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Leconte De Lisle e gli elefanti

Charles-Marie Leconte De Lisle (1818-1894) nacque nella Île de la Réunion, dipartimento francese nell’Oceano Indiano.

Suo padre, chirurgo militare, era laggiù emigrato. Le impressioni che ricevette dagli spettacoli della natura tropicale rimarranno sempre vive in De Lisle.

Fervente repubblicano, a Parigi prese parte alla vita politica, ma, dopo la fine della Seconda Repubblica, egli si ritirò nella solitudine e nello studio. Ammiratore della Grecia antica, ne tradusse i poeti; ma fu anche conoscitore della mitologia di molti antichi popoli.

Pubblicò rispettivamente nel 1852, nel 1862 e nel 1884 i libri di poesia “Poèmes antiques”, “Poèmes barbares” e “Poèmes tragiques”.

Quale maggiore esponente della scuola parnassiana, De Lisle ebbe un culto particolare per la forma impeccabile e per i ritmi esatti.

Se molte sue poesie, “con la loro studiata magnificenza, monotona e gelida, hanno una gravità pedantesca”,* ha conservato colorito e vigore lo stile di De Lisle, come paesaggista e animalista.

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Il Nostro, che fantasticava su una condizione russoviana, edenica, nel descrivere il passaggio d’un branco di elefanti attraverso il deserto,** pare proprio abbia inteso attribuire un significato simbolico a tale transito.

I pachidermi, infatti, vogliono raggiungere la terra ancestrale, dove ebbe origine la loro specie: una terra amena, ricca di acqua e del verde delle foreste; rimasta nell’intimo, come sogno ed aspirazione …

Il poeta li segue sin dal loro apparire sull’immensa ondulazione di sabbia, sulla quale pesa il meriggio rovente.

I rugosi elefanti fanno franare le dune sotto i passi ponderosi, sollevando un nuvolo rossastro, che li ricopre. Con la proboscide abbassata e gli occhi semichiusi, seguono fiduciosamente, come “pellegrini”, il capobranco, loro “patriarca”, che procede in linea retta e fa mantenere un’andatura regolare.

Hanno il ventre coperto di sudore; e questo, evaporando, forma una fitta nebbia che raduna gli insetti. Ma né il sole cocente, né la sete, né i nugoli di mosche possono arrestare il cammino dei massicci ed audaci viandanti; o far sbiadire il loro anelito …

Il deserto ritorna immobile e silenzioso, quando la lunga riga bruna è scomparsa dal cupreo orizzonte.

* Kléber Haedens “La letteratura francese” Garzanti, 1960.

** Nella poesia intitolata appunto “Les éléphants”, nei “Poemi barbari”.

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