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Oscar Milosz solitario poeta spiritualista del Novecento

Oscar Vladislas de Lubicz Milosz, poeta, narratore, drammaturgo e saggista lituano di lingua francese, “sembra uscito da una leggenda nordica … con particelle di ignoto sugli abiti neri, passeggero di un mondo nascosto oltre i nostri orizzonti familiari”, come ha scritto Kléber Haedens.1

Nato a Czereia nel maggio 1877, egli discendeva da una famiglia nobile. I suoi genitori si erano trasferiti a Parigi, quando era dodicenne. Terminati gli studi liceali, frequentò, sempre a Parigi, l’ École des langues orientales, specializzandosi in ebraico e dedicandosi allo studio dei testi biblici.

Come poeta fu in contatto con i simbolisti e pubblicò, nel 1899, la sua prima raccolta: “Le poème des décadences”; la seconda avrà per titolo “Les sept solitudes” (1906). Le poesie però furono comprese e lodate soltanto da pochi amici.

E si rimane colpiti – come scrive ancora Haedens – dalle affinità che vi si rinvengono con Edgar A. Poe, per il diffuso senso della misteriosità, per la predilezione verso i paesaggi remoti, lugubri e piovosi; per gli ambienti in cui le voci e le immagini sembrano provenire “dal fondo del corridoio buio e freddo del tempo” (come suona un verso dello stesso Milosz). Basterà leggere, d’altra parte, la poesia in cui il Nostro rappresenta la dimora avìta, ormai cupa e decrepita, circondata dallo stormire profondo dei viali.

E’ lì che egli, sin dalla tenera età, aveva provato la solitudine; ma gli era diventata familiare, anzi materna: essa mi porgeva “nella sua mano, come a un passeretto, umile pane nero, latte e miele selvatico”, dice Milosz. E lì aveva fatto le prime scoperte nell’ambiente; nei suoi versi ritornano, comparendo a sprazzi, le figure riguardanti animali e piante, insieme con la nostalgia per il giardino preferito, vero paradiso perduto.

Il nostro poeta rivela diffusi punti di contatto anche con Baudelaire, nel concepire la natura rivestita di simboli, come un universo attraversato da echi, richiami, messaggi confusi …

Egli vi ha collocato la sua donna, la quale racchiude segreti negli occhi: il segreto della notte e quello dell’acqua; e notte ed acqua sono entrambe incantevoli, lusingatrici, ma anche insidiose. Concepita quale figlia dell’estate, tale creatura ne possiede il sangue, “la rossa voce”, nonché il profumo nei capelli; ma il poeta la chiama anche “mia notte”.

Come la natura, dunque, ella è arcana: dai suoi occhi, che hanno ciglia ombrose, giungono gli sguardi, e sono come raggi che attraversino la profondità del fogliame.

Milosz s’è estraniato spesso dalla realtà, ma soprattutto da sé stesso (“loin de tout et loin de moi”), dal suo intimo oscillante tra essere e non essere. S’è circondato, allora, di un’atmosfera pervasa da una musica assopente, abbandonandosi all’onda carezzevole delle parole, anzi annegando voluttuosamente nel “fiume della voce” della donna con “la bocca di prugna matura”

Nei momenti di languore ha sentito il malinconico rimpianto per ciò che si sarebbe potuto avverare, e non s’è avverato, riguardo alle illusioni: “Ce qui aurait pu être / et n’a pas été …” Un motivo, questo, che fu familiare al decadente Georges Rodenbach.

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Sul piano ideologico, Milosz, spintosi alla ricerca della verità, e attratto, per un certo periodo, dalle teorie positivistiche, sul finire della giovinezza s’era ritrovato privo della fede derivatagli dagli avi, e anche della fiducia nella scienza. Come egli scrive: “Non c’è più crocifisso alla parete; / e sul tavolo il libro resta chiuso”.

Aveva atteso una “rivelazione”, ma invano, tanto da ritenerla ormai impossibile; ma se alfine “l’impossibile” si fosse presentato, picchiando ai vetri, come fa (dice il poeta, con una similitudine gentile) un pettirosso col cuore intirizzito dall’inverno, egli non avrebbe avuto nemmeno la volontà di alzarsi per andare ad accoglierlo …

Eppure Milosz si riscosse dall’abulia, volgendosi al vasto movimento di pensiero antipositivistico e anti-intellettualistico che era in atto nel primo Novecento. In Francia l’idealismo fu fecondo di motivi nuovi, come quello religioso. Filosofi come E. Boutroux, M. Blondel, E. Bergson scoprivano la radice della vita etica nella volontà di accostarsi a un ideale di perfezione e di bellezza interiore, includendovi il soprannaturale.

Milosz si volse in particolare a Bergson (1859-1941) teorico dello “slancio vitale”. Il Nostro manifestò una decisa volontà di vita: “ Il faut vivre, vivre, rien que vivre “.

Milosz, che era passato attraverso passioni passeggere, inappaganti (“Ah, quei visi baciati follemente!) aveva, tuttavia, conservato il desiderio d’una vita semplice, magari in un rustico casolare odoroso di fresca tovaglia e di pane dorato, con la finestra aperta alle api di giugno; desiderio d’una giovane dalle cui limpide pupille trasparisca il candore dell’anima …

Allontanatosi dalla donna notturna, mutevole ed enigmatica, egli cercò il fascino nobile e puro dell’eterno femminino, capace di elevare, attraverso l’amore, alla rivelazione dell’Amore e anche dell’Assoluto.

Fu del 1910 il romanzo “L’amoureuse initiation”, condotto sul tipo di altri che, in quegli anni, servivano agli autori, più che a narrare vicende reali, ad illustrare una teoria, a condurre i lettori in una iniziazione filosofica; e anche Milosz intreccia ad una storia d’amore, una serie di speculazioni spiritualistiche.2

Si può leggere, ad esempio, che “l’amore per la creatura conduce all’amore per l’increato; amando molto l’oggetto limitato, inconsciamente ci innalziamo sino alla saggezza suprema, situata al di là delle nostre facoltà di intendere”.

Nell’opera teatrale “Miguel Mañara” (1912) Milosz ha rappresentato, come trasformata in dono di sé e in rinunzia, la mitica brama di possesso di don Giovanni.

Le liriche dell’opera “Les élémentes” (1911) hanno testimoniato il passaggio alla nuova concezione etica esistenziale.

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All’inizio della Grande Guerra si risvegliò in Milosz, intenso l’amore per la patria d’origine, rimastagli d’altra parte sempre nel cuore; egli dimostrò spirito nazionalistico, sostenendo, sia come diplomatico, sia con diversi scritti giornalistici, sia con le poesie del libro dal titolo “Symphonies” (1915) la Lituania, che, verso la fine del conflitto, proclamò l’indipendenza.

Va rilevato che Milosz, nella maturità, indagò con zelo sulle espressioni dell’anima popolare, che erano rimaste vive nelle fiabe e nelle leggende.3

Frattanto portava avanti una riflessione filosofica (esposta nelle opere “Ars magna” del 1924 e “Les arcanes” del 1927) fortemente influenzata dalla teosofia con i suoi aspetti occultistici. Soltanto dopo gli incontri e i colloqui intrattenuti con Paul Claudel (1868-1955), egli si dichiarò cattolico.

Delle liriche contenute nella raccolta “Le cantique de la connaissance” del 1927, si può dire – citando ancora Haedens – che esse “più massicce, si avvicinano al versetto claudeliano e alla prosa, ed espongono con magnificenza le leggi di una filosofia, si elevano sino alla metafisica”.

La poesia di Milosz, dopo essere passata attraverso le brume dello spleen e del disperante nullismo, per successive conquiste interiori s’è andata sempre più configurando come intensa esperienza spirituale.

Riguardo ad essa, Marcel Raymond4 ha messo in rilievo “la qualità del silenzio interiore di cui talune liriche rendono sensibile la presenza, insieme ad una musica profonda e vibrante”.

Riguardo poi alla piena adesione del lituano al clima culturale francese, lo stesso critico ha scritto: “Ha testimoniato che nei regni segreti d’ogni letteratura, nonostante le barriere linguistiche, sono possibili certi rapporti e certi scambi della più profonda sensibilità europea, che si possono conseguire a forza di amore e di pazienza”.

Milosz, negli ultimi anni di vita, si diede ad approfondire le conoscenze bibliche, in particolare l’Apocalisse. Pubblicò, infatti, nel 1938, il saggio “La clef de l’Apocalypse”. Egli denunciava nell’uomo contemporaneo il pericolo del crescente inaridimento dello spirito e, con esso, delle virtù basilari della vita sia individuale sia collettiva.

Milosz, invece, raggiunse una condizione di fervore mistico, e “fu allora assai vicino a san Francesco d’Assisi, e gli uccelli venivano in folla verso di lui nella foresta di Fontainebleau, dove egli aveva il suo eremo.” 5

E lì il saggio poeta si spense nel 1939. Nel “Dizionario della Letteratura Mondiale del 900 “ 6 si legge che “la fortuna critica di Milosz è andata sempre più crescendo. Le testimonianze e gli studi che su di lui sono stati compiuti, ai quali hanno fatto da stimolante supporto i “Cahiers de l’Association des amis de Milosz” hanno contribuito alla divulgazione del suo pensiero e all’affermazione di “Milosz-la Poésie” (come lo definì Oscar Wilde) nella storia della cultura europea del Novecento”.

1 Nella sua opera “Une histo
re de la littérature française”, pubblicata da Garzanti nel 1960 con il titolo “La letteratura francese”.
2 Nella “Storia della letteratura francese” vol. III Garzanti, 1985.
3 Le raccolse nelle opere “Contes et fabliaux de la vieille Lithuanie” (1930) e “Contes de ma Mère l’Oie” (1936). Fu del 1937 il saggio riguardante “Les origines de la nation lithuanienne”.
4 Nel suo saggio “Da Baudelaire al surrealismo” Einaudi, 1948.
5 Nel “Dizionario Bompiani degli Autori” vol. IV, 2006.
6 Ediz. Paoline Roma, 1980.

Ecco alcune strofe tratte dal “Cantique du printemps” di Milosz *

Lève-toi, chère tete! Regarde, beau visage!
Tout est confiance, charme, repos.

La jeune abeille,
Fille du soleil,
Vole à la découverte dans le mystère du verger.

Viens, doux visage …
J’écarterai la chevelure du saule,
Nous regarderons dans la vallée.
La fleur se penche, l’arbre frissonne: ils son ivres d’odeur.

Et la ville, elle aussi, est belle dans le bleu du temps:
Les tours
Sont comme des femmes qui, de loin,
Regardent venir leur amour.

La colombe aux beaux pieds vient boire à la fontaine;
Qu’elle s’apparaît blanche dans l’eau nouvelle!
On dirait qu’elle chante dans mon coeur nouveau.
La voice lointaine …

O voyageur, sois notre hôte, arrête-toi!
Tu te reposeras sous notre toit.
Tes graves projets s’assoupiront au murmure ailé de l’allée.
Nous te nourrirons de pain, de miel et de lait.
Nous te cacherons aux soucis.
Il y a une belle chambre secrète
Dans notre maison;
Là les ombres vertes entrent par la fenêtre ouverte
Sur un jardin de charme, de solitude et d’eau.
Il écoute … il s’arrêtre …
Que le monde est beau, bien-aimée, que le monde est beau!

*Nella “ Anthologie de la poésie lyrique française “ par Landolfi - Luzi Sansoni Firenze, 1950.

da “Cantico della primavera”

Alzati, cara testa! Guarda, bel viso!
Tutto è fiducia, incanto, riposo.

La giovane ape,
figlia del sole,
vola in esplorazione nel mistero del frutteto.

Vieni, dolce viso …
Scosterò la chioma del salice,
guarderemo nella valle.
Si piega il fiore, l’albero stormisce:
son ebbri di fragranza.

E la città, anch’essa, è bella nell’azzurro del tempo:
le torri
sono come donne che guardino
arrivare l’amato in lontananza.

La colomba dalle belle zampe scende a bere alla fontana:
come si mostra bianca nell’acqua fresca!
Si direbbe che canti nel mio cuore novello.
Eccola lontana …

O viandante, sii nostro ospite, fermati!
Troverai quiete sotto il nostro tetto.
I gravosi progetti che hai, s’assopiranno
Al mormorare aèreo del viale.
Avrai per cibo, pane, miele e latte.
Ti terremo nascosto agli affanni.
C’è una bella camera appartata
nella nostra dimora; verdi ombre vi entrano
dalla finestra aperta su un giardino
pieno d’incanto, solitudine e acqua.
Egli ascolta … si ferma …
Com’è bello il mondo, benamata, com’è bello il mondo!

Traduz. di Franco Orlandini

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