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L'uccellino del freddo

Come scrisse lo stesso Giovanni Pascoli (1855-1912), le poesie dell’opera “Canti di Castelvecchio” (Bologna, 1903) sono nate quasi tutte in campagna, nell’ambiente di Castelvecchio1, frazione di Barga, nella Garfagnana, dove il poeta aveva un casolare dal 1895. Dopo anni molto difficili, vi trascorreva sereni periodi di vacanza, insieme con la sorella Maria.

Nel Pascoli fu vivissima la disposizione verso l’ambiente agreste; egli fu particolarmente attento alle diverse specie di alberi, di fiori, di insetti e soprattutto di uccelli. Rappresentava, per lui, “un mondo primitivo … lo spettacolo della vita dell’universo anteriore ad ogni travaglio riflessivo.2 L poteva riascoltare, dentro di s, l’ingenuo “fanciullino”.

Tra gli svariati uccelli che compaiono nei “Canti di Castelvecchio” c’ lo scricciolo (sgrcciolo, lo dice il poeta, con voce lucchese, e altre ne usa), il minuscolo passeraceo dal fitto piumaggio bruno rossiccio e con la codina corta e dritta. Esso non migra, ma passa la cattiva stagione tra le spoglie siepi. Talvolta sembra rotolare sul terreno, come un guscio di noce.

Il Pascoli gli ha dedicato (nella terza edizione del libro, 1905) una poesia composta di sei sestine di novenari, definendolo “l’uccellino del freddo”; e, secondo la sua abitudine, anche dello scricciolo ha compreso e riprodotto il verso, che un trillo breve, ripetuto: trr trr trr terit tirit …

E’ un verso – dice il poeta – nel quale c’ tutto l’inverno arido e intirizzito: sembra di sentire i tanti scricchiolamenti diffusi tutt’intorno, come quando il gelo si fende in crepe sottili o un vetro gelato s’incrina; o quando lo stesso scricciolo s’intrufola tra i ciocchi d’una catasta a cercarvi qualche larva nascosta.

Il poeta immagina di seguire – con la simpatia che gli consueta verso le piccole creature – lo scricciolo, che, dopo aver svolazzato sopra un tetto, si ferma davanti a una finestra illuminata; s’immedesima con l’uccellino infreddolito, ne interpreta lo stupore: “Oh! l dentro vedi…”

 Nell’interno della casetta c’, infatti, una vecchia che sta spezzando rami secchi per accendere un bel fuoco. La fiamma scoppietta subito vivace; un tizzone umido fumeggia; una scorza si stacca di scatto. Ma lo scricciolo pu soltanto guardare.

Con quanta tristezza, esso ritorna al suo nido, ch’ simile a una “palla di lana”, nella fratta, in mezzo a un mucchio di foglie morte, le quali frusciano ad ogni soffio del vento …. E con tale rumore strisciante si confonde il verso che l’uccellino ripete: trr trr trr terit tirit …

1 Poi Castelvecchio Pascoli (Lucca); custodisce la tomba del poeta e di Maria.
2
Mario Sansone “Disegno storico della letteratura italiana”, 1951.

La siepe

La stagione sterpigna ormai ci attende
simile a siepe ossuta, irta a difesa,
segnata da brandelli rugginosi.
Si mischia ai primi venti, assillo
dell’imminente fine, e getta vespe
a saccheggiare bacche di viburno
quasi una forza a suggerne impossibile,
per quando il d funereo invade il nido.
Pur viene, crepitando, il trillo breve
di scricciolo che ruzzola confuso
allo smosso seccume; poi la siepe,
per incanto, trapassa, che lo stringe …
Vada oltre i pruni, indenne, anche speranza!

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