ma, già al distendersi delle prime ombre, annunzia l'apparire delle altre stelle, "d'infinite stelle in cammino".

Espero arde palpitante, ed è la più bella di tutte.

L'animo del poeta si gonfia di commozione, come fa il mare a primavera sotto l'influsso della luna nuova.

Mastri immagina che Espero sia uscita da un immenso fiume di luce e che, come una goccia, aneli a farvi ritorno.

Egli, quindi, riconosce in tale stella l'emblema di una sublime aspirazione ìnsita nell'universo: quella di ritornare alla sua origine di luce, a Dio: "tutto il Creato è dunque speranza?"…

Tale aspirazione è presente anche nel cuore dell'uomo; ed Espero, ritornando così vivida, ogni sera sembra volergli ripetere: E tu spera!

Contrariamente alla qualità mistica della poesia di Pietro Mastri, riflette una piena visione terrena, la lirica dal titolo "Torneranno le sere"[7] del salernitano Alfonso Gatto (1909-1976).

Nel secondo dopoguerra, e precisamente nel 1947, il poeta si trovava a Venezia. Egli rivà col pensiero ai luoghi della fanciullezza e con un moto spontaneo augura a sé e agli altri che l'esistenza si avvii a ritrovare le serene consuetudini, dopo che è passato l'incubo della guerra.

Sognando la sua terra, Gatto pensa che presto torneranno le azzurre sere d'estate a intiepidire le piazze di nuovo animate; la luna si alzerà dal mare a schiarire i bianchi muri delle case; nei rigogliosi giardini passerà il vento, portando con sé, insieme con i profumi e lo stormire degli alberi, le voci provenienti dalle case.

Le famiglie riunite per la cena sotto la lampada accesa, si abbandoneranno, conversando, all'ebrietà di risa improvvise.

Il quartiere di Salerno, in cui aveva vissuto nella prima giovinezza, riappare al poeta: egli ne riunisce le caratteristiche in un sol verso: "O finestrelle, pozzi, logge, vetri". L'o vocativo sta a significare l'affetto che conserva per quei luoghi rimastigli "attaccati alla vita", anche perché fu lì che provò le prime "fresche delizie" d'amore…

Ma Gatto non vuole abbandonarsi a facili, personali rimpianti; egli auspica la rinascita dell'ambiente natìo; che i giovani, in particolare, riprendano liberamente a pronunciare le frasi e le promesse d'amore; a sciogliere con passione le serenate; a scambiare con le ragazze "quei baci morsi al buio"…

Il poeta ha usato "quei" poiché ha richiamato alla mente le proprie esperienze. E ora le augura agli altri: che possano gustare tutto il sapore della "polpa rossa dell'anguria / spaccata in mezzo alla tovaglia bianca", nelle sere arrise dall'azzurro del cielo e del mare.

        Note

[1] "Stasera" del 1916.

[2] "Liguria" in "Poesie", 1942.

[3] Nella poesia "L'assenza" da "I colloqui", 1911.

[4] Nacque a Marradi (Firenze) nel 1885. Andò errabondo in Europa e in Argentina; terminò l'infelice esistenza, nel 1932, dopo un lungo ricovero nel manicomio di Castel Pulci (Firenze). Prima ediz. dei suoi "Canti orfici": a Marradi nell'estate del 1914.

[5] L. Fiumi (Rovereto, 1894 - Verona, 1973), dapprima crepuscolare e futurista, fondò poi a Napoli, nel 1916, la rivista "Diana", promotrice di un indirizzo distante sia dal passatismo, sia dagli eccessi del futurismo. Fiumi fece conoscere la cultura italiana all'estero, specialmente in Francia, con la rivista italo-francese "Dante".

[6] P. Mastri, al secolo, Pirro Masetti, fiorentino (1868-1932). Risentì, nelle prime opere, dell'influsso pascoliano. Tacque dal 1907 al 1920, per una lunga malattia. Ritornò con una poesia pura ed essenziale. "Espero" fa parte della raccolta "La via delle stelle" del 1927. Postumi gli "Ultimi canti", 1933.

[7] Appartiene al gruppo "Il circo della luna" (1946-48).

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