Servizi
Contatti

Eventi


Libero Bigiaretti e la lusinga della memoria

Libero Bigiaretti, spentosi in tarda età, nel 1993, a Roma, era nato nel 1906, a Matelica, nella quieta e patriarcale provincia di Macerata. Suo padre, che era assistente d’un noto architetto anconetano, l’aveva portato con sé, per un certo periodo, a Roma; ma Libero ritornò nel 1916 a Matelica, frequentandovi la locale scuola.

Di nuovo a Roma, giovanissimo, studiò al liceo artistico, assecondando una nativa inclinazione. Esercitò poi diversi mestieri, lavorando anche in cantieri edili. Fu disegnatore, pittore, giornalista; dal 1952 diresse l’ufficio stampa all’Olivetti di Ivrea, sino al 1964.

Pubblicò con l’editore Bompiani una quindicina di libri, tra novità e ristampe, ad iniziare da “Il congresso” (1963). Ottenne il Premio Viareggio con “La controfigura” (1968). Fra il 1960 e il ’72 fu segretario nazionale del Sindacato Scrittori.

In periodo antecedente i racconti e i romanzi, che gli diedero rinomanza (ad iniziare da “Esterina” – Roma, 1942) Bigiaretti aveva via via pubblicato su riviste (tra cui “La Fiera Letteraria”, “Quadrivio”, “Circoli” ) le sue poesie, poi raccolte nei volumetti “Ore e stagioni” e “Care ombre”, apparse, a Roma, rispettivamente nel 1936 e nel 1940; egli, tuttavia, continuò sempre a scrivere poesie; “Lungodora” sarà del 1956.

I versi giovanili di “Ore e stagioni” appaiono sospesi tra lo sconforto passeggero delle nuvole, del “chiuso cielo”, delle ore deprimenti, e l’allegria del sole che torna ad irraggiare, come in un emblematico giorno di marzo. L’inquietudine del poeta si calma quando, con atteggiamento leopardiano, egli alza gli occhi all’incanto del cielo stellato, alla “confidente figura dell’Orsa”, al “Carro agli occhi consueto”.

Si affaccia pur sempre in uno scenario naturalistico, l’amore nascente, a volte ideale, a volte sensuale.

Anche Bigiaretti ha ceduto al fascino delle illusioni; e, anche se sono state per lo più ingannevoli, tuttavia da esse egli non ha saputo staccarsi, rivivendole nella memoria.

“Di un segreto rifugio si lusinga / memoria …”: è questo un passo esemplificativo di gran parte della poesia del Nostro, in cui ritorna il culto della “pietosa” facoltà dello spirito, che è la madre stessa della poesia, poiché consente di sciogliere ancora l’immaginazione, di rievocare i sogni e le ragioni del cuore.

“I compagni ricordi”, di cui il poeta ha temuto il distacco più di ogni altro abbandono, gli hanno permesso di rivolare, a proprio piacimento, verso gli orizzonti dell’aperta campagna, in cui aveva trascorso i giorni spensierati dell’infanzia e della fanciullezza, verso quella solarità per la quale aveva sempre provato ( come confessa nelle pagine autobiografiche di “Esterina”) “ ansiosissima attesa “.

Con versi equilibrati e tersi ( Bigiaretti ammirava i rondisti, i quali, alieni dagli eccessi funamboleschi delle avanguardie, avevano riscoperto lo stile leopardiano ), sulla scia del Recanatese, eccolo pervenire alla mitizzazione degli anni innocenti, del “ tempo di piedi scalzi / nell’acqua fredda dei fossi”, di aquiloni e di prati; insomma, delle agresti “favole”, allorché gli era agevole la compenetrazione con il paesaggio consueto, il quale gli arrecava candide meraviglie, gli permetteva confidente abbandono, gli donava tranquilla gioia: “Era mia, docilmente, la stagione … / E mia era l’ombra delle grandi querce, / mio il frutto d’ogni albero … / per un filo d’erba stupivo … / Ogni grido del gallo … era l’avviso d’un felice giorno.” (da “Estiva fanciullezza” ).

Anche nella raccolta “Care ombre”, Bigiaretti sembra conservare la grazia di fantasticare, rimanendo assorto all’incanto della luna “che viaggia carica di sue fiabe”; egli manifesta affetti familiari; prova fiducia nella poesia, benché povera ed umile …

Ma sorge aspro, in lui, il contrasto con l’arido ambiente urbano; e la campagna marchigiana gli si configura, ognora, come “perduto paradiso”, come libero “paesaggio dell’anima”, dov’era schietto il respiro.

Egli si sente ancor più legato, non soltanto per un rimpianto nostalgico, ma per una sempre rinnovata necessità di identificazione umana e morale, al paese, all’ambiente rurale, intesi come custodi di un costume di vita ispirato a genuini valori, a un’effettiva possibilità di immedesimazione …

E a questo proposito l’atteggiamento del poeta è stato deciso: “Mai la città mi renderà straniero / al mio paese”.
Le azioni del ritorno, attraverso la funzione gratificante della memoria, ricorrono reiterate: trasmigrare, rammentarsi, rituffarsi, risentire, riscoprire, risillabare, rivivere, riudire, ritrovare, risuscitare …

***

Anche nelle sue opere di narrativa, nell’àmbito dell’estesa tematica etico-sociale affrontata ( dissidio tra generazioni, mondo borghese vacuo di idealità, rapporto dell’intellettuale con la cultura industriale, disagio dell’io e della coppia … ) Bigiaretti ha insistito – ad iniziare da “Esterina” e da “Un’amicizia difficile” – sull’antitesi tra vita di campagna e quella cittadina, facendo rilevare l’alienante angustia oppressiva di quest’ultima, che, a lungo andare, genera contrastanti atteggiamenti, sia di conformismo, sia di disadattamento.

Egli, nondimeno, immigrato come tanti marchigiani a Roma, poteva trovare, almeno nelle zone suburbane della metropoli, frequenti tracce dell’ambiente nativo, se non altro nell’accento dei conterranei; e pervenne ad un ambientamento, affezionandosi, anzi, via via, alla parlata sapida, alla saggezza popolaresca, al calore delle osterie, al dolce oziare.

***

Il poeta non riuscì, invece, a stabilire un rapporto armonico, cordiale con il paesaggio piemontese (“Paese di molle, umido verde, / di dura, secca gente, / Canavese …” ) in cui nacquero le liriche di “Lungodora”.

Considerò, pertanto, quello, come un soggiorno precario.

Sentiva vivo il ricordo degli amici lontani, con il loro “fitto discorso”, mentre lassù anche le figure e i volti, sfocati dalla nebbia, sembravano rimanere reciprocamente estranei.

Un chiarore smorzato, “un’acida mezzaluce” si adagia sulle poesie di “Lungodora”, per lo più succinte e concettose.

L’intensa vita della fabbrica, che, con la rigida programmazione, tende a ritmi febbrili di produttività sempre più tecnologicamente progredita e in espansione, ed è quindi proiettata verso il futuro, contrasta con la monotona atmosfera provinciale, fatta di pettegolezzi e di amoreggiamenti frivoli e superficiali.

Preso dall’ambiguità, dall’incongruità del quotidiano, il poeta avverte di vivere in un equilibrio instabile, con il perdurante rischio della caduta.

Si desta in lui l’attesa per un evento inconsueto, che però sa che non potrà verificarsi: “Almeno accadesse un miracolo / piccolo e senza ragione / a ripagarci degli oracoli / annunciati da una equazione.”

Bigiaretti ha avvertito che tra le maglie del mediocre, dell’ordinario, del programmato si vien consumando il decadimento dell’io.

Al contrario, fuori dello spessore del reale oggettivo, e cioè in seno al misterioso universo dei sentimenti, dei moti del cuore, come sorgevano le giovanili “dolci apparenze”, dalle quali “muove ogni cosa”, e dalle quali bisogna continuare ad attingere le sempre pregnanti verità, anche se possono sembrare anomale! …

Bigiaretti stesso ha scritto: “La pura verità non esiste, come non esiste la pura realtà. Occorre inventare l’una e l’altra; e non soltanto per scrivere, ma anche per vivere.” ( da “L’uomo che mangia il leone”, 1974 ).

Il Nostro ha visto nell’attrattiva della ricerca e dell’invenzione, l’ incentivo indispensabile, non soltanto per continuare l’opera di scrittore, ma anche per superare le secche del quotidiano, che, finiscono per intrappolare e per svilire le diverse forme dell’espressione intellettuale, sentimentale ed etica, così vitali all’uomo per riconoscersi e per completarsi.

Nel suo narrare, Bigiaretti è venuto moderando i canoni e gli spogli contenuti propri del realismo ( in cui si riconosceva, ma, appunto, “ in un’accezione particolare”, come teneva a precisare ), volgendo, inquieto, oltre i materiali immediati e grezzi, le sue istanze inerenti al significato del vero e dell’esistere, nella latitudine dei sentimenti, attraversata dalle commozioni che le sono proprie.

Egli ha confessato: “Fondamentale per i miei orientamenti è stata la grande tradizione narrativa dell’Ottocento, quella attenta ai sottili mutamenti degli animi: per intenderci Flaubert, piuttosto che Maupassant.”

Dotava, in tal modo, la sua opera anche degli elementi lirici e fantastici a lui congeniali; e di quelle sollecitudini moralistiche, che lo portavano così frequentemente a contestare la realtà sociale contemporanea, gli aspetti del costume, o opachi o distorti, come mosso dall’iniziale esigenza di candore, di autenticità, derivatagli dai frequenti ritorni ideali alle sue origini.

Materiale
Literary 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza