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Marco Antonio Flaminio
e la nostalgia della sua terra natale

Nel leggere la biografia di Marco Antonio Flaminio, nato nel 1498 a Serravalle (oggi parte di Vittorio Veneto), ci troviamo di fronte a pagine fitte di nomi di città, come Roma (dove il Nostro andò giovinetto, accompagnato dal padre, e donò una sua operetta erudita a Leone X), Napoli, Urbino, Bologna, Padova, Genova, Verona (dove approfondì la filosofia aristotelica), Mantova, Venezia, Firenze, Viterbo, Trento, ed alfine Roma, dove morì. E così figurano numerosi nomi di letterati, di prelati, di religiosi, nonché molteplici date, quali specchio d’un uomo, che si sentiva come sospinto da una sollecitudine spesso inesplicabile e penosa. Umanista qual era, egli cercava nella letteratura del passato, un possibile rifugio dalla realtà contingente, ma dalla realtà gli era difficile sottrarsi. Le sue poesie in latino, che vanno sotto il titolo complessivo di “Carmina”, contengono svariati riferimenti storici contemporanei. Il Nostro fu a lungo “famigliare” del vescovo veronese G. M. Giberti, dal quale si allontanò nel 1538, per una scelta di maggiore autonomia personale. Aveva conosciuto il vescovo di origine inglese Reginal Pole (Polo), poi cardinale, al quale rimarrà legato da duratura amicizia. Il Flaminio ricorda la morte (1536) di suo padre Giovanni Antonio, che era stato un umanista e un docente e, come tale, lo era stato anche per lui, introducendolo nelle lettere classiche; egli aveva appreso con ingegno precoce e s’era fatto poi apprezzare da eruditi come il Sannazaro e il Castiglione.

Ma vale certamente conoscere l’uomo, che, col suo carattere amabile, era disposto verso la sincera amicizia, verso l’incontro e il dialogo; egli sapeva apprezzare le forme della bellezza, sia spirituale, come quelle della poetessa Vittoria Colonna, sia quelle della natura. E proprio dalla natura era attratto, dalla contemplazione della campagna, in mezzo alla cui quiete quante volte avrebbe voluto riposare, oltre che lo spirito, anche il suo “corpusculum”, povero corpo affaticato specialmente dai frequenti viaggi! Componendo i versi sul modello di Orazio e di Catullo, il giovane Flaminio cantava l’aurora, si rivolgeva a Diana, vagheggiava delicate fanciulle, come Delia o Ligda, dal sorriso primaverile o Ligurina, dalle tenere lacrime simili a gocce di rugiada; s’immaginava, come per trastullarsi,1in mezzo ai pastori, con le loro genuine costumanze; o ritornava a fantasticare nel mondo mitologico, dietro ad Ercole e Ila o dietro Bacco e le agitate danze delle feste in suo onore … Ma ecco la realtà prendere il sopravvento. Il pensiero del Flaminio è riandato a Girolamo Savonarola, che era stato impiccato ed arso sul rogo, a Firenze, nel maggio 1498. Nei versi dedicati al frate, si avverte la sincera simpatia verso chi aveva tuonato contro l’immoralità ovunque diffusa; risalta la piena comprensione di quel sacrificio. Il Flaminio immagina, personificandola, la Religione stessa piangente davanti al rogo, nell’atto di strapparsi le chiome; gli pare di riudirne il grido:3 “Spegnete quel fuoco, o crudeli; su questo rogo bruciano le mie viscere.” Il Nostro sentiva viva l’istanza di un rinnovamento spirituale in seno alla Chiesa Cattolica; volle perciò conoscere quelle personalità che nutrivano anch’esse tale aspirazione.

Andò, infatti, nel 1539, a Caserta, presso Gian Francesco Alois; di lì passò a Napoli dove fu in relazione con il teologo spagnolo Juan de Valdés, che aveva radunato attorno a sé un gruppo di intellettuali “spirituali”, in cui era forte il richiamo alla purezza evangelica. Il Flaminio, con alcuni compagni, partì poi per Roma ad incontrare il cappuccino Bernardino Ochino, fervido predicatore, e già in contatto con il Valdés. Lungo il viaggio, i compagni conversavano sulla “confidenzia che si deve haver in Dio et della iustificatione per la fede”.

La discussione di quegli anni, sul fronte teologico verteva, in particolare, sulla giustificazione per la sola fede; sul libero arbitrio e la grazia; sulla predestinazione e la misericordia divina … E tra le questioni trattate non potevano non insinuarsi le nuove proposizioni del luteranesimo … Nel 1541 troviamo il Nostro a Viterbo, insieme con il cardinale Polo e una “famiglia”, in cui si svolgevano conversazioni spirituali; ma era in allarme l’Inquisizione romana, dubbiosa sulla ortodossia di tale compagnia, dove, tra l’altro, circolava il trattato “Beneficio di Cristo”; tale opera, basata su una concezione cristocentrica, sul valore salvifico del sacrificio di Cristo, conteneva, tuttavia, riecheggiamenti della dottrina di Valdés e dei riformatori protestanti. Messo all’Indice, del libro vennero distrutte tutte le copie in circolazione.

Da Viterbo il Flaminio e il cardinale Polo si recarono a Trento per partecipare al Concilio, che si aprì verso la fine del 1545; ma entrambi non si fermarono a lungo, facendo ritorno a Roma. Il Flaminio aveva ormai dato di sé stesso l’immagine dell’umanista, che aveva lasciato i classici pagani per dedicarsi alle sacre scritture e alla “philosophia Christi”. In due riprese egli compose in latino parafrasi di salmi, in particolare davidici. Nella prefazione l’autore insisteva sul tema del rinnovamento interiore e sulla necessità di confidare in Dio, per ottenere la salvezza “per mera grazia”. Sottolineava altresì come i fanciulli dovessero essere indirizzati non più verso le favole mitologiche, ma verso episodi e figure bibliche.

A Roma il Nostro mantenne una devota amicizia con Vittoria Colonna, che assistette nell’ora del trapasso, nel 1547. Ma anche le sue condizioni di salute, invero non mai buone, andavano peggiorando. In mezzo alle sofferenze fisiche, compose venti canti, raccolti sotto il titolo “De rebus divinis carmina”. Il poeta, senza aver più davanti a sé modelli da seguire, voleva scendere nella sua interiorità ad ascoltarne le voci più sincere, facendosi guidare dallo spirito di Cristo e dallo spirito evangelico.

Il Flaminio si spense nel febbraio del 1550, in casa dell’amico Polo. Non s’era realizzato (se non per fugaci periodi) il suo sogno di ritornare a vivere, e a morire, nella terra natale verdeggiante di boschi, ricca di fresche sorgenti, e con i suoi ritiri pieni di silenzio e di pace, in cui trovare rifugio e ristoro: un paesaggio, quindi, insieme fisico e ideale, spirituale, rimastagli pur sempre nel cuore … Anzi, sepolto nella chiesa della nazione inglese, dedicata alla Trinità, durante il rifacimento dell’edificio, nel 1575, andarono dispersi i suoi resti e l’iscrizione sepolcrale.

I “Carmina” pubblicati in parte quando il Flaminio era in vita, ebbero una più organica sistemazione nell’ edizione fiorentina del 1552 e in quella del 1727 a Padova. Numerose si sono succedute le traduzioni in Italia e all’estero. L’interesse per il Flaminio e per l’epoca in cui visse, si risvegliò verso la fine dell’Ottocento, nonché dopo la pubblicazione delle sue “Lettere” in volgare, avvenuta a Roma nel 1978.i

1) Ci si riferisce ai “Lusus pastorales” (“Trastulli pastorali”), scritti in parte dal F. durante un periodo di riposo a Serravalle nel 1525-26.

2) “O, dixit, crudeles, parcite flammam, /Parcite; sunt isto viscera nostra rogo.”

3) Il frate, che aveva aderito apertamente alla Riforma, dovrà poi riparare in Svizzera.

4) Era stata scritta dal benedettino Benedetto da Mantova, ampliata dal Flaminio, stampata anonima a Venezia nel 1543. Dopo la distruzione delle copie, ne sarà ritrovata una soltanto nel 1855, a Cambridge.

5) “Paraphrasis in duo et triginta psalmos”, Venezia, 1538 e “Paraphrasis in triginta psalmos versibus scripta”, Venezia, 1546.

6) Pubblicati a Parigi nel 1550.

Inedito di Franco Orlandini

Formosa silva, vosque lucidi fontes,
Et candidarum templa sancta Nympharum,
Quam me beatum, quamque dis putem acceptum,
Si vivere, et mori in sinu queam vestro!
Nunc me necessitas acerba longinquas
Adire terras cogit, et peregrinis
Corpusculum laboribus fatigare.
At tu Diana montis istius custos,
Si saepe dulci fistula tuas laudes cantavi,
Da cito ad tuos redire secessus.
Sed seu redibo, seu negaverint Parcae,
Dum meminero mei, tui memor vivam,
Formosa silva, vosque lucidi fontes,
Et candidarum templa sancta Nympharum.

M. A. Flaminio

Leggiadra selva, e voi limpide fonti,
e templi consacrati a caste ninfe,
mi riterrei davvero fortunato,
ed accetto agli dei, s’io potessi
nel vostro grembo vivere, e morire!
Terre straniere mi spinge a percorrere,
ora, un destino amaro, a strapazzare
il mio povero corpo in duri viaggi.
Ma tu, Diana, che i monti custodisci,
se spesso, al dolce suono di siringa,*
le lodi ti cantavo, fa’ che sùbito
tornare io possa ai tuoi ritiri placidi.
Sia che il ritorno, nondimeno, avvenga,
sia che le Parche me lo impediranno,
finché avrò coscienza, andrò serbando
il ricordo di te, leggiadra selva,
il ricordo di voi, limpide fonti,
dei templi consacrati a caste ninfe.

* Siringa: strumento musicale a fiato, formato da canne digradanti, tenute insieme da cera o funicella; in uso presso gli antichi pastori della Grecia.

Traduz. di Franco Orlandini
inedito

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