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La visione

Andavo, ancora ragazzino, a giocherellare in uno spiazzo erboso poco fuori dell’abitato.

Nel ritornare verso casa, in specie al tramonto, mi sentivo stranamente impressionato nel passare davanti a una vecchia villa, che si intravedeva in fondo ad un viale, che era reso scuro dalle spesse fronde.

Mi affascinava il cancello di ferro battuto, alto e forbìto; lo trovavo – come le imposte dell’abitazione – pur sempre serrato; anzi, una volta, osservando meglio, mi accorsi che l’edera proveniente dal muro di cinta vi aveva in parte allacciato i suoi rami inarrestabili.

Giunto lì davanti, cercavo di soffermarmi il più a lungo possibile, per poter scrutare oltre il cancello, anche se mi sentivo combattuto tra attrazione e timore.

Era un edificio evidentemente in abbandono; ma la mia mente fantasticava su una possibile, seppur vaga, presenza e ne ricercava un pur debole indizio, e anzi un suo improvviso manifestarsi .

***

Procedendo negli anni, nel mio andare spesso solivago, ho trovato congeniale inoltrarmi in stradine fuori di mano, come sono quelle suburbane, fiancheggiate da giardini e da ortaglie protette da siepi.

Ho sostato ancora davanti a qualche cancello; sono passato sotto muri di cinta, che hanno in cima schegge di vetro colorato; sono andato lungo la siepaglia sul ciglio d’un fossato …

Attraverso una fenditura, un pertugio, una crepatura mi sono sentito sempre attratto a seguire le imperfette figure intraviste o gli svariati suoni, attento a percepire il fruscìo d’una veste femminile, la provenienza d’un frullo o del verso ripetuto d’un uccello, e anche, da dentro delle stanze, vochi affiochite …

In vacanza, in un paesino di collina, spingevo spesso lo sguardo in lontananza, verso alcune casette disposte a schiera a chiudere l’orizzonte; e fissavo, in particolare, un arco ombroso aperto su una di esse.

Non mi spinsi mai sin laggiù ad oltrepassare quell’arco; soltanto mi piaceva fingermi una realtà indefinita, eppur diversa, e l’eventualità d’una scoperta inusitata al di là di quell’oscura apertura.

Sono rimasto nella segreta attesa d’una comparsa, di un incontro inusitato, di un reperimento fortunato, essendo, nell’intimo, a lungo e inconsapevolmente ad essi proteso.

Ma mi è ormai palese d’essere come un viandante destinato a fermarmi davanti a cancelli serrati, a rasentare recinti ininterrotti e intrecci di siepi, rimanendo ad intravedere soltanto immagini sbiadite o scomposte in molteplici frammenti, in barlumi.

Una volta usciti dal mistero dei giorni, apparirà la visione piena, risolutiva, unica nell’appagamento, perché circonfusa dalla luminosità ineguagliabile dell’unico vero?

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