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L'alba nei versi di alcuni poeti del Novecento

Il biancheggiamento che si distende, alla fine della notte, all'orizzonte, già comincia a rischiarare alcuni aspetti della vita che riprende e si dispiegherà poi nella luce piena. Tali aspetti sono entrati nella poesia di diversi autori del Novecento.

L'animo umano, d'altra parte, tanto spesso confida negli allettamenti che ogni giorno che sorge, reca con sé.

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La poesia in versi liberi "L'alba sale" di Nino Oxilia[1] ci pone di fronte a una città moderna, che la prima luce, a poco a poco, rivela. Il poeta va per le vie, dove si sente il rumore di qualche imposta che già viene aperta e di qualche uscio che viene richiuso da chi esce di casa.

E' un'immagine del suo tempo, quella che egli ci richiama, quando scrive che "i primi carri del latte | traballano, fanno sosta".

Gli sguardi di Oxilia sono rivolti verso l'alto: verso le antenne che stanno rivelando il loro profilo; verso i pali che sostengono i fili della corrente elettrica, i quali, accogliendo per primi lo sbiancarsi del cielo, sembrano "sottolineare", dare rilievo al dì che s'affaccia; verso la distesa dei tetti … E là s'innalzano i fumaioli degli opifici, dei cantieri, nel cui interno prendono forma opere ingegnose; le ciminiere delle fornaci, che Oxilia dice "decapitate nel colore", perché la loro forma cilindrica, che si staglia, fa pensare a un lungo collo privo del capo.

Il poeta, pur mostrando ammirazione per le grandi costruzioni urbane, opera dell'uomo, in quel loro lento, imponente emergere dall'ombra notturna, attende soprattutto il manifestarsi del sole. Quando lo vede al di sopra di ogni edificio, se lo raffigura come un fiore sbocciato sullo stelo, in mezzo alle nubi che sembrano disposte come aiuole; e, con atteggiamento altrettanto fanciullesco, lo saluta con una triplice esclamazione festosa: "Il sole, il sole, il sole!".

Se Oxilia ha notato per le vie cittadine la sollecita presenza dei lattai, Alfonso Gatto[2], nell'ora di luce ancora fioca, quando "si staccano" i primi mezzi di trasporto, che iniziano il servizio, e i banchi del mercato cominciano ad odorare delle verdure fresche che vi vengono portate, ha guardato l'attacchino spostare "dolce" (dice il poeta), senza particolare sforzo, la scala lungo i muri; e ha avvertito anche il fruscìo lieve della carta dei manifesti spiegata e distesa.

Anche Giorgio Caproni è rimasto nella città, quando ha rievocato[3] sua madre (Anna Picchi, Annina, affettuosamente, per lui) ancora giovanetta. A Livorno faceva la ricamatrice: "Non c'era in tutta Livorno | un'altra di lei più brava | in bianco, o in orlo a giorno". "Ragazza fina, | d'ingegno e di fantasia", si recava al lavoro sul far del giorno: usciva di casa tutta svelta, mordendo la catenina d'oro che aveva al collo. Annina percorreva Corso Amedeo e lo faceva risuonare del suo tacchettìo, mentre lasciava, dietro di sé, un inconfondibile profumo di cipria che durava a lungo. "Andava in alba e in trina | pari a un'operaia regina", scrive Caproni. Ma egli ha ricordato anche le tante ragazze "grandi e vive", nel loro spargersi per le vie e nelle piazze: "Livorno, come aggiorna, | col vento una torma | popola di ragazze | aperte come le sue piazze"…

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Con il giorno riprendono con fervore le numerose attività, pulsa il traffico nelle strade; la città si riempie di movimento, di gente indaffarata… Ma dobbiamo pensare a quegli anziani, per i quali ogni giornata è priva di cambiamento, uniforme alle altre; ancor più opaca se è fasciata dalla solitudine…

Giuseppe Ungaretti (1888-1970) attenendosi alla comune esperienza, ha scritto giustamente che "quando un giorno ti lascia, | pensi all'altro che spunta"; ma la condizione quotidiana ha purtroppo insegnato (e in maniera anche "straziante") al vecchio poeta che, sia monotoni sia sofferenti, "nel legarsi, sciogliersi o durare | non sono i giorni se non vago fumo"[4].

E le giornate passavano così lentamente per Cesare Pavese (1908-1950) nella sua dimora forzata a Brancaleone Calabro, dove si trovava, nel 1935, a causa di una condanna, per antifascismo, a tre anni di confino. La poesia con la quale egli si rifà a quel suo tempo di solitudine (dopo il marzo 1936, per fortuna, richiesta la grazia, due anni gli furono condonati…), si intitola "U Steddazzu"[5]. Nel dialetto calabrese di Brancaleone è questo il nome dato alla stella (il pianeta Venere) che si vede per prima apparire di sera e per ultima scomparire all'alba: "Pende stanca nel cielo | una stella verdognola, sorpresa dall'alba". Pavese già sa che la giornata sarà scialba come tutte le altre, e si sente profondamente depresso dall'inanità d'una simile vita: "Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno | in cui nulla accadrà … Non c'è cosa più amara | che l'inutilità"… L'aria è tiepida, la luce si fa diafana, il mare, tra poco, allo spuntar del sole, diventerà rosso fiammante … ma "l'uomo solo" rimane insensibile allo spettacolo della natura; rimane chiuso in sé stesso, "vorrebbe soltanto dormire". Quello che fa, nella sua abulia, è di preparare adagio la pipa e di accenderla, mentre "l'ultima stella si spegne nel cielo".

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E sono uomini solitari, i pastori che ci presenta Sebastiano Satta[6], cantore dall'animo rude, ma schietto, della Sardegna, l'isola natìa. Nei suoi versi calmi e solenni passano figure che sembrano circondate dall'alone ch'è proprio delle epoche arcaiche: "fantasmi d'una antica età".

Appena il cielo comincia a tingersi d'oro, le greggi si mettono in cammino, lasciandosi dietro il dolce tintinnìo dei campani: vanno alla ricerca di fonti d'acqua, sempre scarsa per loro. Ma ecco che i pastori, facendosi assorti come in un rito religioso, indugiano: "levan le fronti e adorano Dio". Pare che sentano l'albóre, che viene nel cielo, sorgere ed espandersi anche nel loro petto; come presi da un intimo, primitivo turbamento (da "un pio sgomento"), essi sembrano fremere come le querce che attendono i venti rugiadosi, su per gli aridi dirupi.

Poi i pastori riprendono il lento, usuale itinerario sia lungo la riva del mare risonante, sia fra prati fioriti d'asfodelo, sia attraverso un territorio rupestre. Come obbligati dal destino a vagare, portano dentro di sé il torbido travaglio di passioni, anche ancestrali, mai sopite; sono scuri in volto; i loro occhi si perdono nell'immensità…

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Sarebbe certo piacevole potersi svegliare in un ambiente bucolico, al canto degli uccelli, come dice Giuseppe Zoppi[7] nella poesia "Canzone dell'alba". La notte è trascorsa tranquilla ed ora il poeta ha la gradevole sensazione di sentire il sangue riposato scorrergli nelle vene, "così come i ruscelli | fluiscon, lenti, in praterie serene… "Ed ha anche la deliziosa impressione che il canto degli uccelli, che ormai sale dagli alberi, sorga anche dal suo guanciale, e che egli rimanga come avvolto da ali vivaci. Zoppi ascolta, nella campagna, "le bianche argute voci", che, pur variate, formano un vasto coro, sino a che questo va scémando e si ode "ancora qualche vago e sparso trillo".

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La poesia dal titolo "I miei amici dell'alba"[8] di Carlo Martini ci riporta nell'àmbito cittadino. Il poeta ci fa ricordare quei fornai che andavano a distribuire, di buonora, il pane appena tolto dal forno, colmandone la capace cesta sistemata sulla propria bicicletta. Martini ha provato una sincera simpatia verso questi lavoratori mattinieri, "odorosi di morbido pane"; li ha seguiti, con lo sguardo, lungo le vie soffuse di luce celestina, e non ancora affollate e invase dal traffico. Ammirandoli per la loro abilità nel mantenersi in equilibrio nella corsa, li ha paragonati a corridori ridenti anche senza gli applausi di "favolose piste".

A guardare la loro faccia rimasta infarinata, li ha assomigliati ai pagliacci del circo; ma, al contrario di costoro, che devono mostrare il viso allegro, anche quando hanno una pena nel cuore, ha visto spontaneamente lieti i bianchi fornai… Come tutti coloro che l'inizio d'un nuovo giorno rende più sereni, propensi all'ottimismo, alla speranza … Perciò possiamo concludere con il poeta: "E' questa l'ora che pare possibile | ogni speranza umana, e il nostro esilio | d'una segreta melodìa s'indora".

Note

[1] Nato a Torino nel 1889 e morto in guerra nel 1917; autore, con S. Camasio, della commedia "Addio giovinezza!" (1911); postume le liriche "Gli orti" (1918).

[2] Nato a Salerno nel 1909 e morto per un incidente stradale a Orbetello, nel 1976. Delle "Poesie" (1939 e '41) fa parte "Un'alba", che, con altre liriche, segna "una prima presa di distanza dalle posizioni dell'ermetismo più ortodosso" (P.V. Mengaldo).

[3] Nella raccolta "Il seme del piangere", Milano, 1959. Caproni nacque a Livorno nel 1912; la sua famiglia si trasferì a Genova, quando egli aveva dieci anni. Morì a Roma nel 1990.

[4] Ne "Il Taccuino del Vecchio", Milano, 1960.

[5] In "Lavorare stanca", Firenze, 1936 e Torino, 1943 e 1951.

[6] Di Nuoro (1867-1914); il sonetto "Alba" fa parte dei "Canti barbaricini", Roma 1910. Satta fu sensibile ai problemi sociali e ricordò con teneri accenti la morte d'una sua figlioletta nei "Canti del salto e della tanca", postumi, Cagliari, 1924.

[7] Di Broglio, Canton Ticino (1896-1952), Zoppi fu insegnante di italiano al Politecnico di Zurigo (sulla cattedra già occupata da F. De Sanctis); celebrò in una serie di opere le bellezze paesistiche e spirituali del Ticino, come nelle poesie del "Libro dell'Alpe" (1922).

[8] Fa parte della raccolta "L'allegro racconto dei viventi" del 1952. Martini, nato a Milano nel 1908, pubblicò nel 1942 "I miei giorni", a proposito dei quali Domenico Giuliotti disse: "Trovo un poeta. E quale profondo, doloroso, delicato, religioso poeta!".

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