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Luigi Bartolini e la campagna

Luigi Bartolini si spense a Roma, nel 1963, dopo una vita d’intensa attività, sia nel campo figurativo, quale pittore ed eccellente acquafortista, sia in campo letterario, quale narratore, poeta, saggista, nonché estroso polemista.

Era nato nel 1892 a Cupramontana, sita sulle colline vitifere della provincia d’Ancona.

L’irrequieto giovane Bartolini, che dai compaesani era considerato uno “spirito folletto”, andò ad iscriversi, con l’aiuto finanziario del nonno paterno, all’Istituto di Belle Arti di Siena; vi conseguirà l’abilitazione all’insegnamento del disegno.

“Preso dalla febbre delle Belle Arti“, fu poi a Roma, all’Accademia, e successivamente a Firenze (dove divenne amico del pittore Ottone Rosai e conobbe Dino Campana), sino alla partecipazione alla Grande Guerra.

Nel dopoguerra insegnò disegno a Macerata, a Camerino e ad Osimo (An), sino al 1933, quando venne arrestato a causa dei continui atteggiamenti polemici in seno al partito fascista.

Trascorse un periodo di semiconfino a Merano.

Tra prati, boschi e fiumi, frequentò una ragazza del luogo, Anna Stickler, nelle cui labbra il poeta sentiva il grato odore della salvia e del timo e la voce delle tortore e delle colombe.

Dal 1938 poté stabilirsi a Roma, dove si riavvicinò al fascismo, collaborando alla rivista “Quadrivio“.

In Bartolini rimarrà viva la nostalgia della terra marchigiana e, in particolare, delle ubertose, “benedette“ campagne estese tra i fiumi Chienti e Potenza, che gli si presentavano, coltivate da famiglie patriarcali, come se fossero orti e giardini.

A lui, pittore e poeta, il Chienti si mostrava “arioso e celeste“, con le rive gremite di salici ombrosi.

Durante le camminate, il Nostro vedeva qualche fonte, con attorno le lavandaie, di cui ascoltava i canti. Si fermava a guardare con interesse il funzionamento d’un vecchio mulino ad acqua o seguiva un contadino dietro a un lento asino carico di bianche bisacce colme di farina. Nei viottoli incontrava, mentre erano occupate a falciare l’erba lungo i fossi, le ragazze “con, al fiorente petto, | un tulipano rosso“. Le giovani contadine, fiere e insieme gentili, se le raffigurava, fantasticando, come ninfe agresti; e le disegnava, le dipingeva, le descriveva nei racconti.

Bartolini apprezzava i prodotti genuini propri della campagna. Ha scritto, ad esempio, come “le salsicce, se di fegato, coi pinoli e l’uva passita, sono tenere e buone per mangiarci molto pane; ma la lonza, che si fetta a rotelle erte e rotonde, è la rosa della salata. Si mangerà anche di luglio, coi fichi, quando andremo a vedere battere il grano; la mangeremo coi meloni del Chienti …” (1) E cibi caserecci ricercava nelle osterie paesane, dove non trascurava di mirare la rustica beltà delle figlie dell’ostessa.

Bartolini poteva rasserenare l’animo di frequente turbato da scontentezze e malumori: “La campagna – come scriveva – mi dà l’illusione, vicinissima al reale, d’una celeste esistenza in terra. La campagna è chiarificatrice. I dolori si depositano in fondo al bicchiere.“ (2)

Ma, soprattutto, nell’ambiente campagnolo, poteva venire a contatto con un’umanità rimasta cordiale, spontanea, “poetica“ … Inoltre egli era capace di rimanere ad osservare intensamente e di raggiungere anche una condizione propizia alla riverente contemplazione delle bellezze della natura: “Io, contemplando, mi immedesimo con la Natura e raddoppio così l’affetto che mi lega alla terra.“

Bartolini, naïf idilliaco, dallo stile classicheggiante, alla natura rimase fedele, derivandone le vive immagini della sua poesia impressionistica, lontana dalla poesia simbolista. Ne traeva i motivi della sua opera figurativa, eseguita secondo lo “spirito delle vecchie Belle Arti“. E, a tal riguardo, l’artista poneva la domanda: “vecchie“ o piuttosto “eterne“ ?

In un mondo sempre più arido, egli ha esortato a ritrovare fiduciosamente la natura, per riceverne ristoro e ingentilimento dell’animo, lì dove “sono, pei boschi, e tortore e viole.“

(1)Da “ Passeggiata con la ragazza “ Firenze, 1930
(2)
Da “ L’orso e altri amorosi capitoli “ ivi, 1933

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