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Nebbia e squarci d'azzurro
nella poesia di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi nacque nel 1871 a Genova. Sua madre Giovanna Ceccardi, separatasi, per aspri contrasti, dal marito, portò con sé Ceccardo, insieme con l’altro figlio che era nato, ad Ortonovo (La Spezia), poiché apparteneva ad una casata nobile del luogo, ma decaduta. La località sarà poi descritta dal poeta, come “una bianca borgata su un colle di ulivi fittissimi, tre ore dalle cave di marmo …” Giovanna aveva animo delicato e da lei il fanciullo fu iniziato alla poesia. Il Nostro, compiuti gli studi liceali, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza nell’università di Genova, ma dovette presto abbandonare gli studi, a causa della morte della madre e a causa del patrimonio di famiglia ormai in rovina. Nel capoluogo ligure egli, che aveva pubblicato, nel 1895, “Il libro dei frammenti”, si fece conoscere negli ambienti letterari, stringendo amicizie; ma si trovava sempre in ristrettezze economiche; collaborava ad alcuni giornali, tra cui “La Riviera Ligure” e “Lo Svegliarino – Giornale della democrazia”, che era stato fondato a Carrara nel 1887. Ceccardi, in quegli anni, è stato descritto come un giovane “alto, dinoccolato, dimesso negli abiti, con un’espressione di profonda tristezza sul volto dove brillavano i grandi occhi azzurri.”

E proprio a Carrara scoppiarono, nel 1894, dei moti, che videro protagonisti i minatori, i quali rivendicavano migliori condizioni di vita e di lavoro; moti che furono repressi con durezza dal governo Crispi. Ceccardi si interessò a tali eventi, tanto che pubblicò un opuscolo dal titolo “Dai paesi dell’anarchia” (che fu subito sequestrato dalle autorità), mettendosi decisamente dalla parte dei lavoratori. Egli racconta di esser salito fino alle cave, sotto un sole abbagliante a causa dei riverberi del marmo, tra il turbinio della polvere mossa dal vento, tra il fragore dello scoppio delle mine … Lassù ha osservato tanti uomini venuti dalla Lunigiana a guadagnare di che sostentare miseramente la famiglia; li ha visti esposti al pericolo della caduta di qualche blocco, a causa del frequente spezzarsi delle funi. Ceccardi s’era commosso a guardare, tra il pianto delle madri, tanti giovani condotti via dalle guardie, per essere condannati anche a una lunga detenzione; e solo perché avevano fatto delle giuste richieste, sognando un giorno di giustizia sociale, senza più sfruttati e sfruttatori …

Ceccardi nutriva l’ideale “di un più civile mondo di sublime eguaglianza”, in sintonia con il pensiero dell’anarchico Carlo Cafiero (1846-1892), in onore del quale farà scoprire più tardi, nel 1913, una lapide sulle Alpi Apuane.

A Genova il Nostro aveva conosciuto Francesca Giovanetti, originaria di Sant’Andrea Pelago; sarà sua sposa dal 1901. Ceccardi andò ad abitare a Pelago, ma nel piccolo centro del modenese, nell’Appennino tosco-emiliano, egli trascorreva giornate monotone, durante le quali si rintanava nell’osteria a giocare a carte e a bere abbondantemente. Alfine abbandonò la moglie e il figlio, che intanto era nato, e tornò a Genova, dove visse miseramente da bohémien, alla maniera di Verlaine, di Corbière, di Rimbaud, poeti da lui ammirati. Tuttavia si lasciò poi convincere da amici a ritornare in seno alla famiglia. Al figlioletto dedicò, nel 1903, i versi “Nel primo compleanno del mio bimbo.” Ceccardi, che già aveva composto i sonetti della raccolta “Apua Mater”( che pubblicherà nel 1905), in cui esaltava sia il paesaggio sia la fierezza della gente apuana insofferente d’ogni costrizione, dopo aver acquistato nuova fiducia in sé stesso, fondò, a Carrara, nel 1905, un sodalizio letterario, ma anche politico, con ideali libertari, denominato “Cenacolo di Apua” e poi “Repubblica di Apua”, chiamando a farvi parte diversi artisti e letterati, come, ad esempio, il viareggino Lorenzo Viani, anarchico convinto, Ungaretti e Pea … Costoro organizzarono, in particolare, nell’ottobre 1907, la cerimonia per commemorare il poeta inglese P.B. Shelley, che aveva soggiornato a Villa Magni, a San Terenzo (Golfo di La Spezia), sino a quando perì, nel 1822, in un naufragio. Fu scoperta una lapide con l’epigrafe dettata dallo stesso Ceccardi, il quale pronunciò il discorso ufficiale: “Shelley, il poeta del liberato mondo”.

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Era rimasto costante l’attaccamento di Ceccardi alla terra natale; non per nulla Eugenio Montale l’ha ricordato come “il padre dei cantori della terra ligure, poeta elegiaco e paesista”. Dal ridente paesaggio aveva ricevuto momenti di fresca letizia, anzi di giubilo: “Mattin, col sole ridi /e gridi con gli uccelli; /ma più che il sole e i nidi /ride e grida il mio cuore, /ride e grida l’amore”. Egli s’è immedesimato nella “chiara felicità de la riviera”, allorquando “scorre con la verde anima ai venti /pei greppi solatii la primavera”. La speranza l’ha rappresentata con la delicata immagine della “fanciulla che le imposte apra /e canti e segua al pian nel chiaro lume, / uscir da le Apuane Alpi fumanti, /con un lento stupir, cerulo un fiume”. Ha amato Portofino, che si riflette sul mare, come su un’azzurra specchiera, con le case variopinte e ridenti tra la pace degli ulivi; è rimasto impressionato dal promontorio, con gli anfratti e le grotte, dentro le quali irrompono con fragore le onde, mentre fuori l’acqua verdastra ribolle sotto il grido aspro degli uccelli marini.

Dalla contemplazione del paesaggio ligure, Ceccardi ha ricevuto quella serenità, che tante volte gli sfuggiva. Nel sonetto dal titolo “Argento grigio” l’affinità del poeta con i luoghi a lui consueti, si mostra piena. Egli si trova davanti a un panorama ricco di ulivi; il fogliame di color “argento grigio, cinerino argento” s’infittisce a valle, dove pare che anche i declivi si adagino “in un sopor d’ombra e di vento”. E a valle scendono i sentieri, tra l’odore della menta dei prati e del fieno, tra il canto degli uccelli, insieme a dei ruscelletti che scorrono in mezzo a ciottoli lucenti. Il poeta, che avverte un gran desiderio di riposo, di pace, scende anch’egli in mezzo agli ulivi, i quali gli offrono come “un grembo, pallido, d’oblio” … Ma, abbandonata la vigorosa ispirazione carducciana materiata di elementi paesistici, storici, civili, celebrativi (inerenti la Lunigiana, “questa di castelli nobil terra”1), Ceccardi s’è poi addentrato tra le mezzetinte, gli smarrimenti e le estenuazioni del decadentismo; ne ha assorbito le angosce. Ha seguito il Pascoli tra la nebbia2 in mezzo alla quale la realtà si cela, si muta in scheletri e rovine e “silenziosi eremitaggi”; vi si sentono soltanto, a tratti, i gridi di sperduti uccelli e i passi di qualcuno, che non ben si distinguono se vicini o lontani, poiché ogni figura umana diventa un’ombra che scompare. Ed è l’autunno che scende a popolare la nebbia di fantasmi … Come altri poeti dell’ultimo Ottocento e i primi del Novecento, ad iniziare da Baudelaire, Ceccardi ha provato l’ossessione dell’Autunno. Tale stagione se l’è raffigurata soffusa d’una fine malinconia, come nella poesia “Il vento”, in cui dice che “L’Autunno di ramo /in ramo si raccoglie / come un uccello al vento; / e un lamento di foglie / mesce con un richiamo / di piogge, di fontane / e d’ombre. Il pianto / vaga in aria a lontane / solitudini, oscilla / di villa in villa / e scolora ogni fronda.” Ma anche gli è apparsa in maniera spettrale, simile alla morte, che tiene la falce, con la quale recide sogni ed amori; essa invade “i giardini tra un’onda di nebbia, le spalle/ cariche di farfalle morte e gelsomini”. E come un sole autunnale è stata, per lui, pallida la giovinezza; quella che avrebbe dovuto manifestarsi come “un lucido riso del Tempo”, s’è consumata con appena il crepitìo di qualche favilla.

L’autunno pur sempre s’è ripresentato e ha indotto il poeta a riflessioni amare, poiché le rose di maggio, “a novembre, un dì morte /non sono mai risorte su da la fonda nebbia”. Le rose, simbolo di gioventù e di fresca bellezza, disfacendosi, si son mutate in “un incenso diafano di morte”. Le parole degli amanti, che non hanno trovato corrispondenza tra di loro, si son perse nel buio della notte. Le strade non hanno avuto una direzione precisa … Stilisticamente esse serbano il fascino che sempre s’avverte nel vago, nell’indeterminato, nel dileguare: “Oh strade di campagna ne l’ombra dei vespri perdute, pallide strade mute, dove la pioggia stagna …” Fanno, tuttavia, intuire lo stato di irrisolutezza che dominava nell’animo del Nostro. Ogni transito gli ha arrecato un’acuta tristezza; sia quello dell’entrata del tempo autunnale, sia quello del lento svanire d’ogni giorno all’imbrunire … Nelle notti di tempesta, poi, il poeta ha trasferito i suoi tormenti, le sue paure nella natura, negli alberi che a lui son sembrati torcersi, sospesi tra il buio della terra e “i fantasmi del cielo”. Eppure Ceccardi, tra il diffuso grigiore, ha scorto qualcosa d’insolito e di stupendo, che gli ha procurato una forte emozione, anche se mista a timore dell’ignoto, poiché s’è sentito proiettato oltre il monotono quotidiano: “E gli occhi intravvegon lo scorcio d’un paese fiorito meravigliosamente: trema il cuore e i ginocchi temano. E il labbro esangue mormora: oh l’infinito!” E fuori dal mondo Ceccardi ha proteso il suo desiderio di pace per l’animo tormentato, s’è abbandonato a fantasie eteree, sognando di perdersi nelle infinite praterie celesti, “dove l’ombre dei sogni /vagano come nubi /mattutine sul mare”; dove gli alberi hanno fiori di astri; dove i viandanti possono riposare su letti di stelle …Ha pensato al Signore che “dorme in una casa lontana, /una casa perduta in fondo / al deserto dei cieli.” Angeli e Santi la occultano, formando un meraviglioso velame intessuto di vapori leggeri e di stelle; stelle simili a “lucciole d’oro”. Le preghiere dei bimbi buoni giungono sin lassù; bussano lievemente, entrano pel buco della serratura, si nascondono nei nidi degli uccelli ed attendono con loro che Iddio si risvegli …

Ha immaginato la maestrina morta giovane, in pace nell’oltretomba; e che lei potesse dire: “Colà rivivo serena; e chiamo: e ancor garruli bimbi / a me corron che senza baci vagano tra l’Ombre”.

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Nel 1910 Ceccardi raccolse parte della sua produzione poetica nel volume “Sonetti e poemi”, che però non ottenne il consenso sperato. Ad aggravare le sue condizioni psicofisiche contribuirono le cattive condizioni di salute della moglie e del figlio. Il poeta nel 1914 fu trovato privo di sensi in una strada di Genova e ricoverato in ospedale. Nel 1916 venne rappresentata a Genova la sua commedia “Don Chisciotte”, senza alcun successo. Ceccardi, tuttavia, fece sentire, alla vigilia della Grande Guerra, la sua voce di interventista, esaltando, sulla scia di D’Annunzio, la latinità “madre di leggi e d’eroi”. Dopo il 1910 Ceccardi continuò a scrivere poesie. Tornò a professare in esse l’amore per la terra natale, con i suoi abitanti, contadini e marinai; nonché l’impegno morale e civile, con toni ancora classicheggianti, carducciani, dannunziani; ma nei versi compaiono frequenti riferimenti alla nuova tendenza crepuscolare. L’uomo, e il poeta, dopo il travaglio sofferto, rivelano stanchezza, un lento tentativo di sottrarsi alla dura realtà, all’impari lotta contro l’avverso fato; un estraniarsi dalla vicenda esistenziale, che scorre tra il continuo dissidio tra il bene e il male, per giudicarla con distaccata saggezza. Con l’abbandonarsi ai pochi grati ricordi, tra il diradarsi delle ombre, sino a risalire alla fanciullezza, Ceccardi andava ripiegandosi su sé stesso, malinconicamente, umanamente pensoso. Tali poesie verranno raccolte sotto il titolo di “Sillabe ed ombre” e pubblicate postume a Milano nel 1919.

Nel 1918, a Genova, Ceccardi vide morire sua moglie; egli, l’anno seguente, concluderà, a soli 48 anni, la sofferente esistenza. Anche D’Annunzio, che gli era amico, lo disse “di pene involto”. L’unico figlio morirà trentenne nel 1932.

1) Regione storica costituita dall’estremo lembo nord-occidentale della Toscana, incuneata fra Emilia e Liguria e rappresentata dal bacino del fiume Magra; amministrativamente parte della provincia di Massa e Carrara.

2) Ci si riferisce a “Nella nebbia” in “Primi poemetti”, Bologna, 1904.

Nel 1922 uscì a Milano la biografia che L. Viani scrisse per l’amico “Ceccardo. ”Nel 1935 a Genova fu pubblicata la “Antologia ceccardiana”, a cura di T. Rosina, Ed. Degli Orfini.

Nel 1969 a Carrara furono pubblicate “Tutte le opere”, a cura di P. A. Balli Ed. Apua.

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