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Indice

  • Nota critica di Dino Papetti

Parte prima

  • Il vecchio vicolo
  • Al porto
  • Lo zio Antonio
  • Tempo di guerra
  • Di nuovo in città
  • Fantasie pagane
  • Ancora ragazzo
  • Tra i libri (con un ricordo del padre)
  • In biblioteca
  • L’avventuroso Giovanni Papini
  • Fervore intellettuale
  • Inquietudine pag
  • Passeggiata serale
  • Caste immagini
  • Bellezza
  • Un’estate
  • Ansia della vetta
  • In montagna
  • Nei villaggi
  • Marta
  • Un rigido inverno
  • Verso la primavera
  • A conclusione del soggiorno montano

Parte seconda

  • Un libro
  • Un soffio di poesia: lo spirito giovanneo
  • Minaccia di catastrofe totale
  • Verso il Sessantotto
  • L’assassinio di Aldo Moro
  • La stupenda e drammatica scena terrena
  • Verso le colline
  • Sul colle lauretano
  • Giornate di primavera
  • Sul poggio
  • Terra marchigiana
  • Il mare
  • Non è più tempo di avventure
  • Sul colle
  • Transito
  • La visione
  • Per la morte della madre
  • Visione escatologica

Nota critica
Dino Papetti

"Alla Bottega", Milano 1992

Franco Orlandini trae, da una straordinaria capacità di osservazione, incisivi elementi di meditazione e soprattutto evidenzia una sottile perizia nel riprodurre, attraverso il gioco della memoria, atmosfere e figure …

E si può, d’altro canto, parlare di parabola morale, di poesia che dissimula, nelle pieghe, un’allusiva e ideale cornice etica, lungo una linea che, avvertendo il senso della vanità dell’esistenza, trasforma la rassegnazione in intensa e significativa valenza di fede.

Orlandini canta anche di lirici abbandoni, entro un intimismo recuperato ed essenziale nella misura. Il vissuto si rappresenta in un crepuscolare realismo, in dolente e innamorata affermazione delle contraddizioni della vita, pronto a cogliere il malessere delle nevrosi dei tempi.


Parte prima

Il vecchio vicolo

Mi accade, qualche volta, di passare per il quartiere dove, al posto dei palazzi d’oggi, si allungava il vecchio vicolo che accolse la mia infanzia.

Il suo aspetto mi appare ormai annebbiato dal tempo, però riesco ancora a rappresentarmi le case basse, brunastre, dai muri screpolati, sui quali i fanciulli sfogavano spesso il loro istinto di disegnatori.

E così rivedo la bottega profonda del carbonaio, allora un po’ misteriosa per me, con la penombra posata sui mucchi di carbon fossile, di coke e di carbonella o con l’odore boschereccio che ne proveniva, più intenso ad ogni scarico di legna nuova.

Rivedo il locale, un po’ più spazioso, in cui il falegname rubicondo lavorava canticchiando, mentre il garzone, all’esterno, accendeva un fuochetto di trucioli sotto la pentola della colla.

All’angolo si trovava la drogheria, ben fornita, che mostrava anche, sopra il bancone zincato, diverse bottiglie, insieme con quelle azzurrine o verdine piene di seltz, ché il droghiere, d’estate, mesceva bicchieri rinfrescanti di tamarindo e di menta.

V’era la minuscola vetrina del bugigattolo ingombro, dentro il quale lo smilzo calzolaio si intravedeva sempre curvo sul deschetto; e poi quella affumicata dell’osteria, con la frasca di lauro, di fianco, per insegna.

Sotto un androne a volta, che immetteva in un cortiletto, si sentiva spesso battere lo zoccolo di un pesante baio da tiro, dentro una stalla troppo stretta.

La loggia della casa la colloco indistinta in un’atmosfera fiabesca: me la raffiguro sovrastante alla distesa dei tetti rugginosi e verdastri di muschio, dove si arrampicava qualche gatto randagio e dove si affacciava alla finestrella di un abbaino, o usciva in un’altana, una vecchina ad innaffiare i vasi di basilico e di gerani, nera e curva nella porpora del tramonto.

Il vicolo era il luogo dei giochi di gruppo, specialmente nell’ora vespertina, in cui diveniva chiassoso; i ragazzini si spingevano anche fuori, verso uno spiazzo verde, in cui scorreva un fosso scoperto, a caccia di lucertole o di rane.

* * *

Tra i ricordi che confusamente sono legati alla casa della mia infanzia, ritornano spesso alcuni sottesi di un’indefinibile sensazione malinconica, associata a determinate situazioni crepuscolari.

Crepuscoli che chiudevano giornate lunghissime, durante le quali ero stato costretto nel mio lettuccio o a smaniare per la febbre o fiaccato da una convalescenza.

Tra un sorso e l’altro di limonata, avevo passato le ore a sfogliare e risfogliare i miei libri e, in particolare, quello delle favole, elegante nella sua legatura in tela e oro, donatomi da una mia zia lontana, che vedevo di rado, smagrita e vestita di nero.

Mi attirava soprattutto con le illustrazioni che raffiguravano fate sorridenti nel loro fiorito giardino; cavalieri erranti verso castelli turriti, solitari sulle rupi; dragoni alati, e tanti altri luoghi e protagonisti del regno dell’irrealtà e del sortilegio, che davano ali alle mie fantasticherie.

E così mi sorprendeva il cielo che imbruniva; infittiva l’ombra negli angoli della stanza; si velavano, a poco a poco, i vetri chiusi, attraverso i quali scorgevo, in alto, una stria violacea; nella facciata dirimpetto una donna, con calmi gesti, già si sporgeva a chiudere le imposte.

Dal vicolo sottostante, intanto, salivano, a volte in tono sommesso e a volte in un crescendo gagliardo, le voci dei ragazzi trascinati nei loro giochi dalla particolare foga che essi prendevano nell’ora ormai velata di semioscurità. Si facevano lievi e facete, di lì a poco, nello sparpagliarsi frettoloso dei saluti.

Ed ecco che mia madre si levava ad accendere la luce.

Mi era stata compagna serena e dolce, seppur anche lei propensa ad una vaga, delicata mestizia, percettibile, come nel cielo vasperale, nei grandi occhi assorti, durante il giorno spesso intenti al ricamo…


Al porto

Mia madre mi conduceva spesso fuori dal vicolo; e, in particolare, nei pomeriggi di bel tempo, a passare un’oretta nella zona vicino al bacino portuale adibito alla sosta dei pescherecci (il mandràcchio). Sottostante all’ampia via d’accesso al centro della città, lì ne passa un’altra denominata anticamente “Sottomare”.

Mi trastullavo a guardare le barchette, ciascuna col proprio nome segnato a prua, allineate lungo uno dei bordi delle mura del settecentesco lazzaretto; coglievo, tra le rotaie d’un binario morto, umili fiori o profumate foglie di menta selvatica …

Si andava, verso sera, all’animato arrivo di qualche peschereccio, quando i pescatori vendevano ancor profumato e guizzante il loro pescato.

Mia madre mi nutriva spesso con il pesce, attribuendo, successivamente, alcune mie brillanti prove nello studio, al fosforo che avevo assorbito da piccolo.

Rimanevo spesso in cucina ad animare il fuoco nel fornello, menando la ventola formata di penne. Le parole dialettali che più mi sono rimaste impresse si riferiscono proprio ai prodotti del mare.

La mamma preparava nella graticola il pesce tipico dell’Adriatico, la “saraghina”, mangiata “a scòta deti”, scottante; e, secondo le diverse ricette suggerite dalla gastronomia popolare, varietà di pesci e molluschi e crostacei…

Per me lessava la delicata “sfoja” (sogliola) o, nei mesi di luglio e di agosto, la minuta e argentea “paranzòla”, cioè l’insieme di avannotti di sardoni e di sardelle transitanti in quel periodo lungo la costa.

Ed ero attento quando, alcune volte, mio padre portava a casa una “grancéola”. Grosso granchio marino, la grancèvola è rivestita da una dura corazza spinosa con attaccati frammenti di conchiglia, che servono al crostaceo per mimetizzarsi. Non tanto interessato alla sua carne pur pregevole, io attendevo di venire in possesso della corazza, per trasformarla, praticandovi fori che rappresentavano occhi e bocca, in un mascherone.

Lo collocavo in un angolo buio, accendendovi dietro una candela; procuravo così, sull’istante, curiosità, per il bizzarro aggiustamento, nei compagni che conducevo a vederlo.


Lo zio Antonio

Mio zio Antonio era il proprietario della drogheria.

Era un ometto magro, dal viso scarno, ma intelligente, con le labbra atteggiate ad un abituale sorrisetto e per lo più pronte alla battuta spiritosa.

Da esse, tuttavia, pendeva troppo spesso il bocchino con la sigaretta accesa; e questo vizio lo trascinerà alla tomba, subito dopo la fine della guerra.

Indossava sempre un ampio grembiale color marroncino e aveva in mano un grosso mazzo di chiavi, tra cui quelle del ben fornito magazzino.

Dalla cinghia dei calzoni pendeva una robusta catenella cui era legato un portafogli sempre ricolmo di banconote di grosso taglio, che egli portava con sé nella capace tasca.

Lo seguiva, a coda ritta, strisciandogli sulle gambe, un gatto bianco, bestiola magra e irrequieta, per quanto mangiasse, ad ogni desinare, gran parte della porzione del padrone inappetente.

Si arrampicava su per gli scaffali, anche quelli alti, del negozio e si aggirava funambolescamente tra barattoli e bottiglie, senza tuttavia far cadere niente, senza combinar danni.

Cattivi compagni mi convincevano, alfine, suasivamente, ad aprire di nascosto il cassetto del bancone e a sottrarre qualche lira, per andar poi a prendere a noleggio una bicicletta, sulla cui canna mi portavano a far qualche giro.

Mi convincevano anche a salire sulla scala, nel magazzino, per cavare da qualche scatola, girelle di liquirizia e altri piccoli dolciumi.

Erano quegli stessi ragazzi che collocavano ciottoletti lungo le rotaie del tram e poi si nascondevano, per vedere come le ruote li frantumavano con fragore e scintille, mentre il guidatore indagava fuori invano, imprecando.

Gli stessi che si ritiravano dietro il paravento del vespasiano, insieme con le femminucce …

Lo zio possedeva (segno anche questo di distinzione economica) una radio incorporata dentro un massiccio mobile di legno pregiato, lucido; in alto, sotto un coperchio c’era il giradischi.

Alla radio non sempre si ascoltava la magniloquente propaganda del regime, ché mio zio (nel privato, s’intende) era scettico e sarcastico; ma l’apparecchio ebbe attorno a sé visi attenti e trepidanti ai comunicati di capitale importanza, come la proclamazione dell’entrata in guerra a fianco della Germania. Dopo l’euforico annuncio degli iniziali successi, vennero via via i bollettini dai quali si cominciava ad intuire la sfavorevole piega delle operazioni belliche per le forze dell’Asse, sino ad arrivare alla caduta del Fascismo, all’8 Settembre 1943, che portò il suo fugace scoppio di esultazione collettiva. Ma fu seguìto dalla tragica continuazione delle ostilità, con i bombardamenti aerei, lo sfollamento dalla città, e l’inverno, spettrale apportatore di freddo, carestia e morte …

* * *

Mio zio era ammogliato, ma non aveva figli.

Viveva, in un appartamento attiguo al suo, una mia zia rimasta presto vedova del marito, uomo autorevole nel fascismo locale.

Le mie due cugine erano ormai giovinette e non ricordo particolari rapporti con loro. Alcuni pomeriggi d’estate, siccome entravo di mia iniziativa nella loro camera, esse alzavano ed agitavano le lenzuola a mo’ di fantasmi, ed emettevano strani versi, così da tenermi lontano …

Passavo del tempo, invece, con una bambina della mia stessa età, che si trovava sul terrazzino dirimpetto al mio.

Quando ci si incontrava fuori, con le rispettive mamme, lei, minuta ma vivacissima, mi riempiva di feste, di baci e abbracci, ai quali poco corrispondevo, riluttante come sono sempre stato alle effusioni.

Qualche pomeriggio, invitandoci a vicenda, lo trascorrevamo insieme, trastullandoci con poco; e chiacchierando a lungo, anche con sprazzi di puerile saggezza.

Su di lei (che non rivedrò più nel dopoguerra) andai a lungo fantasticando, anche immaginando di essere il suo intrepido soccorritore e salvatore in situazioni difficili o disperate.


Tempo di guerra

Tutte le visioni si abbuiano, sopraffatte da altre dolorose.

La guerra, che dal 1° Settembre 1939 accendeva l’Europa e fronti lontani (noi avevamo veduto soltanto il passaggio di truppe e di carri lungo il cavalcavia, e le rapide, reboanti immagini dei film Luce) piombò anche nel vicolo, che si trovava nei pressi della stazione ferroviaria, obiettivo primario dei bombardamenti, insieme con il porto.

Quella mattina, a metà di ottobre del ’43, mio padre, arrivando di corsa, mi sollevò tra le braccia, mentre ero intento a trastullarmi fuori del portone.

La sirena aveva ululato, ma già il rombo di uno stormo era sulle case e le ombre degli aerei scorrevano rapaci sui tetti.

Ed ecco precipitose fughe, disperati richiami …

Mia madre, che era corsa giù dalla casa, cercava di tenerci dietro, trafelata, un po’ a distanza.

Poi, dentro il rifugio che sussultava, mio padre mi serrava con tutt’e due le mani, le orecchie, tenendomi il capo contro il suo petto, perché non sentissi il fragore degli scoppi e degli schianti.

Un bagliore violento, a tratti, tagliava il buio, rischiarando volti agghiacciati. Al suono della sirena, alla fine dell’incursione, succedette un silenzio attonito … Silenzio che opprimeva le strade, con l’asfalto qua e là crivellato, dove giacevano cadaveri; con qualche albero rimasto mozzo nell’aria plumbea; con i pali dai quali pendevano i fili; con le auto rovesciate. I superstiti erano soltanto ombre sospinte dal destino.

Dalle case sventrate si levava una densa fumèa.

Quel giorno aprì lo sfollamento verso la campagna.

La casa colonica che dovevamo raggiungere, si trovava nei dintorni di un paesetto distante dalla città una decina di chilometri.

Il tragitto, a piedi, divenne interminabile, essendo stati spaventati da due aerei che ci sorvolavano, abbassandosi di tanto in tanto.

Rimanemmo a lungo nascosti tra il canneto d’un fossato.

Nell’ultimo tratto di strada fummo sorpresi da un acquazzone, che ci infradiciò ben bene.

Nemmeno la campagna offrì sicurezza, specie nel periodo in cui si avvicinava il fronte alleato con il conseguente ripiegamento delle truppe tedesche. Per più notti durò il cannoneggiamento, ininterrotto, che trafiggeva il cielo con un fitto lampeggiare e faceva traballare i muri della stalla, dentro la quale stavamo rifugiati. Per fortuna passavano alti, diretti altrove, i proiettili.

Sulla parete d’un borro, in fondo al quale scorreva, tra folte canne, un torrentaccio, gli uomini avevano scavato nel tufo umidiccio e poroso, un rifugio: una galleria con alcune anguste nicchie laterali.

Talvolta lo raggiungevamo di corsa, piombando istintivamente con il corpo aderente alla terra arida di sterpi, allo scoppio, anche se lontano, di qualche granata.

E da lì dentro ascoltammo, con il cuore in tumulto, ma immobili, il vociare concitato, talora pavido, e talora inferocito, ora avvicinarsi, e ora allontanarsi con un’alternanza crudele, dei gruppi di soldati tedeschi in ritirata.

* * *

Le truppe polacche, affiancate da alcuni reparti italiani, occuparono il porto dorico nel primo pomeriggio del 18 luglio 1944.

Sebbene il libero governo municipale subito costituitosi avesse lanciato l’appello al “popolo libero di Ancona” di “ripopolare la città, ricostruire le case, risollevare verso il cielo le gru dei cantieri, nell’attesa che tutta l’Italia sia restituita ai suoi veri figli …” attendemmo la primavera del 1945 per lasciare la campagna.

La nostra casa, insieme a tante altre, era stata distrutta dai bombardamenti e in città era estremamente difficile trovare alloggio.

* * *

Cessato il pericolo del fronte, noi fanciulli si guardava volare, non molto alte, formazioni dietro formazioni di grandi “fortezze volanti” (plurimotori da bombardamento), le cui ali spaziose luccicavano sinistramente al sole, dirette al nord; le scortavano squadriglie di caccia.

La natura era nel suo calmo splendore; tra le macchie di rovi fischiava d’improvviso qualche merlo.

E si ritornò una volta – e fu l’unica – a quel nascondiglio sotterraneo, nella cui oscurità avevamo patito ore di ansie e di paura.

Ma, appena entrati, sia le farfalle crepuscolari, che, disturbate nella loro ombra, cominciarono ad aliare, sia il frullo d’un pipistrello volteggiante, e più ancora la nostra immaginaria visione d’uno spettro, ci fecero scappare col cuore in gola, galoppando per un pezzo, senza nemmeno voltarci indietro, con la paura di avere il fantasma alle calcagna …

* * *

Nella casa colonica, che aveva accolto noi sfollati, abitavano due fratelli con le rispettive famiglie.

C’erano due bambine della mia stessa età; una, magrolina, col viso lentigginoso, coi capelli alla maschietta, era vispa, e trascinava la cuginetta, grassoccia, per lo più apatica.

Loro due si trattenevano, al mattino, insieme nel letto; e, richiamandomi più volte, si mostravano per un attimo, tornando poi, ridenti, sotto le coperte.

Ci si recava presso un colono, che abitava al termine di un sentiero in discesa, in una casa di cui poco ricordo, se non ch’era tutta ombreggiata dalle querce.

Lì, un giovinetto ci insegnava a ricavar pipette da fusti e fusticini di canna; vi fumavamo poi foglie secche di quercia ben triturate.

Col freddo, ci si rintanava in un incavo alla base del grande pagliaio.

In primavera ci si lasciava rotolar giù per un pendìo, tra folta erba foraggera, attirandoci le grida del contadino, che aveva poi difficoltà a tagliarla con la falce, così allettata.

In fondo al pendio scorreva, sotto una galleria quasi ininterrotta di freschi rami di salici e di vinchi, un ruscello di limpida acqua, sulle cui rive, di tanto in tanto, scendevano a bere coloriti uccelli.

Più in là i rami bassi di due alberi poco discosti avevano formato, intrecciandosi, una specie di arco naturale, che poi l’edera aveva infittito e modellato; e spesso noi si sostava là sotto a chiacchierare.

Nella stalla notavo sempre un vecchione seduto nella penombra di un angolo, lì sotto l’immagine di Sant’Antonio Abate.

Dal corpo tozzo, col capo coperto da un berrettaccio, teneva quasi sempre la faccia reclinata sul petto, come assopito.

Ormai malfermo sulle gambe, si muoveva raramente, curvato, e aiutandosi con un robusto bastone.

Era, a poco a poco, divenuto una cosa sola con la stalla, con le bestie, insieme con le quali aveva lavorato per tutta la vita; con il lezzo della lettiera che impregnava i suoi vestiti; col fiato caldo delle mucche, ch’egli respirava.

Non parlava quasi mai, ma la frase sua abituale era: “Sempre peggio … sempre peggio …”.

E la situazione in certi momenti si era fatta veramente fosca …

* * *

Ma ecco, alfine, nell’aria serena del mattino del 25 aprile 1945, sorprenderci il suono delle campane a festa, che dal paese si diffondeva per i casolari sparsi. La buona nuova della cessazione della guerra correva di bocca in bocca a riaccendere il sorriso.

Lasciata dunque la casa colonica, si dovette soggiornare per alcuni mesi nel vicino paesetto.

La vita fanciullesca, pur tra gli innumerevoli disagi dell’immediato dopoguerra, sembrava a poco a poco riprendere un corso normale.

A lungo durò la magrezza del corpo, dovuta alla scarsa alimentazione, che non permetteva nemmeno a piccole ferite di ben cicatrizzarsi.

Ma le vere ferite s’erano incise nell’interno.

Le fughe, i boati, le paure improvvise e soprattutto il precoce, repentino sradicamento dall’ambiente natale non potevano essersi dissolti.

Ritiratisi subdolamente nell’intimo, ne sarebbero poi usciti con l’inquietudine e gli smarrimenti dell’adolescenza.

Non avrei potuto far migrare la memoria al confortante rifugio della tenera età, al suo fervore ludico, alle sue pause attonite …


Di nuovo in città

Lasciato il paesetto, trovammo una misera camera e cucina in un caseggiato popolare, vicino al luogo in cui era stata distrutta la casa della mia infanzia.

Si estendeva una vasta area, che per lungo tempo rimase ingombra di cumuli di macerie. Là in mezzo, con altri ragazzetti, andavo a raccogliere tondini di ferro e rottami di ogni metallo, che poi si rivendeva al ferravecchio. Questi, dopo che tutto il ferro era stato consegnato alla “Patria” per essere trasformato in cannoni, ora vedeva riempirsi di nuovo la sua tetra bottega e faceva affari.

Spesso girellavo, sotto il sole, alla ricerca di cespugli di cocomero asinino, col loro fusto rugoso, piegato a terra e coi frutti oblunghi, gialligni, se maturi; e mi divertivo a vederli staccarsi dal peduncolo, appena toccati con uno stecco, e lanciare con forza lo spruzzo di succo e dei semi.

Quello era anche il luogo di ritrovo per i nostri passatempi, poiché con l’abbondante materiale a disposizione costruivamo capannette per riunirci in tre o quattro e starci a chiacchierare indisturbati.

Tali capanne venivano però spesso demolite di nascosto da bande rivali, suscitando conseguenti rappresaglie.

Si alzavano anche trincee e fortificazioni, con continue e alterne espugnazioni, abbattimenti e ricostruzioni.

E dissidi scoppiavano anche tra gruppi di ragazzi di quartieri vicini e davano, per lo più, sfogo a un colorito scambio di motteggi, a sfide gridate da lontano, ad avanzamenti e ripiegamenti tattici, che duravano a lungo, mentre non si arrivava quasi mai ad un corpo a corpo o a una sassaiola.

In quegli anni si camminava molto. In certe ore i pochi vecchi mezzi del trasporto pubblico erano stracarichi e noi ragazzi dalla periferia ci si recava a scuola a piedi, sebbene i più spericolati si “attaccassero” al tram, rannicchiandosi sul paraurti posteriore.

* * *

Al centro tornavamo nei pomeriggi di domenica.

La piazza più grande della città era occupata da un multicolore luna park, i cui altoparlanti diffondevano fragorosi ritmi d’oltreoceano. Militari alleati, sazi dei vari divertimenti, verso sera regalavano, con ostentata generosità, a noi che ciondolavamo incuriositi e squattrinati, biglietti di sopravanzo.

Quando si usciva dalla scuola media nel tardo pomeriggio, si ritornava a casa, invece, facendo la strada che, nel rione denominato Capodimonte, passa alta, e dal cui parapetto si gode l’ampia veduta del porto e della rada.

Scendeva a poco a poco il crepuscolo, che col buio ancor tenue, rendeva più audaci le parole e gli atteggiamenti.

E ogni tanto ci si attaccava, brandendo la riga e adoperando la cartella come scudo, quasi ad imitare uno scontro tra gli instancabili belligeranti del poema omerico, che stavamo studiando.

Ci si punzecchiava a vicenda con continui frizzi; o si inventavano, portate avanti dai compagni più audaci nelle parole e nei riferimenti, delle interminabili storie, che suscitavano un’ilarità serpeggiante e scoppiettante lungo tutto il percorso.


Fantasie pagane

Sete di vento e di splendore …
G. D’Annunzio

Appena adolescente, sentivo il fascino di una più prodiga e stabile radiosità, che mi fasciasse, d’incanto, con una calma pienezza; e la sognavo, nei mari, nelle terre, nei cieli, nel firmamento di un imprecisato Sud.

La fertile fantasia mi spingeva a sfidare il vasto dominio dell’azzurro, veleggiando verso isolette dal contorno sinuoso, biancheggiante di rocce, là dove queste vengono di continuo terse dalla fragrante e salutare gagliardìa del vento e delle onde.

Le bordeggiavo alla ricerca di un banco di sabbia o di una cala buona per l’approdo.

Ed eccomi a respirare gli odori della macchia mediterranea o a fermarmi su qualche rupe, tra gli olivastri abituati a sentire i soffi salsi; e tra i fichidindia carnosi, di cui il sole fa ancor più brillare il giallo dei fiori dai petali acuminati. Gli arbusti, tesoreggiatori della scarsa acqua e irti a difesa, mal volentieri mi lasciavano qualche grossa bacca ovale, coperta di ciuffetti di spine irritanti, ma ricca di polpa zuccherosa.

Raggiungevo anche sommità pietrose, coperte, a macchie, dalle tenaci ginestre, con i lucenti grappoli di fiorellini odorosi, ad alleviare la solitudine della roccia.

Alzavo lo sguardo al passaggio di aironi cinerini, sino al loro perdersi vero azzurrognoli lidi; o, a sera, di fenicotteri dalle ali rosse confuse al cielo cremisino.

* * *

Laggiù – come pensavo – ogni giorno alza cuspidi d’oro. Dentro l’azzurrità mediterranea, l’estivo estro, col suo ardente scalpello, euritmicamente scolpisce forme femminili nella loro plasticità bronzina, lungo il lido dove l’onda risussurra antiche leggende.

Ed eccomi, ancora, andare per strade biancheggianti, sotto la luminaria dei frutti che pendono tra il lucido fogliame degli agrumeti; dissetarmi con un’arancia succosa; seguire i filari di vigne dove inturgidiscono grappoli dai chicchi oblunghi, croccanti, dolcissimi …

Mi apparivano, alfine, gli ariosi templi, davanti ai quali gli occhi e lo spirito si levano su per le colonne logore eppur salde, sino alla trabeazione modulatamente fregiata, e oltre … assorbendo l’armoniosa e mistica tensione che essi ispirano a una purezza ideale: alla purezza febèa che, a un tempo, li avvolge e li sovrasta.

Ed anche mi sembrava di scendere lentamente le gradinate di un teatro, sulle pietre annerite, affocate dal meriggio, e covo d’assorte lucertole.

Scendevo sino ad arrivare sulla scena, dove volteggiavano candide figure di danza e intanto si scioglieva un canto corale, un iporchèma, in onore di Febo il raggiante.

* * *

Attraverso Omero studiato a scuola, ed altre letture corredate dalla riproduzione di opere d’arte, avevo assorbito il fascino della civiltà greca, o meglio quello dei suoi albori, in cui si stagliavano nerborute figure di eroi e di semidei e cresceva la pianta doviziosamente fiorita di miti.

Nel campo ingombro di macerie, di cui ho detto, costruivo con pezzi di marmo che rinvenivo, templi forbìti, ma dai colonnati spesso pericolanti.

Così in un irreale Sud sviluppavo le mie fantasie pagane, nella distesa gloria del meriggio, quando sta alto e fiero, nell’azzurro, il frontone dei templi.

Nella gran quiete che fascia il paesaggio, ecco frulli di colombe precedere Afrodìte, che viene innanzi col suo gentile corteggio e si ferma a sorridere ad ogni fonte.

Riconosciuto appena lo splendido viso che si è rispecchiato, Pegèe si alzano lucenti da un umido recesso; le seguono, lì, presso, snelle Limnadi, flessuose come giunchi e, poco oltre, Potameìdi che salgono su dalle rive di un magro fiume.

A un gruppo di Napèe, assopite all’ombra, ai margini d’un prato, sempre più distinto giunge il suono di siringhe che vibrano e di cròtali che segnano un ritmo di danza … e giù pel sentiero, esse corrono festanti; le loro vesti di fronda strepitano fresche, spandono essenze silvane.

Si intrecciano giochi su un soffice prato di smeraldo.

Le tre Càriti, con l’ineffabile sorriso che brilla di continuo sulle loro labbra, diffondono grazia e serenità; presiedono ai cori e battono il tempo con i piedi eburnei. Afrodite lega pazientemente corolle e s’inghirlanda, mentre riceve omaggi devoti.

Quando ormai è tempo che la bella si adagi su un’esile nube, che la porti a una lontana cima violacea o forse ad un opalescente antro di costa, non si stancano le ninfe di salutare, agitando fronde e ghirlande.

Poi tornano alle fonti che rispecchiano la luna, alle nicchie lungo il vetusto fiume, che nell’ombra lievissimo s’inoltra, ma non s’è ancora perso nei meandri dell’oblio.

* * *

Ed anche immaginavo di seguire un satiro, che, spinto dall’arsura, entrava dentro una selva, nella sua penombra odorosa di essenze.

Egli si dirige subito verso la fresca nudità dell’acqua che scivola tra carezzevoli cespugli.

Discende, dunque, il ciglio, e vogliosamente tenta di accoppiare l’irsuto petto alle liquide membra della ninfa, che in quell’acqua vive. Invano però vuol trattenere tra le braccia la ritrosa dea: ella sinuosamente gli sfugge sempre più avanti, sempre più avanti …

Deluso, risale sul margine, e si appoggia a un tronco vellutato di muschio; dal vimine, che gli recinge i fianchi, trae un grappolo d’uva passolina; succhia e assapora; e il piacere gli sale alle occhiaie selvagge.

Si assopisce; si addentra, nel sogno, in un’aura ardente di desideri, finché lo destano risa di Alsèidi, quelle stesse che egli aveva cinto nelle sue estuose visioni.

Mèmore, il satiro, più volte si slancia …

Ma il crocchio rapidamente si scompone e ogni ninfa si fa schermo di un tronco; diviene fuggevole e distanziato agitarsi di fronde …

Ricade il silenzio; e rimane solo lui, rustica figura, a maledire i tronchi, le latèbre e l’ambigua ombra.

Si consolerà certamente nella radura – verso cui ormai si incammina – là dove, in gran compagnia, si trinca e si danza, tenendo desta l’alta notte estiva.


Ancora ragazzo

Dalla luminosità dei miti greci, passai poi alla predilezione per le ore serali, per l’oscurità che mi dava il gusto del rimpiattarmi, del tendere agguati, dell’avventura (meglio se solitaria); mi trovavo così a caracollare, con una spada di legno alla cintola, in un vasto campo (contiguo all’altro), dove sorgevano fitti cespugli, carichi d’ombre misteriose …

Ricercai, poi, la compagnia di coetanei, con i quali formare società segrete, che però avevano vita agitata, sciogliendosi e rifondendosi, con regole di volta in volta pattuite. Ci si ritrovava dentro un’angusta soffitta semibuia, adottando un preciso rituale nelle nostre riunioni, in una atmosfera confabulatoria.

* * *

Per qualche tempo frequentai l’oratorio salesiano. Si disputavano chiassose partite al “calcio-balilla” o si attorniava calorosamente il tavolo di ping-pong in cui si esibivano i più grandi …

Non incontrai sacerdoti in cui ritrovare qualcosa di valevole per la mia formazione … Per uno di loro provai ammirazione; però fu di passaggio.

Dalla faccia grassoccia, glabra e mite, egli m’incantava, all’omelia, con la sua morbida eloquenza e con le copiose citazioni, da cui traspariva una non comune cultura.

Un altro mi appariva irrequieto (era un insonne consumatore di caffè) e sempre indaffarato. Ricordo soprattutto il suo sguardo penetrativo, indagatore, specialmente nel giorno dedicato alla confessione; sguardo con il quale sembrava volesse introdursi nell’intimo e scoprire le trasgressioni, e proprio quelle riguardanti il sesto comandamento, quali gl’impuri pensieri o qualche atto di autoerotismo. Molti ragazzi, però, nonostante le occhiatacce loro rivolte, trovavano la maniera di schivarlo.

V’era spesso anche un confessore, benemerito salesiano, ma molto anziano, sordastro, e quindi incline a parlare ad alta voce, senza avvedersene.

Poco riusciva ad intendere di quello che gli si sussurrava all’orecchio; dava generici consigli e una lieve penitenza …

Partecipavo alle funzioni in chiesa e, in particolare, alla benedizione, talora solenne.

Mi attraeva, se veniva eseguita, qualche pur breve melodia di canto gregoriano.

L’ho sempre sentita come l’eco millenaria e immateriale d’un salmodiare, a volte calmo e sobrio, a volte denso di emozione, di accoramento o di giubilo, proveniente dalle cappelle raccolte e spoglie di solitari chiostri …


Tra i libri (con un ricordo del padre)

Ho sempre prediletto i libri e la lettura.

Già dalla seconda elementare avevo acquistato un’eccellente abilità strumentale e, ricordo, venivo spesso chiamato a leggere dalla cattedra. Ma anche fuori della scuola, nell’attesa dell’inizio delle lezioni, i compagni mi invitavano a leggere con toni espressivi qualche pagina, e mi attorniavano incantati.

Negli anni difficili del dopoguerra, avevo messo insieme una decina di volumetti, per lo più tascabili di edizioni economiche e li conservavo con cura, annotando, in un apposito quadernetto, i dati di ciascuno, con una breve descrizione del contenuto.

Anche mio padre veniva incoraggiando questa mia tendenza alla lettura.

Era toscano; proveniva da famiglia operaia. Suo padre era carpentiere, ma anche uomo propenso alla conoscenza e che dimostrava un buon senso artistico, forgiando a martello il ferro.

Avevano lavorato nella costruzione di linee ferroviarie; in una scolorita foto che mi fu mostrata, una volta, da parenti, poco li distinsi dai pionieri del Far West.

Mio padre, successivamente, fu fochista nelle macchine a vapore, e nei primi anni faticò duro. Ricordava come, dopo il passaggio sotto una galleria, doveva scender giù alla svelta dalla locomotiva, a bocca spalancata, mezzo asfissiato dal vapore, dal fumo, dal calore …

Passato poi macchinista, “maestro”, viaggiò in molte regioni, anche in zone depresse del Meridione.

Fu a lungo in Emilia-Romagna, negli anni che precedettero l’avvento della dittatura fascista. Aveva preso parte attiva alle lotte sindacali.

Diveniva loquace e convincente nelle discussioni; aveva una parlata scorrevole e colorita; era immancabile lettore del giornale quotidiano.

Di idee libertarie, nutritosi di personali letture, egli manifestava tendenze anarchiche; soleva ripetere l’aforisma di Bovio: “Anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia”.

Cadde, com’era prevedibile, sotto l’occhio delle squadracce fasciste.

Subì una perquisizione in casa e non ben ricordo per quale fortunata evenienza non gli furono scoperti dei libri di Marx, ch’egli teneva … Sottoposto a minacce e perseguitato, fu poi scacciato dalle ferrovie, gettato nella miseria.

Al termine del conflitto, dopo venti sofferti anni, poté riprendere il suo lavoro. Conduceva una locomotiva da manovra nell’àmbito della stazione o lungo il vicino litorale, dove, d’inverno, il mare rugge contro la scogliera e la gelida tramontana rimorde il viso…

* * *

Mi accompagnava, di tanto in tanto, presso l’edicola dell’atrio della stazione ferroviaria ad acquistare qualche volumetto.

Andato in pensione, trascorreva molto tempo nelle osterie, sempre amante della compagnia e del dialogo (quando non raccontava replicatamente le sue personali vicende …). Lì veniva a contatto con tipi strani.

Accortosi, ormai, del mio interesse verso la poesia, mi fece conoscere un ometto mingherlino, che aveva pubblicato un libruccio di versi di ispirazione pascoliana. Era una figura delicata, dagli occhi celestini di chiarità puerile; ma gran fumatore e bevitore e infatti morrà presto per un cancro alla laringe.

Mi fece incontrare, tra gli altri, uno scapolone (che poi si accaserà), uomo, al contrario dell’altro, massiccio, con una voce stentorea (soprattutto quando aveva bevuto). Questi mi lasciò alcune opere sulle teorie di Freud, “il filosofo folle” del subcosciente e della pansessualità, che, allora, non approfondii.

Ma riguardo ai libri e alle letture, devo ricordare con gratitudine una stravagante, ma intelligente insegnante di filosofia, che, un pomeriggio, condusse me ed altri compagni, alla biblioteca comunale, introducendoci in quell’ambiente, diventato poi familiare agli studenti, ma che, allora, era per noi sconosciuto e un po’ misterioso.

Da quella volta continuai a tornarvi, durante gli anni scolastici, e ne trassi beneficio, giacché i miei componimenti di letteratura o di pedagogia erano i più ricchi di argomenti e di citazioni.

In seguito, anche un’altra professoressa, nonostante la sua fama di monotona insegnante all’antica e che, di solito, faceva uscire le lezioni da appunti incartapecoriti, ci fece condurre autonomamente una serie di ricerche di gruppo, di argomento letterario, con approfondimenti, conversazioni, relazioni, precorrendo le esperienze dell’attivismo pedagogico.


In biblioteca

Fui un assiduo frequentatore della biblioteca comunale, per quasi cinque anni, dopo aver terminato le scuole superiori.

Girovagavo per le strade con i miei pensieri e, infine, imboccavo la scenografica piazza (detta “del Papa” per la statua di Clemente XII che vi sorge), con i suoi severi palazzi aristocratici e con la scalinata che conduce alla monumentale chiesa dalla facciata neoclassica.

D’inverno la biblioteca offriva anche un luogo riscaldato dove passare alcune ore e dove potevo fare anche qualche interessante incontro.

La sala di lettura era angusta e, al pomeriggio, si riempiva spesso di studenti che venivano per le loro ricerche obbligate; al mattino c’era sempre un gruppetto di quelli che avevano marinato le lezioni.

Come si legge nelle “Notizie storiche e bibliografiche” di Palermo Giangiacomi, in Ancona, tutta dedita ai commerci, nel passato gli studi non furono mai troppo fiorenti. Lo storico locale ricorda che Papa Lambertini (il quale era già stato vescovo della città) lamentava, nel 1750, che sia il lettore di diritto canonico sia quello di diritto civile (nella scuola di leggi istituita dal Comune dentro il palazzo civico) “non avessero che pochi disgraziati scolari, essendo risoluti i nostri buoni anconitani di voler morire ignoranti …”.

* * *

Il continuo via vai,e il chiacchiericcio che qua e là affiorava, mi distraevano non poco. Talora mi facevo ardito ed andavo a sedere (considerandomi, ormai, non più studente, ma studioso …) in una saletta riservata, dove c’erano alcune pesanti seggiole nere con la spalliera alta; ma non ci trovavo molta quiete, specie quando vi capitava un tale, lettore accanito, ma bofonchiante.

Uscivo al tramonto, con le tasche piene di fogli fitti di appunti, dirigendomi, se non era proprio freddo, verso il porto, assorbendone la vaga tristezza serale.

Anche al pomeriggio, per recarmi in città avevo l’abitudine di allungare il cammino, percorrendo il lungomare, perché era un andare tranquillo, adatto al mio costume meditativo.

Il porto, nell’immediato dopoguerra, aveva un traffico limitato; il suo specchio verdastro era quasi vuoto e mi richiamava i versi che il malinconico poeta decadente Georges Rodenbach aveva rivolto a Bruges, la città cui egli si assomigliava: “ville déchue, en proie aux cloches” e che più non conosceva “les vaisseaux hasardeux”.

Ma anche un vecchio detto ironicamente presenta “Ancona dal bel porto” dove “o piove o tira vento o sona a morto”…

* * *

Tornando ai libri, devo dire che non seguivo un itinerario prefissato di studio. Percorrevo, per lo più troppo velocemente, estese regioni della letteratura; lasciandole, portavo con me molte reminiscenze, e scarsi fondamenti. Insoddisfatto, iniziavo una nuova esplorazione …

Ero alla ricerca di opere d’autori, che mi confermassero nella mia capacità intellettiva di indagare e di penetrare; che mi dessero la convinzione di appartenere ad un’eletta, benché ad altri sconosciuta, aristocrazia intellettuale, di cui andare intimamente fiero.

E tale fiducia e fierezza la manifestavo, all’uscita dalla biblioteca, anche col passo sonante e spedito sulle selci della piazza!

* * *

Negli anni adolescenti mi sono messo, dunque, con entusiasmo al séguito dei Grandi del passato (Thomas Carlyle riteneva di poter ricostruire la storia dell’umanità sulle biografie dei grandi uomini …), convinto che le loro fiaccole, ormai inestinguibili al vento delle vicende, possano illuminare il cammino che conduce alla conoscenza, alla verità.

Avevo fiducia nei geni, in coloro che credevo fossero stati in comunicazione con il soprannaturale, divenendo poi la coscienza del mondo.

Consideravo anche con quale prezzo di rinunce e di tormenti indicibili, essi si erano preparati all’incontro con il divino, per ricevere il messaggio da portare agli uomini. Pur sapendoli sofferenti e considerati infelici (i più infelici, secondo Kierkegaard), mi apparivano come coloro che, raggiunta stabilmente la città collocata sul monte (sulla quale scende la voce della verità e brilla un lume più splendente del sole [Cit. dalle Divinae Instituziones di Lattanzio]), da lassù indicavano a noi, stanchi e smarriti viandanti, affamati di certezze, l’impervio cammino per raggiungerla.

Illusioni adolescenti che diedero, per qualche tempo, slancio e vigore al mio spirito …

Gli incontri più schietti furono quelli che feci non nella realtà, ma attraverso le pagine dei libri.

Quando verso un autore provavo un’attrazione elettiva, non mi davo tregua nel ricercare altre sue opere e le notizie sulla sua vita, gli aneddoti, per rendermelo più vivo e familiare.

Riuscivo a calmare i miei interni contrasti, le insoddisfazioni, gli scontenti.

Così, ad esempio, mi accadeva con le opere del fiorentino Giovanni Papini (1881-1956); ed ancora oggi conservo i fogli ingialliti su cui avevo, con fitta grafia, riassunto tutti i capitoli del suo tempestoso capolavoro: “Un uomo finito” (1912).


L'avventuroso Giovanni Papini

Con un volontarismo teso ad alimentare una corrusca originalità, ottenuta spesso per mezzo di un intemperante sfavillìo di paradossi e di affermazioni eterodosse, sostenute però dal potere fascinatore di un linguaggio vigoroso, incisivo, caustico, ora spontaneo, naturale, ora frutto di calcolata perizia lessicale, pur sempre flessibile strumento della mente o del cuore, Papini ha affermato prepotente la sua personalità, ha avuto sempre la sua nuova parola da proferire.

Tormentato in se stesso e “tormentatore”, per quel suo continuo tendere al troppo grande e al troppo alto (come giudicava il suo amico Prezzolini), egli ha assecondato la sua ansia di avventure intellettuali, in un susseguirsi di attrattive e di repulsioni, di entusiastiche scoperte e di amari disinganni.

L’opera “Un uomo finito”, stesa come impetuoso antobiografismo, contiene la vicenda prevalentemente cerebrale dell’autore, sino ai trent’anni.

Papini confessa che sin dall’adolescenza egli voleva “sapere, sapere, saper tutto …”, e per questa brama di attingere i confini dello scibile, ci appare come un superuomo romantico e avventuroso, un ulissìde che passi, non attraverso peregrinazioni materiali, bensì spirituali, mentali, libresche.

Ma è pur vero che Papini si è sempre sottratto in tempo alla soggezione di formule dommatiche; si è risollevato da ogni disinganno e da ogni prostrazione, con spirito di poeta, mobilitando cioè le forze native del suo essere essenzialmente fantastiche e liriche; è scampato dalle frequenti e infelici scorribande nell’insidioso campo della filosofia, alla fine da lui rinnegata come “cabala affannosa di segni attorno al nulla”…

Ho provato insieme con Papini la repulsione per la quotidianità, in particolar modo di quella cittadina, per tutto ciò che ha di asfissiante, di banale, di falso, di artefatto… “La città – scrisse Papini – è tutta una casa che sa di rinchiuso… una talpaia di sassi e di mattoni sovrapposta malignamente alla deserta libertà dei campi … Anche gli alberi dei giardini hanno l’aria di essere copiati da quelli che si vedono nelle quinte dei teatri”. E quanta parte della primitiva barbarie si cela ancora nell’uomo “sotto i soprabiti del gentiluomo e le perfezioni della vita meccanica”… Perfezioni fallaci, poiché, in tale sistema, “in pratica ogni uomo è un atomo, una ruota, un numero, un gregario”.

Seguii ancora Papini nella “Storia di Cristo” (1921), giacché vi presenta il Cristo come rovesciatore paradossista, capovolgitore delle doppiezze farisaiche.

Poi sempre meno mi interessò l’agiografo, l’apologista, il dotto esegeta; il Papini divenuto “bernoccoluto padre spirituale”; colui che aderì al fascismo e si fece retorico nazionalista; o che andò a sedersi nella scranna dell’Accademia d’Italia …

Ritornavo sempre all’audace che aveva immesso nell’asfittico ambiente provinciale della cultura italiana, un irrompente soffio innovatore; che aveva preso parte a movimenti di pensiero, fondato riviste, sparso idee; allo “incendiario”, che aveva bruciato e smantellato per dar posto “alla luce delle piazze, agli alberi della riconquistata libertà, alle costruzioni future”.


Fervore intellettuale

Non sono mai stato dovizioso di parole.

In quest’epoca nostra parolaia, quante volte ho perso, per contrasto, fiducia nella parola …

Le parole veramente pregnanti, come frutti maturati dai secoli e immarcescibili, splendono tra un fogliame caduco, ma che sempre fittissimo si rinnova e quasi le occulta.

Eppure, nel tempo giovanile, in cui, preso da naturale neofilia, le scoperte nel campo letterario e filosofico mi riempivano di entusiasmo, come pure le biografie dei grandi, di commozione, sentivo impellente il bisogno di comunicare e di commisurarmi.

Ero capace di abili costruzioni dialettiche, propendendo anzi per la sottile verosimiglianza del sofisma e per l’effetto reboante del paradosso, e non per un fine malizioso o per compiacenza narcisistica, quanto per uno sfoggio ludico di padronanza raziocinativa e lessicale.

E questo amavo farlo inter pares, con uno o due amici ogni volta, che ne sapevo all’altezza.

Si iniziava passeggiando alla maniera dei peripatetici, ma presto di abbandonava il modo grave che credo fosse proprio del costume di quegli aristotelici; e, presi da una fervorosa smania, s’andava con passo concitato per le strade poco frequentate, spesso incuranti del vento o della pioggia che ci colpiva …

Quello che tuttavia mi è mancato, è stato il sodalizio, l’accolta di spiriti congeniali.

Come avrei voluto partecipare ad un’atmosfera febbrile come quella, ad esempio, che aveva preceduto la nascita e accompagnato la vita, poi, per circa un lustro, agli inizi del Novecento, della rivista fiorentina “Leonardo”, i cui giovani sostenitori volevano intensificare la propria esistenza, elevare il proprio pensiero, esaltare la propria arte!

“E là, in quella stanzaccia quasi vuota – racconta il maggiore ispiratore dell’impresa, Giovanni Papini – ogni sera c’era festa … Tutti venivano lì per due o tre ore, per vedersi, per combattersi, per raccontare, per eccitarsi … Tutto era pretesto per un’assemblea … Altri giovani accorrevano, impazienti e timorosi …”.

Nella mia giovinezza il clima letterario, in provincia, era stagnante.

Furono di breve durata le iniziative culturali promosse in città da Giorgio Umani, sottile avvocato, umanista e poeta, già collaboratore de “L’Eroica” di Ettore Cozzani.

Potei così ascoltare alcune forbite dissertazioni; vi furono, invero, anche conferenze soporifere, che mi fecero abbandonare prima della conclusione, la sala della Loggia dei Mercanti.

Vennero invitati, tra gli altri, il poeta Lionello Fiumi (che presentò – ricordo – il suo lussureggiante ed esotico poema “Immagini delle Antille”); i critici Guido Manacorda, raffinato esegeta; Carlo Bo, espositore concettoso, pacato e misurato; Eugenio Donadoni, che trattò del Pascoli e ne recitò con trasporto l’ode “La picozza”.

Venne anche il fiorentino Piero Bargellini, profondo conoscitore della sua “Città di Pittori”; lo accompagnava lo xilografo Bruno da Osimo, di complessione bassa e pienotta, giottesca.

Vedevo assidui in biblioteca due o tre studiosi, intenti a compulsare.

Uno di essi era il maggior storico delle vicende della città di Ancona, il canonico Natalucci, dalla nera mole ansimante. Aveva, invece, una figura asciutta e nervosa il direttore, sempre indaffarato e sfuggente tra le scansie.

Non certo come l’ometto addetto alla distribuzione, già tardo usciere presso gli uffici comunali; egli sarebbe rimasto volentieri al suo tavolino a sonnecchiare, quando gli si presentava la richiesta d’un libro.


Inquietudine

Per più giorni un denso torpore possedeva le mie membra; una stanchezza assopente mi adagiava nella notte dell’inconscio. Il mio cuore, simile a una rigida corda, vibrava a ogni rumore, a ogni voce, con un brivido subitàneo, con un senso d’inesplicabile paura … Il mio animo era vacuus et inanis, senza più un ideale, senza speranza …

“Oggi sono pesante – scriveva F. Kafka, in una delle sue “Lettere a Milena” – il nulla mi ha già colpito col suo soffio.”

Alienato dal mondo e dalla speranza, dentro il labirinto dell’angoscia, dietro un muro di solitudine, invalicabile per la comunicazione; portato a scavare in questo o in quell’organo per farvi defluire una parte dell’enorme tensione psichica …

Ma in Kafka c’è stata quasi la smania di annichilirsi, di rintanarsi in un complesso di inferiorità.

La poesia quasi sempre mi ha riscattato, mi ha dato ore di furore appagante, di esaltazione, di sublimazione, di alterezza …

* * *

Ero estremamente inquieto; un cenestopàtico, come diceva un medico.

Tra i miei appunti di quegli anni della prima giovinezza trovo scritto: “Ho paura: il cuore batte troppo forte; la vita brucia troppo presto in me … Son sempre prigioniero dell’inquietudine; non ho un momento di fiducioso abbandono … “ E altrove: “Ho vissuto enormemente …”

Momenti di calma li trascorrevo accanto a mia madre.

Era di un sentire delicato, a volte, come ho detto, un po’ malinconico, pur dimostrando, lei, all’occorrenza, una sua pronta determinatezza.

La sua istruzione, per cause inerenti l’ambiente, si era fermata presto, ma possedeva una nativa disposizione verso il bello e il raffinato.

Sempre curata nella persona e nel vestire, se ne rimaneva a lungo davanti allo specchio ad arricciarsi con il calamistro i bruni capelli. Si compiaceva spesso di ricordare la sua bellezza giovanile; e narrava di un rinomato fotografo del corso, che l’aveva ritratta e, come omaggio alla sua avvenenza, aveva tenuto la foto ingrandita, a lungo esposta.

Aveva facilità di imparare canzoni e romanze d’opera, che spesso ripeteva; e bene intendeva la poesia. Le leggevo, tra l’altro, gl’idilli e i pensieri leopardiani, come pure passi della “Commedia”, e specialmente i versi del canto quindicesimo del “Paradiso” quelli che cominciano con “Fiorenza dentro de la cerchia antica …”

E anche lei rievocava la vita pacata e sobria del tempo della fanciullezza …

Ma come fu presto sconvolto, quello scorrere sereno, dai fatti del Novecento turbinoso …

E di questi mi faceva raccontare anche dalla sua mamma, quando si trovava, talvolta, presso di noi. Mia nonna era avanti negli anni, ma ancora ben messa nella sua complessione derivata da un saldo ceppo.

Aveva gestito per anni un caffè nei pressi della stazione ferroviaria ché, ad un certo momento, tutto il peso era ricaduto sulle sue spalle, essendo stato costretto il marito, ancora giovane, in una sedia a rotelle, a causa di una paralisi alle gambe.

E nel caffè avevano, come è intuibile, la loro risonanza tutti i fermenti sociali e gli avvenimenti storici di un’epoca che ne fu tragicamente ricca.

E così mi diceva delle continue trepidanze di quando, nella seconda settimana del giugno 1914, scoppiò la famosa Settimana Rossa, a lungo preparata dai repubblicani, dai sindacalisti rivoluzionari e dagli anarchici (e tra loro, sempre inafferrabile, ma tenacemente attivo, Errico Malatesta); e, ancora, degli scontri con i carabinieri, e della repressione che ne seguì …

Mi diceva delle accese discussioni tra interventisti e neutralisti fino al maggio del ’15; del tormentato dopoguerra con le agitazioni, gli scioperi proletari, le guardie regie, finché si giunse all’agosto del 1922, quando la città cadde sotto il controllo delle camicie nere, che si compiacevano di aver conquistato, in un batter d’occhio, Ancona, che aveva fama di “rossa e sovversiva”.

I fascisti fecero presto chiudere il caffè, ritenendolo ancora ritrovo di loro avversari.

Ascoltavo con avidità un tal raccontare, in cui la nonna intramezzava anche parole dialettali o disusate, ma che a me riuscivano nuove e saporite.

Le sue visite mi erano sempre gradite. Mettevo cura nella preparazione delle tre tazze di tè, che poi sorbivamo.

Nonostante le bufere sopportate, vedevo la cara vecchia come un albero resistente nelle sue radici avìte.

Vestiva sempre di nero.

Le ho serbato affetto; e anche lei ne aveva per me.

Una volta – ricordo – sapendomi ammalato, volle venire a farmi visita.

Abitava, insieme con altri parenti, all’altro capo della città e, per la sua inesperienza riguardo ai mezzi di trasporto pubblico, aveva fatto qualche chilometro a piedi (e li aveva ingrossati e duri per non so quale affezione) per raggiungere la nostra abitazione che era, come ho detto, in quel grande caseggiato denominato “dei ferrovieri”.

* * *

Tranne queste brevi soste, ho vagato lungo il dubbioso confine tra sanità e precarietà infermiccia, tra fulmìnei fervori e prolungate melanconìe.


Passeggiata serale

Torno spesso a ripetere il percorso a me consueto in giorni lontani …

Questo è un pomeriggio domenicale; già torbido e chiuso, sta scivolando quasi insensibilmente nella sera che adagia striature cenericce all’orizzonte.

Il mare ristagna con verdognola pesantezza oleosa tra i moli anneriti.

Riposano malinconicamente vecchi barconi, con le carene stinte dalla salsedine. Un mercantile ha le fiancate rossigne, imbrattate di ruggine; fumeggia, come impaziente della partenza.

Nelle adiacenze del porto, in una piazzetta chiusa tra palazzi severi, passano ragazzi, come stormo portato da un soffio d’arguta allegrezza.

Da una vetrina, che s’apre proiettando luce smorzata, ecco uscire un vocìo oscillante, misto a fiati vinosi, e uno scambio rauco di saluti.

In due, un po’ alticci, storpiando una canzone, se ne vanno; e li accompagna un greve stropiccìo sul selciato.

D’improvviso si stampa un rettangolo luminoso su una facciata e in esso sfarfalla una figura femminile; scende dalla stanza che s’è rivelata, un fine, intimo profumo.

Nel silenzio, a uno scoppio di risa, segue una corsetta morbida.

Una donna entra in un portone, e subito si riaffaccia leziosa e ammiccante … Dopo che un giovane l’ha raggiunta, il portone si serra.

E tutti i portoni sono ormai chiusi.

Un androne introduce in un cortiletto fiocamente illuminato.

Dagli angoli verdecupi del porto, la foschia va ad insinuarsi dentro le viuzze, deponendovi un sentore di salsùggine.

Sul lungomare fascia i lampioni, che sospendono una fila di tonde lune giallognole.

* * *

Si alza massiccia la mole della vecchia porta d’accesso alla città, monumentale simbolo del potere pontificio.

Prima che fosse aperta l’ampia strada accanto, si passava sotto l’arco; e bisognava appiattirsi contro il muro se capitava che arrivasse contemporaneamente il tram sferragliando sulle rotaie.

Appena adolescente, pur andando con passo spedito, secondo la mia abitudine, sentivo, talvolta, provenire da una delle poche finestre che s’aprono lì sotto, musica e voci femminili.

Volgendo un po’ su lo sguardo, quasi furtivamente, vedevo una o due giovani affacciate; a me sembravano, così di sfuggita, splendide, ma erano di certo soltanto imbellettate con cura, le ospiti della casa di tolleranza.

* * *

Stavo leggendo, in quel periodo, “I racconti di Pietroburgo”, i quali contengono gli elementi romantici che si ritrovano nell’intera opera di Nikolaj Gogol.

Di tali racconti mi aveva impressionato, in particolare, quello intitolato “La Prospettiva”. È questo il nome dell’elegante ed animato corso di Pietroburgo, da cui prende l’avvìo, una sera, la vicenda di Piskarev, un giovane pittore timido, schivo, sognatore.

Questi s’invaghisce, a prima vista, di una incantevole giovinetta (una vera Bianca del Perugino … ai suoi occhi) che vede passare; spinto anche dall’amico col quale passeggia, prende a seguirla … Incapace com’è di turpi pensieri, vorrebbe poter soltanto scoprire la dimora che accoglie quella deliziosa creatura, che gli è sembrata discendere sulla Prospettiva direttamente dal cielo.

È sempre sui passi della giovane, anche perché, a un certo momento, gli sembra che, voltatasi fugacemente, lei lo incoraggi con un sorriso …

Il nostro artista si trova nella condizione (per dirla con le parole dello stesso Gogol) di “un vergine garzone che senta in sé indeterminata una spirituale sete d’amore”. Egli fantastica già di mettersi al servizio della dama con cavalleresco zelo.

Eccolo salire, tutto d’un fiato, le scale, sino al quarto piano d’un palazzo.

Si ritrova dentro una stanza; lì, però, da segni strani, indubbi, comprende di essere capitato in una casa di piacere. La bella è davanti a lui, e gli sorride; ma, quella che aveva ritenuto un angelo, non sa dirgli che parole sciocche e volgari. Confuso e smarrito, fugge via …

Tornato a casa, dopo essere rimasto a lungo in agitazione, quasi senza accorgersi, si assopisce. Rivede la fanciulla, che è un’elegante dama, che lo ha invitato a una suntuosa festa. Ma i contatti con lei non sono mai duraturi, tra la folla degl’invitati. Alfine la cerca in una fuga di saloni, finché non si sveglia bruscamente e si ritrova nella sua modesta cameretta.

Il pittore non attende che di potersi riaddormentare per rivedere la sua amata; le visioni del sogno divengono la sua vita.

Ma i sogni si fanno sempre più brevi ed insignificanti; egli, allora, si procura dell’oppio, per rivedere quando vuole la sua bella e starle accanto.

Si riduce presto in uno stato fisico e mentale miserevole.

Nell’ultimo sogno che fa, lei si trova nel suo studio ed è già sua moglie affettuosa.

Alfine Piskarev prende la decisione di recarsi dalla giovane.

Eccolo davanti a lei. Con calde parole la esorta a cambiare vita, ad andare a vivere con lui, seppur modestamente … Ma, vedendola ancora mezzo assonnata dopo una notte di sollazzi e di ubriacatura, e per nulla disposta a sentir parlare di vita domestica, l’infelice, con la mente sconvolta, anche questa volta fugge via.

Va errando a lungo, ormai fuori si sé … Alfine, serratosi in casa, si taglia la gola con un rasoio, maldestramente, tanto da soffrire molto prima di spirare.


Caste immagini

Scioltomi dalle smanie delle torbide veglie pùberi, ecco venirmi incontro una visione malinconicamente tranquilla.

La fanciulla sognata incede passo passo lungo un sentiero fiancheggiato da una duplice fila di cipressi verdecupi, la cui cima è soffusa dal pallore dell’alba.

Indossa una tunica candida; le cinge la fronte un serto d’umili fiori.

Il suo sorriso dapprima nasconde segretezze di enimmi; ma, a poco a poco, diviene limpido, al giorno che si schiara.

Eccoci assisi sopra una rozza pietra, a intrattenerci con il linguaggio intimo del silenzio, che dal cuore e dagli occhi di lei si diparte e raggiunge i miei occhi e il mio cuore, sino a farmene partecipe, sino ad uno scambio rasserenante.

La tunica rende come inviolabile il suo corpo simile a quello di una vergine consacrata a una deità superiore; e soltanto la sue mani, esili e quasi senza consistenza, come quelle di una mistica, oso sfiorare con una carezza riconoscente.


Bellezza

Ho incontrato, dunque, molte cadute da cui raddrizzarmi; torpori da cui rinvenire; convalescenze da riportare a risanamento; squilibri da riassestare; diminuzioni da colmare; arsioni da refrigerare; ma mi sono sempre accostato, fidando, alle immagini della bellezza, ricevendone grate emozioni, e ristoro, rimedio e riparazione alle disarmonie, alle storture e ai tralignamenti dentro e fuori di me.

Così ho sentito idealmente vicini, per lungo tempo, i poeti del colto sodalizio degli stilnovisti, che erano ricchi di una “gentilezza” derivata loro, non da lignaggio, ma da una raggiunta nobiltà interiore.

La primavera della poesia italiana, annunciata dall’albeggiante diana; fiorita di gigli e di rose; tutta oro, argento e azzurro soffusi attorno all’eterno femminino, mi è stata incantevole ricetto.

Oh, l’attesa dell’ineffabile rivelarsi d’una giovane candida, dentro un’aria incantata, col suo “viso di neve colorato in grana”!

E il fantasticare e il meditare nel silenzio dell’anima, “là dove insegna Amor sottile e piano”…

Così ho ricercato, uscendo dalla inquietudine dissipatrice, la bellezza unificante d’un paesaggio: di quello con le morbide sembianze dei colli; con le lievi nubi, simili a pensieri vanescenti o a fantasie dorate; con il moderato alitare, che fa ondeggiare e inargenta la veste erbosa dei prati.


Un'estate

Quell’estate con la ragazza si protrasse intensamente. Eppure all’inizio eravamo presi, entrambi, da una specie di trepidazione nell’avvicinarci alle soglie dell’amore, sino ad allora pressoché ignote. Si alternavano in noi slanci e repentini arretramenti.

Così, quasi in fuga, o alla ricerca d’un qualcosa non ben definito, s’andava, talvolta, per strade solitarie; e intanto tenevamo accesi contrasti di parole; temevamo la sosta risolutrice e rivelatrice.

Altre volte, tenendo le mani intrecciate anche con forza, ci avvicinavamo a ci allontanavamo dai corpi, pur accesi dai sensi. Alla fine avveniva un pallido ripiegamento, come di steli dopo un caldo meriggio.

Ci recammo sulla riva del mare in belle mattine.

Per un istintivo senso di pudore e di difesa, lei andò subito ad adagiarsi in disparte, sopra un ammasso di ruvidi scogli, ma rimanendo ben nitida nella luminosità dell’aria. Tuttavia il sorriso che pian piano le vivificava le labbra, la rivelava fiduciosa verso di me che la raggiungevo.

In quelle mattine, l’amore, alfine, s’intratteneva con noi, insegnandoci i suoi segreti e i suoi gesti, mentre piccole onde rilucenti e mormoranti salivano appena a lambirci.

Ma una mattina in cui i suoi occhi erano quasi velati dai capelli scompigliati dalla brezza, mi accorsi del perenne mistero che è insito nell’essere femminile, che è lo stesso mistero della natura, delle nubi e delle onde.


Ansia della vetta

Ho detto già come era pronta e feconda, in me, l’immaginazione adolescente a trasportarmi in luoghi e situazioni diverse … In particolare la vetta montana è rimasta nella mente, a lungo, simbolo di purificazione e di trasfigurazione, più volte conquistata ed altrettante perduta …

E mi rivedo, dopo una salita aspra ma fiduciosa, sulla roccia levigata dal vento, fisso a scoprire il primo tremolare della luce, e poi il suo accendersi pieno; il suo insinuarsi tra i vapori, e fenderli sopra la selva al risveglio.

Sono inastato fulgidamente dentro un fascio di raggi che prorompe; e mi sento vigoroso, con l’ampia fronte arrisa dalla giovinezza, pronto ad esaltare la mia liberazione, confondendo il canto poetico con quello mattutino della natura, convinto di poter decifrare il verbo del volume arcano …

Ma un temporale subitàneo sfodera lame di folgori, che mi respingono sino a farmi scendere, nella fuga, in una forra cupa e poi in una valle selvaggia, dove vago per più giorni.

Sembra che ogni cespuglio occulti un’insidia; ombre di presenze misteriose ingigantiscono, ostili verso i miei passi incerti.

E sono solo con me stesso: niente è più saldo in me, unitario, deciso, ardente; sono diviso anche da me stesso.

Ma la volontà si riprende e a poco a poco ricompone la struttura del mio essere. Il miele di castagno, che un sereno apicoltore, incontrato lungo il cammino, mi ha donato, mi infonde nuova forza.

Da lungi odo un gaio gorgoglìo tra una verdura densa: accostatomi, mi inginocchio: l’acqua ha, o mi sembra, a causa del fresco piacimento che mi procura, un ricco sapore: sa dei succhi della terra, ché è corsa per vene segrete prima di giungere alle mie labbra aride.

Distendo il corpo sopra un crepitante giaciglio di foglie. Su di me ora s’incurva un’umida cupola di rami, con crepe azzurrognole qua e là, da cui pendono veli pallidi di luce, che attirano sciami di insetti minuti. Sto distinguendo gli svariati versi d’uccelli; alcuni monotonamente insistenti, altri improvvisi e fugaci; seguo le evoluzioni rapide e rapaci di una libellula sopra una chiazza verdastra…

Sono tentato di adagiarmi un po’ più a lungo nella sosta tranquilla … Ma l’ansia della vetta era ed è rimasta in me: percorre l’animo e le membra con un trèmito assiduo …


In montagna

Riguardo alla montagna, posso ricordare la mia giovanile esperienza, giacché, dopo aver aspirato, nella mia storia interiore a cime ideali, verso la fine degli anni Cinquanta, quale insegnante elementare di prima nomina, accettai di raggiungere anche una sede disagiata.

Conobbi così realmente (nello spazio di tre anni scolastici) la zona di montagna, con la sua suggestione fisica e spirituale, ma anche con le difficoltà materiali, la penuria, l’arido isolamento, in un angolo delle Marche invero selvaggio e aspro e forte, comprendente la Gola di Frasassi.

Era, ancora, un territorio pressoché ignorato; lo conoscevano soltanto alcuni pescatori di trote nelle acque pulite del fiume Sentino [Successivamente, l’apertura delle Grotte di Frasassi al pubblico, dal 1974 apporterà una notevole animazione nella zona, con l’afflusso dei visitatori; e quelle modifiche all’ambiente che tale transito comporta.].

La gola si allunga per circa tre chilometri tra pareti di roccia che si elevano con terrazzamenti sovrapposti, qua nudi e là coperti di vegetazione, che vi si abbarbica con il leccio, il viburno, il lauro selvatico e con numerosi cespugli perenni, densi, pendenti dalle rupi con piccoli fiori bianchicci o, altri, con foglie coriacee dal margine bianco, a causa dell’incrostazione dei carbonati di calcio.

Nel folto hanno la tana la volpe e il gatto selvatico o si sospende ai rami lo scoiattolo o sonnecchia il tasso; tra le rocce nidifica la poiana, che si stacca da un ramo, dove rimane a lungo pigramente, osservando, e disegna le larghe ruote del suo lento volo.

Predomina la roccia calcarea, che le piogge dilavanti corrodono, imprimendovi rughe e fessure; l’acqua penetra così nelle tenebrose viscere, con un diuturno lavorìo che dura da millenni.

Si contano sulle pareti del monte Ginguno una cinquantina di ingressi che introducono in cavità naturali.

Nel loro interno si levano le stalagmiti come bianchi obelischi o colonne cerulee o esili candele; ma anche come compatto e minaccioso gruppo di giganti.

Il gocciolìo che scende dal soffitto arcuato, sospende delicate frange arabescate o ricade in laghetti e si cristallizza in forma di ninfee…

Altri innumerevoli prodigi plastici ha prodotto – e produce – la fantasia di un misterioso demiurgo nella sua paziente azione modellatrice della duttile materia calcarea.

* * *

Sono passato un gran numero di volte davanti all’enorme caverna esterna, che gli sparuti eremiti dell’Alto Medioevo, che vi avevano trovato rifugio, chiamavano “bucca saxorum”.

Nel suo interno, l’uomo preistorico aveva acceso il fuoco; aveva usato utensili d’osso; dopo le glaciazioni, col fuoco di legna di quercia aveva arrostito carni di capriolo e di cervo uccisi con l’amigdale; aveva iniziato il culto dei morti, seppellendo i cadaveri.

Inoltratisi da questa “bocca fra i sassi”, gli speleologi scoprirono, per prima, quella che fu chiamata la Sala delle Nottole, a causa delle migliaia di pipistrelli appesi alla volta.

Essi talora scompaiono tutti insieme, formando come un enorme fantasma nero, assorbito da cavità più profonde.

* * *

Arrivavo, ogni lunedì mattina, alla stazioncina ferroviaria di G. ed era ad attendermi, con la sua grossa auto nera, Pompeo, che svolgeva il servizio di tassista in quella zona, che rimaneva fuori dalle linee delle corriere.

Doveva condurmi su un’altura, in un villaggio isolato, in cui era la scuoletta assegnatami; e il suo era un continuo lamento per i pneumatici che – come affermava – si logoravano rapidamente a causa del pessimo stato della strada, su cui cadevano, per di più, per lunghi tratti, dalla roccia scheggiosa delle alte pareti laterali, aguzze scaglie.

Pompeo, come per far onore al sonante nome, era un tipo alto e robusto, ancora abbastanza giovane. L’espressione della sua faccia grassa era un poco appannata, pare da quando aveva subìto un serio incidente.

Mentre percorreva una strada poco frequentata, a bordo della sua moto (che usava nel tempo libero), le ruote erano slittate a causa del ghiaccio.

Sbalzato giù, il poveretto era rimasto, per parecchio tempo, con una brutta ferita al capo, finché per caso non fu soccorso. Per fortuna l’aria rigida gli aveva moderato l’emorragia.

Ma era anche sornione di natura.

A volte egli lasciava trasparire una sensata conoscenza di uomini; era anche al corrente, a causa del suo lavoro, di molti segreti, ma sapeva custodirli: ascoltava, osservava, ed era scarso di parole.

* * *

Le rupi, rivestite di cespugli, mostravano, in autunno, un fasto purpureo, che si sarebbe presto mutato in squallore, per lunghi mesi.

Si procedeva spesso tra una fitta nebbia, nel silenzio.

In tempi passati ne sarebbero sbucati fuori, di certo, torvi malandrini.

Si avvertiva soltanto il travagliato corso dell’acqua nel suo letto pietroso.

Usciti dalla gola, altra nebbia colmava le vallicelle; erano talvolta, illuminati dal sole i pochi villaggi, ognuno dei quali sta aggrappato a un cocuzzolo, con le casette serrate le une alle altre, come quelle che si mettono nel presepio, sopra le montagnette fatte di cartapesta verdastra.


Nei villaggi

Nel villaggio trovai alloggio presso una vedova, che viveva da sola.

Vestita di nero, secondo il costume femmineo del luogo, aveva il volto asciutto, aggrinzato come un’annosa corteccia; pur di corporatura scarna, si mostrava ancora assai resistente.

Rabbiosamente legata alla terra, passò – ricordo – molte giornate, pur esposta ad un vento impetuoso, a menar colpi di piccone sulla dura pendìce, per scavare un lungo fossato da piantarvi viti.

Mi aveva sistemato – non v’era di meglio – in una stanzetta con il pavimento di mattoni, per lo più sconnessi, che, dalle fessure, lasciavano intravedere il sottostante magazzino e pollaio.

Le travi del soffitto erano inclinate quasi fin sopra il letto.

Questo era formato da un saccone riempito con cartocci di granturco.

Si sentiva distinto il tamburellare o il picchiolare della pioggia sulle tegole.

Nei pomeriggi pesanti di monotonia, quando il tempo lo permetteva, facevo una camminata, fermandomi ad osservare i lavori in qualche campo e scambiando magari due parole.

Provavo sempre un’impressione penosa a passare lungo una siepe fitta, oltre la quale, spesso, appena distinguevo un povero ragazzo, che indossava un camiciotto di tela grossa, cinerina; aveva la testa rapata; faceva gesti sgangherati e mugolava: un frenastenico che vegetava in quel casolare isolato, in uno stato semiselvatico.

Tra le poche confessioni che l’autista mi aveva fatto, c’era quella di dover correre spesso per portare qualche sofferente all’ospedale psichiatrico provinciale (in quegli anni, operante).

La noia e la solitudine potevano diventare temibili nemici della mente, opprimendola con la tetraggine, la depressione, le fissazioni …

Mi recavo talora dal ciabattino. Egli, tempo addietro, avrebbe voluto lasciare, insieme con la moglie e i suoi due bambini, il villaggio; ed era stato in trattative per un portierato nella capitale,ma lo avevano truffato, mangiandogli anche la somma versata per agevolare l’affare.

Era un uomo mite e non molto loquace. Aveva affittato una stanza alla maestra dello scorso anno e, soltanto perché ne era rimasto impressionato, non si schermiva dal raccontarmi di quella giovane dall’umore variabile, la quale, da pigra, infreddolita, imbronciata, poteva farsi allegra, tanto da perdere garbo e grazia, sparlando disinvoltamente e non senza qualche sboccataggine.

A far scuola la sentivano da lontano, giacché si arrabbiava e si sgolava …

Gli alunni potevano essere certamente duri di comprendonio, ma lei dava anche sfogo ad un’interna turgidezza che la teneva inquieta.

Aveva un fidanzato timido, indeciso verso il gran passo, e gli anni stavano per valicare la trentina …

La maestra aveva cominciato a sorridere e a scherzare con il giovanotto (era della sua stessa cittadina) che veniva con il furgone a rifornire il negozio.

E nei pomeriggi in cui arrivava, lo accoglieva nella scuola (il piccolo edificio era situato in una posizione alquanto discosta dalle case) ed abbassava discretamente le serrande alle finestre.

* * *

Il negozietto, di cui dicevo, si trovava in un piccolo spiazzo, in un locale minuscolo; ed anche la proprietaria era una ragazza mingherlina, affabile e attiva. Vendeva generi alimentari, sale e tabacchi, ma anche i più svariati e minuti oggetti di merceria (come un ago per cucire o da calza …) che le venivano richiesti; ed era abilissima a ritrovarli in quel ristretto e all’apparenza disordinato emporio.

Vi venivano a far acquisti le contadine dell’ampia zona circostante.

Nel localino era stata sistemata persino la cabina del telefono pubblico.

* * *

Nel successivo anno scolastico chiesi il trasferimento in un altro villaggio.

La strada per giungervi presentava un voltare continuo, con le sue numerose curve fiancheggiate da una parete di roccia rossastra, con stratificazioni convesse, a testimonianza di un poderoso travaglio geologico.

Alfine, il primo giorno che vi arrivai, la grossa auto dell’impassibile Pompeo si fermò, in alto, presso una rustica fontana.

L’edificio scolastico, piccolo, ma di costruzione abbastanza recente, era lì vicino; un sentiero non troppo lungo conduceva alle vecchie case.

Non c’era nessuno. Per fortuna, l’occhio mi andò a posarsi, nei campetti vicini, su alcuni ulivi; pur magri e sofferenti, mi parvero sereni e un poco mi rasserenarono.

Mi trovavo, rispetto al luogo precedente, alquanto più vicino alla stazione ferroviaria; ma la strada era sempre proibitiva e qui non c’era nemmeno un negozietto; il che mi costringeva a portare le provviste (per lo più a base di scatolame) per l’intera settimana.

Le prime volte, avendo riposto i cibi dentro una rustica credenza, più non li ritrovavo, divorati da numerosi topini …

Nei giorni successivi mi avvidi che le case, le quali presentavano muri massicci di pietra grigiastra, per la maggior parte erano ormai disabitate, con i portoni consunti e scoloriti e i picchiotti arrugginiti; con le imposte qui serrate, là cadenti.

Alcuni locali del pianterreno contenevano fieno; in altri giacevano attrezzi disusati e rugginosi; gli attigui orticelli, da lungo tempo incolti, s’erano colmati di erbacce e di sterpi.

L’origine del villaggio – come di altri della zona – risaliva evidentemente a tempi lontani, in cui gruppi di valligiani erano fuggiti da siti malarici e percorsi da predoni, e si erano rifugiati lassù. Essi erano saliti fino a che non sentirono gorgogliare l’acqua sorgiva e non scoprirono sicuri pascoli, circondati da macchioni ricchi di legna, nonché cave di pietra.

La sommità dei rilievi si presentò, inoltre, arrotondata, coltivabile.

Le famiglie rimaste erano pochissime (e soltanto cinque erano gli alunni), con diversi anziani; s’aggiravano anche uno storpio e un muto; un paralitico veniva spesso posto sulla sedia, fuori della porta del suo tugurio.

Nelle mie passeggiate pomeridiane raggiungevo uno spianato invaso da fitti pruni e con su ritta una croce di ferro corroso.

Potevo distendere lo sguardo su un’estesa ondulazione di alture, sino al recinto di monti più alti, dalla cima tondeggiante e verdigna. Lassù, addensamenti di vapore scendono – o risalgono – gli aspri declivi e, deformandosi come fantasmi, appannano le finestrucole di qualche rozzo casolare. Provocano rannuvolate improvvise, fra cui compare anche qualche uccello rapace; e le massaie si chiamano dalle aie con alte grida e mettono al riparo il pollame che si era allontanato.

Trovavo spesso, in quel luogo, una vecchia, con un nero fazzoletto in testa, che le adombrava il viso gramo ed adusto.

Un giorno, parlando raccolta, come a se stessa, disse che lì c’era il vecchio cimitero ed aggiunse (con un sorriso appena percepibile) che la gente di prima era più numerosa e sana.

C’erano viti e ulivi, un tempo, e non mancavano buon vino e olio saporito; ogni raccolto era accompagnato da liete radunanze rusticane.

Gli orticelli erano ben curati e rigogliosi.

Ma i giovani sentirono la mancanza di un lavoro remunerativo.

I più intraprendenti, già negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale, cominciarono a migrare; e non fu una facile esperienza.

Molti di loro, che avevano trascorso la fanciullezza nella solitudine ventosa, furono costretti, per lungo tempo, a scendere nel buio delle miniere all’estero.

Poi intere famiglie, attratte dall’urbanesimo, se ne andarono, senza far più ritorno.

Divenuto costante, a causa della prolungata incuria, il dilavamento, anno dopo anno, aveva trascinato via dai campetti lo strato, non spesso, di terriccio fertile: ed eccoli diventati pressoché scabri.

La vecchia, grinzosa custode di memorie, tornò silenziosa; sostava lì come rassegnato stecco, uno dei tanti della vegetazione rattristita.

Si levava, un po’ più lontano, qualche belato, insieme con la canzone gridata da chi voleva scuotere da sé la noia che lo aggravava.


Marta

Nei lenti pomeriggi d’inverno, con le straducole impantanate e con le raffiche di tramontana lì ad assalirti appena voltato un angolo, andavo a trascorrere, presso qualche famiglia, un po’ di tempo, ristorato dalla fiamma del focolare. Ma rimanevo da solo, ché le donne e gli uomini avevano sempre qualche faccenda da sbrigare all’esterno.

Venivo talvolta invitato da Marta, la quale aveva, diversamente dagli altri, una abitazione moderna, ma un po’ discosta, in posizione eminente. Con quelli del “piano” (che però disponevano della fonte vicina) era in litigio, anche per futilità.

Marta si concedeva lunghe pause di riposo; sembrava in attesa di poter scambiare quattro chiacchiere davanti al fuoco ed anche ad una tazzina di caffè, che lei preparava con cura.

Rimaneva da sola per lunghi periodi, in inverno, poiché il marito stava presso una figlia, in una valle vicina, dove possedeva altri campetti.

Interrompevano così i lunghi litigi.

Marta teneva una bella fiamma accesa nel capace focolare.

Ed infatti la trovavo, sovente, china a rattizzare il fuoco.

Quando dalla cappa del camino, a tratti, una folata spingeva fuori uno sbuffo di fumo, la donna scuoteva il capo, dichiarando: – Il tempo ha del cattivo!

Se ne stava seduta con il grembiale colmo di lana, che lei scardazzava con meticolosa lentezza e, così ricciuta e candida, riponeva in un canestro.

Indossava di solito una veste di velluto di color celestino, in più punti completamente sbiadito.

Il volto di Marta era scuro; andava prematuramente invecchiando, ma mostrava gli occhiuzzi ancora vivaci, astuti.

A marzo, appena le giornate lo permettevano (così raccontava) si armava di roncola, si inoltrava tra le macchie, passando le giornate a tagliar arbusti, a legar fascine, perché d’inverno voleva sentirsi consolare dalla fiamma.

Pensava con tristezza a quando non avrebbe avuto più la forza per salire i ripidi sentieri del monte …

Le fascine erano la sua ricchezza: le vendeva, in parte, e con il denaro che ne ricavava, anno per anno, forniva la casa di qualche comodità. Un giorno la trovai, ad esempio, ad accarezzare con le mani cretacee, raspose, perché piene di cicatrici, un’ampia coperta di lana: sorrideva a quella colorita morbidezza!

Il marito non aveva la sua sensibilità; si affaticava perché avido di accumulare quattrini, per quanto già ne avesse; rozzo e primitivo qual era, non ne sapeva usare con sagacità.

Marta spesso ricordava di quando, il più delle sere, al tempo dei grossi lavori, egli si era coricato sfinito nella mangiatoia, accanto alle mucche, e lei era corsa ad aprire la porta della stalla, appena in tempo, prima che fosse asfissiato a causa del caldo e malsano lezzo del letame.

Marta tendeva, di anno in anno, a sottrarsi al lavoro.

Aveva dolori, e soprattutto ansie e paure.

Quando pioveva, stava in apprensione per alcuni suoi parenti che avevano la casa vicino ad un fiume, che avrebbe potuto straripare…

Di notte non dormiva al sentire il vento strepitare tra i rami o battere ai vetri. Aveva paura del vento. Si lamentava del dottore, che le aveva detto scherzosamente: – Adesso Marta non ha più niente a cui pensare e pensa al vento!

Marta, invece, aveva bene i suoi pensieri e li ruminava di continuo, tormentosamente.

Erano soprattutto per la figliola minore, Albina, che le aveva procurato non pochi crucci.

* * *

Tra loro due non era mai corso buon sangue.

È che alla povera ragazza, sciancata sin dalla nascita, l’imperfezione, col crescere dell’età, era divenuta sempre più affliggente.

“Capirà, a quei tempi stavamo quassù remoti – si giustificava Marta – senza conoscere niente … Mio marito non mi lasciava un soldo; quando portai mia figlia da uno specialista, in città, era troppo tardi.”

Così Albina, sia per la particolare indole (era di viso e di animo chiusi; spesso non diceva parola per giornate intere) sia perché riteneva la madre, in qualche modo, responsabile del suo stato, aveva sempre nutrito nei confronti di lei un senso di distacco e, in determinati periodi, un’avversione sorda.

Aveva imparato a cucire e se ne stava tutto il giorno china su sottane e camicie, che confezionava per le contadine dei dintorni.

E intanto nascondeva gelosamente i denari che guadagnava, lasciando supporre strani progetti.

Eludeva la curiosità della madre, che cercava di aprirsi un varco in quella dura ostilità, e che aveva pensato di poter legare a sé, che le fosse di compagnia nella sua deserta vecchiaia, questa figlia, dopo che le altre si erano maritate.

E per questo Marta, tante volte, aveva difeso la pigrizia della ragazza nei confronti del padre, che, quando il campo attendeva con i suoi lavori, sembrava avesse la febbre addosso e non voleva vedere braccia inoperose intorno.

Il segreto di Albina era proprio quello di abbandonare la casa, di vivere la sua vita lontano.

Ed infatti, nonostante il suo difetto, si era avventurata …

Aveva trascurato, tra l’altro, un probabile marito, un po’ balordo, ma buon lavoratore, perché lusingata da un fattore che le parlava mentre, lungo il ciglio della strada, seguiva le pecore. Un giorno, però, questi le aveva fatto intendere la vera natura del suo interessamento.

Albina sentiva ormai il bisogno della sua libertà, come una smania.

Se l’era intesa, un’estate, quando si rimboschivano le pendici del monte, con un giovane di un paese vicino. Questi faceva la spola, con un carretto, tra il luogo di lavoro e il villaggio, per il rifornimento dell’acqua, e si riposava all’ombra della casa di Marta. Era quanto di peggio le potesse capitare, pieno di vizi com’era … Ma ormai lei aveva deciso, e con quello andò ad abitare in un villaggio arroccato sopra una rupe, con le case grigie come la roccia stessa.

Ben presto, però, il suo uomo dimostrò di preferire le bettola alla casa e di spendere lì i pochi denari del suo disordinato lavoro.

“Ai tempi della mietitura, per le botte e gli stenti – raccontava Marta – non si reggeva più in piedi. Io e suo fratello, un giorno che il marito era fuori, la tirammo via da quell’inferno … Lui poi emigrò, senza però rinunciare alla vita errabonda e scioperata”.

La ragazza, nel nuovo periodo di apparente calma nella casa dei genitori, si era un’altra volta chiusa nella sua stanzuccia e raggomitolata sul suo lavoro. Aveva ripreso con la stessa pazienza di prima a metter da parte i denari; allevava tacchini, che poi vendeva per le feste di Natale.

Seguendo il gloglottare dei gallinacci, saliva, qualche volta, sino a un prato in cima ad una balza; e da lassù fissava a lungo lontano l’orizzonte …

Sarebbe andata in alta Italia, come domestica presso una famiglia, con la quale stava concordando attraverso la corrispondenza tenuta dal parroco.

E intanto Albina veniva rassettando, giorno per giorno, le sue cose; ritornava a bussare da chi le doveva ancora del denaro per i suoi lavori. Aveva nascosto la valigia dentro un pagliaio e l’andava riempiendo a mano a mano.

Per quanto Marta presentisse qualcosa di imminente, fosse tutt’occhi, le rivolgesse domande insidiose e la spiasse, un bel giorno, in cui s’era allontanata, i vicinati videro la ragazza che, con la grossa valigia tenuta sulla testa (come era solita fare con la brocca colma d’acqua), arrancava, sorridente, giù per il viottolo, verso la sospirata avventura di libertà, verso le lucide rotaie e le stazioni lontane, verso il frastuono delle strade, lei che conosceva soltanto i tranquilli sentieri frequentati dalle pecore …

Marta non si stancava di ripetere tutta la storia, ogni volta avviluppandola con altri particolari e congetture, che rivelavano il suo interno tormento.

Tra le parole, quasi sempre, spuntavano delle lacrime.

– Sono rimasta sola come il cucco! – esclamava, e voleva intendere il cuculo, il cui verso barbogio diviene consueto in quei luoghi, allorquando le boscaglie son già rinverdite …

* * *

Mi recavo talvolta dal parroco, che aveva una solida costruzione a un piano, e attiguo (unica risorsa di una parrocchia tra le più disagiate, in quella zona depressa) un pezzetto di terra coltivata ad orto e a vigneto.

E lì lo ritrovavo, che impiegava gran parte della giornata.

Alto di statura, mostrava una complessione solida; era altoatesino, e ciò lo aveva agevolato nell’ambientarsi alla natura del luogo.

A causa della provenienza lontana, e in quella sede, da altri elusa, egli aveva fatto supporre alla gente che nascondesse, pur sotto il suo fare pacato e schivo, una qualche passata e segreta vicissitudine.

Non era proprio animato da un grande zelo nelle pratiche di rito, che avrebbero anche favorito, in quell’ambiente di solitudine, un buon afflato comunitario, in specie per gli anziani …

A svolgere la lezione di religione (ma talvolta la trascurava …) giungeva munito, per la disciplina, di una lunga canna, alla maniera ottocentesca.

Quando era brutto tempo rimaneva dentro uno stanzone ingombro di utensili, occupato nel lavoro manuale. Questo, a detta della perpetua, non era altro che un lavoracchiare per lo più inconcludente, mentre lei, ogni tanto, si metteva a sedere in modo pesante, esagerando le faccende, e la fatica occorsa per sbrigarle.

Grassoccia ed incline alla pigrizia, attribuiva la continua fiacchezza che si sentiva addosso, al magro cibo che passava la mensa del parroco, il quale, invero, dalle ristrettezze, era costretto alla parsimonia.

Sgraziata nei modi, guardava di sfuggita con i suoi occhi bovini, di cui uno storto. Superata in parte la ritrosaggine, poteva farsi anche loquace, in specie quando ricordava il bel tempo trascorso, in una cittadina vicina, al servizio di una vera signora. Il succedersi di circostanze a lei avverse, l’aveva poi condotta lassù …

Alcune volte appariva svigorita già al mattino, poiché, nelle lunghe notti, o a causa dello stomaco effettivamente languido, ma ancor più per le sue immaginazioni, stentava a prender sonno, in preda a pensieri angosciosi.

Il parroco, invece, alla sera, si addormentava spesso, nella sua poltrona, davanti al televisore acceso.

Era il solo ad averlo (perché ricevuto in dono), in quel tempo, nel villaggio.

Faceva buon viso ai parrocchiani che venivano ad assistere alle trasmissioni serali più popolari; tuttavia, disponendo quasi soltanto della scarsa congrua, egli non poteva largheggiare in nulla … Aveva perciò esposto l’eloquente e sintetico cartello: “Son gentile, son cortese, ma pagatemi le luci - spese”.


Un rigido inverno

L’ultimo dei tre inverni trascorsi in montagna fu particolarmente rigido.

Dal camino, la legna, scarsa e umidiccia, ad ogni ventata che scendeva impetuosa, sprigionava un fumo denso e acre, che invadeva l’angusto locale, e faceva lacrimare di continuo.

I soffi d’aria, che penetravano dalle numerose fessure delle imposte, finivano per raggelare.

Mi presi una brutta infreddatura e dovetti rimanere per alcuni giorni a letto nella stanzetta dove entrava la luce resa candida dalla recente, abbondante nevicata. Per fortuna ero stato previdente a tenere con me alcuni medicinali.

Il sapermi circondato dalla neve, che praticamente precludeva ogni via d’uscita sino all’intervento dello spazzaneve, sempre lento e protratto, non poche volte mi opprimeva angosciosamente.

Ricordo di quando, una notte, verso l’alba, feci un sogno inquietante: mi ero sperduto in un nevaio.

La neve mi attirava sempre più nel suo morbido sopore, nel suo oblìo traditore.

Sembrava che accarezzasse e componesse il corpo spezzato dalla fatica, in un molle riposo; e lo trafiggeva, a poco a poco, subdolamente col suo pugnale gelido, che mi aveva quasi paralizzato.

Quella sconfinata distesa si stava adombrando di viola, il misterioso colore dello scoramento, dei trapassi e di ciò che è già spento: penetrava pertinace nell’essere e le fibre s’allentavano, lo spirito impallidiva e si ripiegava.

Allora in tempo mi rizzai con tutte le forze che mi erano rimaste, e presi a precipitarmi giù, come per rozze scalinate di roccia.

Se, nella discesa rovinosa, urtavo qualche tronco, la neve che gravava sulle fronde sempreverdi, si riversava su di me … Sembrava mi inseguisse un nuvolo biancastro, come un gonfio fantasma …

In tempo la valle mi accolse: la tenebra aveva già ingombrato i precipizi e stava fasciando rapidamente la cima.


Verso la primavera

Si arrivò finalmente alle soglie della primavera …

Per più notti si levarono, dal chiuso delle anguste stalle, a lacerare il silenzio, i belati strazianti delle pecore, cui erano stati strappati gli agnellini venduti per le imminenti feste pasquali.

A giorni s’alzava ancora insistente il vento dalla voce robusta, tornando a farsi, a volte, urlìo da tregenda, specie nelle notti in cui s’infilava vorticoso giù per il camino.

Come fiato belluino, in alcuni luoghi esposti, inaridiva l’erba nata di fresco.

Le nuvole continuavano a transitare senza fine; scendevano da sommità rocciose e scivolavano via sopra le alture, susseguendosi cineree sino all’orizzonte dove si accumulavano.

Ma, giorno dopo giorno, quando il sole rimaneva scoperto, riluceva, vicino ai bruni querceti, qualche chiazza di verde nuovo; e, lungo le strisce tortuose dei sentieri, faceva contrasto con i vecchi tronchi cinti d’edera, il sensibile aprirsi delle gemme.

Ed ecco l’aria riempirsi, alfine, del delicato profumo delle rose canine sbocciate nelle estese siepi poco fuori dell’abitato; lungo i sentieri che si inoltrano nei laureti pur essi odorosi.

Sono rosai che accolgono numerose cetonie dorate che vi ronzano attorno o stanno a succhiare, incipriate di polline, il cuore delle roselline dai cinque petali.

Era tornato, intanto, il cuculo migratore; lo ascoltavo mandare, da un boschetto all’altro, occulto vagabondo, il suo verso invariabile, che, a seguirlo, attira sempre più lontano, fino a quando s’affievolisce e si perde, penetrando nel folto, simile a ogni richiamo del mistero … Lo sostituiva, a sera, l’assiòlo, là dov’era più intatto il sonno della natura. Le cornacchie ciarlavano a lungo, chiazzando di cenere lo smalto dei praticelli o i rami d’un albero dei cui frutti son ghiotte.

* * *

Il marito di Marta già di lontano lo si sentiva avvicinarsi …

Come ho detto, egli trascorreva lunghi periodi presso una figlia maritata, in una valle vicina.

Ora arrivava come “un ciclone”, “una furia” (così diceva la donna) con le sue mucche e il carro cigolante, pieno di sacchetti di sementi e di attrezzi rimessi a nuovo e lustrati.

Basso di statura, era anzianotto anche lui, ma tutto nervi e muscoli, capace di reggere ancora bene alla fatica. Gli affiorava dalle labbra un sorriso tra amaro e beffardo.

Le mucche (due paia) erano le compagne delle sue giornate dedicate ad un intenso lavoro. Mentre le puliva accuratamente o le conduceva all’abbeveratoio o preparava la lettiera, parlava e parlava con loro, che, pazienti, rispondevano, di tanto in tanto, con qualche muggito o col movimento della giogaia o dei grossi occhi miti.

Confidava loro i suoi progetti; le lodava per il lavoro compiuto; tuttavia, riversando sulle povere bestie le sue insoddisfazioni, le sue acrimonie, pur frequenti erano i rimbrotti per la loro pigrizia o per quella ch’egli riteneva ingordigia di erba fresca o di fieno.

* * *

Il cielo slargava sempre più i suoi rasserenamenti … Nelle mie camminate arrivavo fin sotto ad un’alta parete di roccia rossastra, che un poderoso sommovimento lasciò fissa in sovrapposti strati arcuati; sostavo sempre davanti a quelle remote e severe pagine della tumultuosa storia della Terra …

Mi distraeva, talvolta, dalle mie meditazioni, l’incontro con il parroco.

Sulla cinquantina, era, tuttavia, come ho detto, di salda corporatura e buon camminatore. Se ne andava con passo regolare, appoggiandosi ad un nodoso bastone; aveva la sottana tirata su sino alla cintola; e sul capo un ampio fazzoletto bianco annodato.

Non possedeva un proprio mezzo di trasporto, tanto necessario in quei luoghi dalle notevoli distanze tra i centri abitati; era riuscito a procurarsi una “vespa”, ma, a causa di una sbandata in una delle numerose curve, si era fratturato un braccio.

Incontravo qualche agile donna, con la cesta o un fagotto posato sul cércine.

C’era anche uno strambo anziano che si sforzava di produrre, con la voce, un abbaiare contraffatto, che amplificava con un rudimentale megafono.

Credeva, in tal modo, di far cosa utile, tenendo lontane le volpi dei macchioni, possibili ladruncole nei pollai, durante la prolungata assenza dei contadini, nessuno dei quali, fatto strano, possedeva un cane.

Di buon mattino si potevano vedere due o tre donne, dirette verso qualche paese (che si sarebbe riempito di gente, essendo giorno di mercato), per esercitarvi l’accattonaggio.

Attraversavano un laureto, in cui si prolungava il gorgheggìo notturno degli usignoli; si allontanavano, poi, brune, silenziose, ma con passo usato e spedìto, giù, lungo un sentiero, verso la strada maestra …

Il solito vecchio tornava a sedere sul prato, a custodire poche pecore; e se ne rimaneva inerte come un tronco curvato e spoglio.

* * *

Passando vicino alla casa di Marta, trovavo la donna che si prendeva cura dell’orto e delle numerose galline.

Il suo viso appariva forse più grinzoso, ma lei era maggiormente sollevata nello spirito.

Aveva buone nuove da raccontare.

Dopo una prima cartolina con i grattacieli, contenente i saluti, sua figlia le aveva scritto altre volte e sempre più estesamente.

Aveva cambiato, come domestica, alcune famiglie; si era trovata più o meno bene, anche se non era riuscita ad ambientarsi nella vita cittadina.

Scontrosa e malinconica nel suo intimo, sentiva la nostalgia della congeniale terra nativa.

Aveva, economa come sempre era stata, messo da parte una discreta somma di denaro e, stanca di novità, sarebbe presto ritornata.

Avrebbe acquistato una vecchia casetta da riattare, con un campicello attiguo, su cui, già prima di partire, aveva messo gli occhi.

Marta nutriva forse ancora la segreta speranza di un riavvicinamento, di un nuovo appaciarsi …


A conclusione del soggiorno montano

Negli anni adolescenti, in uno dei miei numerosi tentativi poetici, contrassegnati da depressioni e da sporadiche elevazioni, avevo immaginato, sopra una candida cima, alfine raggiunta, la visione d’un angelo (anch’egli dalle forme nivali), alla cui lampada potei ravvivare la fiammella languente della mia fede, ritemprandomi nell’intimo …

E più volte mi ero rappresentato la montagna – come ho precedentemente detto – come simbolo di ascensione spirituale.

Certamente non conobbi vette elevate e candide; e non ebbi visioni.

Mi sentii spesso opprimere dalla roccia aspra, tetra, dominante, per lo più stretta da monotoni vapori; e da giornate materiate di solitudine.

Incontrai ardui intralci materiali in un ambiente che, per la sua penuria, rende spesso chiusi ed egoisti; nondimeno conobbi persone sulle quali il durevole contatto con la natura aveva mantenuto la radice di schietti sentimenti, e quindi propense alla gentilezza e alla generosità spontanee.

A me che avevo scritto, con giovanile baldanza: “Guardare e meditare, | m’affisar nell’infinito è la mia forza …” quei luoghi offrirono occasioni per mettere in pratica tale disposizione.

Meditare, soprattutto, come sull’umana esistenza, sottoposta alle vicissitudini e alla provvisorietà, e pur gonfiata dalle passioni sia individuali sia collettive, si distenda il silenzio sovratemporale, fermo e smisurabile, dentro il quale tutto si fa vano brusìo destinato a disperdersi.


Parte seconda

Un rapido sguardo sugli anni Sessanta

I rapidi progressi della scienza, fusasi con la ricerca applicata, avevano generato macchine e tecnologia.

Ecco imporsi il neocapitalismo ed espandersi l’industrializzazione.

Si andava sviluppando una mentalità razionalistica, anti-metafisica, anti-dogmatica e anti-mitica, protesa a finalità pragmatistiche sul piano economico e sociale.

Ecco formarsi gruppi di manipolatori del potere finanziario; sorgere colossali aziende multinazionali, con i loro ambiziosi piani di produzione …

Ripetuta e amplificata dai mezzi della comunicazione di massa, la pubblicità cominciò a suggestionare atteggiamenti etero-diretti riguardo ai consumi e anche al costume.

La nuova società non apriva altri orizzonti se non quelli dell’accrescimento della produzione e dell’uso dei beni.

Come avevo già potuto constatare nella zona di montagna, avveniva la fuga da territori depressi. Ma erano anche i nuovi modelli di vita propagandati dai mass media a spingere un flusso di emigrati verso le regioni più ricche.

Si verificava un crescente esodo dai campi, in specie da quelli d’alta collina, e dai borghi, da parte di agricoltori e di artigiani attratti dal lavoro nell’edilizia, in espansione a causa dell’urbanesimo, nel terziario, nelle fabbriche.

Ma quella delle famiglie che andavano a vivere nelle periferie, sviluppatesi in maniera per lo più disordinata, era un’esistenza priva della stabilità basata su consistenti legami di parentela, di tradizioni, di spirito solidaristico, propria dei piccoli centri abbandonati.

La massa si stava dilatando, pronta ad assorbire uniformemente il singolo, sottoposto ad una insidiosa spersonalizzazione.

* * *

Molti uomini di cultura consideravano amaramente l’involuzione sociale e politica in cui era impossibile rendere operanti gl’ideali e le istanze, che erano state vive durante la Resistenza e negli speranzosi anni dell’immediato dopoguerra, in merito al rilancio dell’uomo e dei valori etico-sociali.

Pier Paolo Pasolini rilevava come il benessere cagionava egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, conformismo; come il vuoto esistenziale era conseguenza della “sirena neo-capitalistica”. D’altra parte egli constatava con amarezza “la desistenza rivoluzionaria” sopravvenuta negli intellettuali marxisti, già impegnati: “Ecco, dunque, un segno di crisi, anzi, una vera e propria crisi della politica culturale marxista. Il realismo “impegnato” è caduto, e al suo posto il marxismo italiano, e non italiano, non ha saputo elaborare nulla di nuovo”.

Ad alcuni scrittori sembrava che non ci fosse altro da fare che chiudersi nel proprio isolamento, dichiarando finito “il mandato sociale dello scrittore”, come fece Franco Fortini nel 1965.

Quelli che trasferivano nelle loro opere il personale stato di insicurezza e di dissociazione, che si traduceva in angoscia, analizzando il fenomeno dell’alienazione nei suoi aspetti nevrotici e inerenti al conflitto psico-sociale, suscitavano interrogativi esistenzialistici, allorché i lettori avrebbero avuto bisogno di risposte rassicuranti.

Quello che rimaneva era il vuoto metafisico e il disorientamento etico.

In quegli anni i cinema erano molto frequentati; ogni domenica, ricordo, si doveva far la coda davanti al botteghino.

Molte pellicole (e in specie quelle della cosiddetta “commedia all’italiana”) se dirette da valenti registi, intendevano con spiritosità e anche mordacemente satireggiare fatti di costume e tipi che, in maniera eclatante, emergevano nella società.

D’altra parte c’era il pericolo che tali pellicole, nei soggetti più giovani, o in coloro che avevano scarso senso critico o erano privi di saldi princìpi, potessero offrire il quadro distorto di una società dominata dall’opportunismo, dall’arrivismo, dall’edonismo, da comportamenti etici deviati, invogliando quasi alla deviazione.

* * *

Nel campo letterario e artistico v’erano coloro che puntavano alla ricerca di nuove soluzioni di linguaggio, ridando vita allo sperimentalismo.

Ma la neoavanguardia (per distinguerla dalla paleoavanguardia del primo Novecento) soffriva di molti mali.

Non riuscì a svilupparsi un movimento unitario. Si verificò, al contrario, una disgregazione in gruppi, sottogruppi, gruppuscoli, tendenti ad un proselitismo sommario, spinti tutti dalla febbre del successo contingente.

Si venne perciò alimentando il culto delle formulazioni velleitarie, delle enunciazioni puramente teoriche, talora dommatiche.

Dalle lacerazioni e dalle frantumazioni operate, si salvarono pochi risultati veramente costruttivi, raggiunti al di là del pretestuoso gioco formale, delle momentanee bizzarrie, se non della malafede.

La fine della Neoavanguardia avvenne quando essa manifestò l’incapacità a rispecchiare e a interpretare le aspirazioni palingenetiche e le istanze proprie della contestazione che proruppe, tra le tensioni sociali e politiche, alla fine degli anni Sessanta. Gli avanguardisti persistevano nelle loro proposte che si mantenevano ad un livello meramente linguistico: l’uomo vi scompariva a profitto del linguaggio fine a se stesso.

Altre voci, tuttavia, si levarono dal dibattito, che fu veramente ampio, sul tema del rapporto tra progresso scientifico e tecnologico e progresso della cultura.

Si volle, da parte di alcuni, tornare a parlare di avanzamento in termini di interiorità, di spiritualità, per un nuovo equilibrio tra materia e spirito. Ci fu anche chi auspicava la riconsacrazione dell’uomo e il risveglio della religiosità, come lo scrittore Ignazio Silone: “È probabile, dunque, che il problema religioso si ripresenti agli uomini con più forza che nelle epoche precedenti. Per troppo tempo l’uomo si è lasciato umiliare dall’idolatria della tecnica”.


Un libro

Scrivevo poesie, ma persistevo nella mia formazione prevalentemente classica, lontano da ogni suggestione avanguardistica.

Nutrivo – allora – fiducia nella capacità della poesia di suscitare e di spargere attorno a sé condivisione, partecipazione, risanamento anche nella sfera umana ed etica. Scrivevo:

“Un libro che investa l’animo come una fresca ventata, ricca di polline nuovo, che spazzi via le nebbie del dubbio e dell’amarezza!

Una poesia capace di creare oasi di armonia e di comunicazione spirituale ed umana in mezzo all’arida e disarmonica realtà contemporanea; una poesia in cui le parole, dopo un sofferto itinerario nell’animo del poeta, che molto ha sperimentato, brillino di primigenia purezza per l’uomo che vive in questa stagione della storia nell’intima insicurezza (come pure in quella collettiva) dei valori, e quindi nella solitudine. Egli diviene sempre più abulico fruitore degli strumenti massmediali vistosi e fragorosi.

Ma se Pier Paolo Pasolini, in un momento di sconforto, scriveva che «cessa la condizione di poeta | quando il mito degli uomini | decade … e altri sono gli strumenti | per comunicare con uomini simili … anzi | meglio è tacere», il poeta deve continuare, con tenacia, a far partecipi gli altri delle sue intuizioni felici, che dischiudano squarci rivelatori di bellezza e di verità, e quindi divengano capaci di irradiare intorno a sé nuova fiducia e speranza e impulsi di creativa rispondenza”.


Un soffio di poesia: lo spirito Giovanneo

Genuine testimonianze di umana poesia vennero da parte di Giovanni XXIII (pontefice nel quinquennio 1958/1963).

Sono rimaste indelebili le immagini che si riferiscono ad alcune “opere di misericordia” da lui compiute; e difficilmente si spegnerà l’eco delle tante parole da lui pronunciate “a cuore aperto”.

Erano opere e parole suggerite, di certo, da ancor freschi impulsi del cuore, dalla “sapientia cordis”, al pur vecchio pontefice.

Si risvegliava con Papa Giovanni lo spirito evangelico della autentica semplicità, della mitezza, della speranza; della ricerca, attraverso il dialogo sincero, di ciò che unisce piuttosto di quello che divide; si distingueva tra l’errore ideologico e l’uomo errante.

Coloro che lo avevano ritenuto un papa di transizione, anche a causa dell’età inoltrata (aveva settantasette anni al momento dell’elezione, il 28 ottobre 1958) dovettero ricredersi.

Il 25 aprile 1959, “certo tremando un poco di commozione – come disse – ma insieme con umile risolutezza di proposito”, egli annunziò la convocazione d’un concilio.

Quella del Concilio ecumenico non fu una grande intuizione che illuminò improvvisa l’anima del papa, ma era frutto di annose meditazioni.

Papa Giovanni era convinto della necessità di un “aggiornamento” da parte della Chiesa, in modo da poter adattare il suo messaggio, l’organizzazione e l’azione pastorale al mondo contemporaneo profondamente mutato.

La grande assise, dopo laboriosi preparativi, si aprirà l’11 ottobre 1962.

Il 25 novembre 1962 Giovanni XXIII entrò nel suo ottantaduesimo anno di età.

Era sempre più spesso còlto da forti dolori allo stomaco; presagiva che non sarebbe potuto giungere alla conclusione della così vasta opera del Concilio, da lui iniziata e che, finora, gli aveva procurato gioie, ma anche ansie e costante impegno.

Ma egli si rimetteva, come aveva sempre fatto, al divino volere: «In qualsiasi momento piacerà al Signore di chiamarmi, sono pronto a partire: le valigie sono bell’e fatte …».

L’8 dicembre, al termine della prima sessione dei lavori, mentre parlava ai padri conciliari che si accingevano a lasciare Roma, era costretto a portare più volte il fazzoletto alla bocca e alla fronte per dissimulare le trafitture che il male gli infliggeva.

I primi mesi del 1963 si trascinarono tra crisi e brevi riprese …

Riprese che consentirono al Papa di partecipare, ad esempio, alle stazioni quaresimali nelle parrocchie povere delle borgate, sino ai lembi della Campagna Romana, così piene di bambini e di gente del popolo a lui cara.

L’11 aprile Papa Giovanni promulgò l’enciclica “Pacem in terris”.

Scritta tra continue sofferenze, essa costituisce il testamento spirituale d’un grande pontefice e d’un grande uomo.

Nella sera quasi estiva del 3 giugno 1963, il patriarca concludeva l’edificante giornata terrena. Il suo transito, che avveniva quasi davanti al popolo orante, era un raro ed alto insegnamento di significato religioso ed umano

Così scrisse il filosofo Jean Guitton: “Giovanni XXIII appartiene alla stirpe dei patriarchi, dei precursori, dei pionieri, di quelli che per la loro semplicità geniale, docili allo Spirito creatore dei mondi e dei secoli, aprono strade nuove”.


Minaccia di catastrofe totale

Il potere delle tenebre sembrava, intanto, volesse soffocare lo sprazzo di luce e di speranza apparso con Papa Giovanni, ed anche con John Kennedy (i due personaggi sono stati giustamente accomunati dai ritrattisti popolari …).

Il presidente americano, mentre era proteso, con spirito pionieristico e progressistico, verso quella ch’egli stesso, nel ’60, aveva definito la new frontier (da superare per il raggiungimento di una più libera società e della composizione delle sovrastanti questioni mondiali), veniva proditoriamente abbattuto a Dallas, nel Texas, il 22 novembre dello stesso anno 1963.

* * *

Le superpotenze USA e URSS si contrapponevano minacciose, formando ciascuna un blocco poderoso con i suoi satelliti e le zone d’influenza.

La pace del mondo poggiava – instabilmente – sull’equilibrio delle forze, sulla potenza deterrente delle armi, sempre accresciute da ambedue le parti, che si controllavano a vicenda, con una fittissima rete di spionaggio internazionale.

Gli arsenali s’andavano colmando di armamenti nucleari. Sarebbe bastata una scintilla per provocare una deflagrazione immane.

La possibilità dello scoppio di un conflitto, che sarebbe potuto divenire totale, squarciava alla mente visioni terrificanti.

Il pensiero rabbrividiva, se appena si soffermava sulla precarietà dell’esistenza.

Lo scoppio simultaneo delle bombe, oltre a produrre un immediato sterminio, avrebbe sollevato quantità enormi di fumo e di polvere tali da oscurare completamente e durevolmente il cielo, interrompendo così l’azione alimentatrice del sole.

Il gelo avrebbe invaso, a poco a poco, la Terra spogliatasi di ogni forma di vita vegetale, e privata della presenza di animali, in breve scomparsi, anche perché caduti sotto i colpi degli uomini in cerca di carne e di pellicce, come in tempi primordiali …

Gli uomini sopravvissuti anche alle lotte intestine per la ripartizione (o la contesa o l’appropriazione rapinosa da parte dei più forti) delle risorse sia alimentari sia di combustibili disponibili e pur sempre scemanti, avrebbero dovuto scavare antri profondissimi.

Li avrebbe spinti l’ansia di arrivare al calore racchiuso nel seno del globo o di sentirne almeno il tepore …

Ma per quanto sarebbe durato il formicolamento delle larve umane dentro le gallerie viscerali?


Verso il Sessantotto

Se possiamo rievocare tutto ciò che alimentava lugubri fantasie, queste fortunatamente non si avverarono.

La storia procedeva con il suo inarrestabile fluire di eventi; ma su di essi, gli anni Sessanta, e i seguenti, proiettarono, come non mai, un repentino alternarsi di luci e di tenebre.

Qua e là nel mondo sorgeva la lotta per la libertà e per la democrazia, per la conquista dei pieni diritti civili, contro ogni oppressione.

Era unanime la richiesta di una pace stabile. Nei paesi industrializzati aumentava l’aspirazione a superare un modello di società, un “sistema” che limitava, con l’eccessivo determinismo economico e tecnologico, l’autentica crescita della persona umana.

* * *

Gli anni Sessanta fecero risaltare, in tutto il suo svilupparsi, l’interessamento dei giovani alla partecipazione, in contrasto con la moltitudine adulta che, al contrario, manifestava una carente consapevolezza sociale.

Va ricordato, a tal proposito, l’impegno dei tanti accorsi nella Firenze alluvionata, nel novembre 1966, a prodigarsi nell’opera di soccorso e a salvare dal fango libri ed opere d’arte.

Era come l’avvìo d’uno spontaneismo, che si stava svincolando dall’appartenenza ai partiti e alle organizzazioni con il loro apparato verticistico.

“Partecipare, esserci, divenne un valore. La delega, la rappresentanza, un limite. Saltavano le regole e l’assemblearismo si impose come norma. Da una parte c’era l’impegno e la lotta, dall’altra il mondo tradizionale con le sue parentele e le sue reti”.

Nuove consapevolezze si affacciavano all’animo dei giovani e vi attecchivano. Gli studenti delle scuole superiori e dell’università avvertivano di essere privati di valori primari, giacché la scuola non li formava adeguatamente; non li accompagnava nel crescere; non camminava con loro e in aderenza con la realtà dei tempi, limitandosi a fornire un sapere libresco.

In particolare, nelle università molti professori, veri e propri “baroni”, erano pendolari e non stabilivano con gli studenti un qualsiasi dialogo, un rapporto umano.

Le lezioni erano cattedratiche, i laboratori scientifici impraticabili; non venivano svolti seminari preparatori alle singole future professioni.

I giovani, per dar voce alle loro ragioni, concepirono manifestazioni provocatorie verso l’autorità e le intensificarono con riunioni tumultuose, con pittoreschi slogan scritti su cartelli e sui muri, e gridati nei cortei.

In Italia (nelle cui università il numero degli iscritti nel 1967 risultava raddoppiato rispetto ai 212 mila di dieci anni addietro) le agitazioni cominciarono nell’autunno del 1967.

Ai primi di novembre venne occupata dagli studenti, a Trento, la facoltà di sociologia. Era quello di Trento un ateneo voluto dai democristiani, perché in tale “bianca” città vi fosse un loro vivaio di manager, di tecnocrati.

Il movimento studentesco – come ha scritto Mario Capanna – partito “in forme frastagliate quanto a modi, tempi e luoghi della mobilitazione, inizia la lotta centrandola su rivendicazioni specifiche concernenti il concreto dello studio e della scuola e velocemente arriva alla “contestazione globale del sistema”. A porsi cioè in una posizione di antagonismo all’organizzazione del potere esistente e a immaginare una lotta di lunga lena, in grado di costruire una società di eguaglianze e del rispetto dei diritti”.

Nella primavera del ’68 si mossero gli studenti della Germania federale, un Paese dall’ingente sviluppo economico; seguì poi il Maggio francese degli studenti di Nanterre e della Sorbona, particolarmente creativi nel linguaggio, nell’ideare slogan e manifesti.

Fu loro il famoso aforisma “L’immaginazione al potere”.

La contestazione studentesca ebbe, animata da ideali comuni, un’estensione internazionale, sia in Europa sia in altri continenti.

* * *

Il Sessantotto ha attirato su di sé interpretazioni contrastanti.

Ad alcuni è apparso come una rivolta iconoclastica, con i connotati di “infantilismo estremista”; un irrazionale tentativo di abbattimento violento di valori consolidati dalla tradizione …

Ma è più ragionevole stare con coloro che vi hanno visto, proprio rispetto al passato, una benefica rottura; una presa di coscienza da parte del popolo – nella sua parte più sensibile e vivace, quella dei giovani – dei propri diritti, con il desiderio di una società più aperta al decentramento, alla compartecipazione, alla solidarietà, in definitiva più democratica.

Pier Paolo Pasolini (che pure all’inizio non era stato tenero verso il movimento studentesco), postasi la domanda: “Ha mai vissuto il popolo italiano, non dico un momento di democrazia reale, ma il desiderio di una democrazia reale?” rispondeva: “Ebbene … sì. Nel ’44-45 e nel ’68 … La Resistenza e il Movimento studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano”.

Un’esperienza, tuttavia, di breve durata, che può dare la sensazione di un ideale di rinnovamento rimasto utòpico.

Ma gli Anni Sessanta, e in particolare il Sessantotto, hanno mostrato segni, indizi, intuizioni, aperture, sussulti, che avrebbero favorito, protratti e sviluppatisi, significative conquiste civili e sociali.

Nell’immediato, però, stavano per aprirsi i funesti Anni di Piombo, con la lugubre sequenza di stragi e di atti terroristici. Si accresceva l’ansia per l’instabilità del futuro.

Anche se la ricerca scientifica e tecnologica proseguiva nel suo freddo cammino, al di sopra dei mali della Terra, e permetteva, il 21 luglio 1969, all’astronauta americano Neil Alden Armstrong di fissare, per primo, impronte umane sul suolo lunare.


L'assassinio di Aldo Moro

La mia consueta insicurezza di fronte agli stimoli effettuali, fu acuita dalla continua instabilità dell’esistere che infermò lunghi anni che furono percorsi, e come soffocati, da lugubri avvenimenti.

Scriveva Pier Paolo Pasolini (precisamente sul settimanale “Tempo” del dicembre 1968): “Mai come in questi anni (in cui la “previsione” è divenuta scienza) il futuro è stato fonte di tanta incertezza, così simile a un incubo indecifrabile”.

Anche incline a risentirli in me emotivamente, alcuni fatti mi commossero alquanto, a causa della loro tragicità e, direi, epicità.

* * *

Maturato in alcune frange estremistiche sessantottesche, un frutto venefico, col suo putrefarsi, suppurò in tumefazioni, che, scoppiando, proiettarono violenza terroristica.

Le bande armate clandestine che si formarono, non furono numerose nel numero, ma ben presto si consolidarono nel loro grado di efficienza organizzativa.

Dagli inizi del 1970 esse balzarono allo scoperto con la rapidità delle rapine, degli assalti alle banche e ai supermercati.

Le vere e proprie “azioni politiche” delle Brigate Rosse (autodefinitesi “avanguardia proletaria armata … in lotta per la libertà proletaria”) furono effettuate con attentati, con “gambizzazioni”, con sequestri di persone e con il loro “processo”, che avveniva nelle segrete “prigioni del popolo”.

I brigatisti crebbero in ferocia, arrogandosi una farneticante “ideologia” a giustificazione della lotta armata da loro condotta.

Il loro affermarsi fu facilitato, d’altra parte, dalla demagogia dei partiti politici, dall’inefficienza di vitali apparati dello stato, dalla transitorietà dei governi (incapaci di comprendere e di far fronte a quei “tempi nuovi” che Moro aveva intuito), da un progressivo e diffuso scadimento morale.

Si arrivò così parossisticamente al mattino del 16 marzo 1978, quando un “commando” di brigatisti tese un agguato alla personalità più eminente del momento: Aldo Moro.

Uccisi gli uomini della sua scorta, questi fu sequestrato e poi segregato in un covo che, nonostante il poderoso dispiegamento di uomini e di mezzi messo in atto dalla polizia, con il setacciamento di interi quartieri, casa per casa, non sarà scoperto. E ciò per il periodo, che sembrò interminabile, di cinquantacinque giorni, e che si concluse feralmente.

* * *

Aldo Moro era nato a Maglie, in provincia di Lecce, nel 1916, in un ambiente piccolo borghese, cattolico,e sulle cui opinioni politiche avevano influito Giolitti e Salandra.

Sin da giovane aveva dimostrato indole introversa, riflessiva, che lo portava a scavare nell’intimo. Desideroso di conoscere e di comprendere appieno, non esitava a rivolgere domande esplicative ai suoi insegnanti; raziocinante, si dedicherà a letture di Kant e di autori razionalisti.

Entrato nella federazione degli universitari cattolici, ne divenne il presidente. Fu lì che si legò in amicizia con l’allora cappellano Montini; amicizia che doveva mantenersi negli anni futuri.

Vi conobbe anche la sua sposa, marchigiana, da cui avrà quattro figli.

Entrato nella politica, Moro fece parte dell’Assemblea Costituente, nel 1946.

Partecipò a diversi governi. Nel ’59 divenne segretario della Democrazia Cristiana ed iniziò la sua opera di tessitura del famoso governo di centro-sinistra con i socialisti. Logoratasi tale formula, dopo le elezioni del 1968, Moro si ritirò nell’ombra …

Ritornato sulla scena politica, egli comprese “come tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai” e la necessità di incanalare i fermenti positivi “del nuovo che ribolle, nelle istituzioni”.

Dopo il ’76 si rimise a lavorare “col respiro e col ritmo degli artigiani”, a lui propri, a un nuovo progetto politico, che prevedeva l’apertura “leale e costruttiva” verso il partito comunista.

* * *

“Aldo Moro ha il colore della lenta pioggia d’autunno” aveva detto Davide Lajolo … E paziente, sottile, penetrante fu la sua opera politica.

Era un uomo dagli atteggiamenti misurati, discreti; fedele alle abitudini e alla precisione; geloso della sua vita privata e di quella familiare.

“Tutte le cose per svilupparsi hanno bisogno di un tempo fisiologico” egli soleva ripetere al fine di giustificare la lentezza nell’operare che gli veniva rimproverata.

Poteva starsene ore ed ore ad ascoltare i discorsi degli altri, chiuso nei suoi abiti, che erano pesanti anche d’estate; e parlare, a sua volta, per ore, con voce monotona, leggendo da foglietti in cui aveva distillato i suoi discorsi complessi, elaborati, modulati nelle sfumature e nelle allusioni, nei sottintesi; dove le omissioni erano più importanti delle asserzioni, i silenzi delle parole.

Moro, tuttavia, sotto la sua flemma, nascondeva spesso una paralizzante problematicità; la sua azione politica dimostrò spesso divario tra acuta capacità di interpretazione e incapacità di realizzazione.

Pur ebbe vivo il senso dello stato e della storia, con la disposizione a intravedere e cogliere le novità: fu al suo posto nel momento delle grandi svolte.

* * *

Moro, durante gli interrogatori cui fu sottoposto dai persecutori, sorretto dalla ferma fede religiosa, non era venuto meno alla sua coerenza morale.

Le “lettere” che gli furono estorte con sottili torture psicologiche, muovono piuttosto a comprensione, a commiserazione verso di lui.

Gli stessi brigatisti (che di tanto in tanto diffondevano dei “comunicati”) dovettero ammettere che dal prigioniero essi non avevano ottenuto “le clamorose rivelazioni” che si attendevano.

* * *

Il 9 maggio, poco prima delle tredici, nel centro di Roma, in via Caetani, a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista, fu ritrovato (dopo una telefonata), deposto nella parte posteriore di una vecchia auto color amaranto, il cadavere di Aldo Moro.

Era stato nascosto sotto una coperta e con lo stesso doppiopetto blu scuro, che lo statista indossava nel giorno del rapimento.

Sul volto scavato e con la barba incolta da almeno una decina di giorni, si leggeva l’espressione di chi ha molto sofferto.

Si scoprirono i segni lasciati intorno ai polsi e alle caviglie dalle catene con le quali il prigioniero era stato tenuto legato: e, alfine, il petto crivellato da nove colpi di pistola mitragliatrice.

Nel pomeriggio, poco dopo le sedici, appena fu trasportata via, con un carro attrezzi della polizia, l’auto che era stata l’indegna bara del politico insigne, un’anziana donna minuta, penetrata chissà come attraverso la siepe di carabinieri e di agenti, si chinò a posare sul luogo del ritrovamento tre pallide rose avvolte in un foglio di cellofane.

Migliaia di persone si erano radunate, subito dopo la tragica notizia, agli imbocchi di via Gaetani. Appena tolti i cordoni, la folla silenziosa e commossa scese e si concentrò; alle tre rose, in breve, s’unirono mazzi e mazzi di fiori.

* * *

La tragedia, temuta e deprecata per tanti giorni,si era compiuta.

Ora la pietà si piegava al doloroso compianto e al mesto omaggio alla memoria.

Ricordo che sembrava levarsi anche dai muri rivestiti di manifesti listati a bruno, un accorato e severo epicèdio.

Ormai attorno alla vittima risplendeva l’alone del martirio.

L’assassinio di Aldo Moro assumeva il valore sacrificale capace di far ritrovare al popolo la vigorosa anima unitaria, a stringersi attorno alla democrazia minacciata e offesa.


La stupenda e drammatica scena terrena

La sera del Venerdì Santo, mia madre assisteva, come aveva fatto al tempo di Papa Giovanni, sullo schermo del televisore, alla Via Crucis, nella cornice notturna del Colosseo, costellata dal chiarore delle torce; dopo la terza stazione, il papa stesso portava la croce lignea. Mia madre era ultraottantenne; anche papa Montini, ogni anno che passava, si vedeva sempre più scarno e sofferente, prigioniero dell’artrosi e della vecchiaia.

Già durante il rito funebre in memoria di Aldo Moro, celebrato nella basilica di San Giovanni, si poté forse avvertire un presentimento della morte nelle sue parole: «Signore, ascoltaci … in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta …».

Il 6 agosto del 1978, senza gran risonanza, nell’atmosfera assolata, pigra e indifferente che, da sempre, accompagna l’esodo ferragostano, Papa Montini abbandonava “questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena”, per ripetere le espressioni contenute in “Alcune note per il mio testamento” da lui stesso vergate nitidamente su tredici facciate di fogli da lettera.

* * *

E particolarmente drammatici erano stati i mesi precedenti … Durante la prigionia di Aldo Moro, egli aveva rivolto un nobile appello (che stilò durante una tormentata notte di veglia) indirizzato “Agli uomini delle Brigate Rosse”.

Si fronteggiavano, in quei giorni, i fautori di due opposte linee di condotta: rifiutare ogni trattativa con i terroristi per non avvalorare il loro riconoscimento da parte dello Stato; ovvero cedere al ricatto (allo scambio di detenuti politici, come essi richiedevano) al fine di salvare il bene supremo di una vita umana …

Il 21 aprile, dunque, Paolo VI, con uno slancio generoso, scriveva: “Restituite alla libertà, alla famiglia, alla vita civile l’on. Aldo Moro …”; e, dopo aver detto di amarlo sia come uomo, sia come amico di studi, sia come fratello di fede, esprimeva per lui “l’umile ed affettuosa intercessione”: “E vi prego in ginocchio, liberate l’on. Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni”…

Il pontefice non faceva, quindi, accenno al ricatto imposto dai brigatisti allo Stato, né a trattative private, ma si appellava al sentimento di umanità, ch’egli sperava albergasse ancora negli animi “degli ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno ed innocente …”

L’elevata implorazione rimase senza ascolto.

* * *

Paolo VI compì numerosi viaggi all’estero, toccando, nei cinque continenti, anche plaghe funestate da conflitti locali, lacerate dalla discriminazione razziale, avvilite dal sottosviluppo e dalla fame.

Così egli parlò del viaggio in India (nel nov. 1965), in uno dei suoi colloqui con il filosofo francese Jean Guitton: “Il viaggio in India è stato per me la rivelazione di un universo sconosciuto … Vidi, com’è detto nell’Apocalisse, una folla sterminata, una moltitudine, un’enorme accoglienza; in quelle migliaia di sguardi leggevo, più forte della curiosità, una specie di simpatia inesplicabile. L’India è una terra spirituale. Ha per natura il senso delle virtù cristiane … La vita scorre nella contemplazione. La gente parla sottovoce: i gesti sono lenti e liturgici. Sono paesi nati per lo Spirito. E l’avvenire dello Spirito è imprevedibile.”

Austera spiritualità distinse la vita di Papa Montini, in specie per quanto riguarda la beatitudine della povertà in ispirito.

Questa gli suggerì, una volta, di porre la tiara papale sull’altare e di dire che sarebbe stata venduta a beneficio dei poveri … Gli suggerì anche si scrivere nel testamento: “Circa le cose di questo mondo: mi propongo morire povero, e di semplificare così ogni questione (di eredità) al riguardo”; e di aggiungere le estreme disposizioni: “Desidero che i miei funerali siano semplicissimi, e non desidero né tomba speciale, né alcun monumento. Qualche suffragio (beneficenze e preghiere).”

* * *

Paolo VI, pur fragile fisicamente, fu uno spirito saldo; ma egli dovette attraversare – e ne fu tormentato – le contraddizioni del XX secolo, che ha reso “questa Terra dolorosa, drammatica e magnifica”, secondo le sue stesse parole.

La figura del pontefice appariva – anche visibilmente – travagliata, nell’opera ardua “di rinnovare e di preservare un vascello scosso da tante tempeste”, come scrisse “Le Monde”.

Nella Chiesa post-conciliare si produssero, infatti, dissidi tra passatisti e progressisti: strutture, prassi e identità dottrinale venivano investite dalla contestazione, che come un fumo acre sembrava infiltrarsi attraverso i sacri recinti.

Paolo VI cercò di non esasperare le divergenze, di non deprimere il pluralismo, ma fu fermo nella difesa dei princìpi rispetto alle richieste sul piano ecclesiastico (come l’abolizione del celibato obbligatorio per i preti), nonché alle proposizioni teologiche più innovatrici.


Verso le colline

Ancora ragazzo ho assistito all’agitarsi veemente delle passioni politiche, tormentoso strascico della guerra, nelle piazze divenute recinto di alterchi e di scontri fisici, o piste per lo scorrazzamento delle camionette della “celere”.

Ecco affermarsi, dagli anni Sessanta, l’euforia dello sviluppo economico, con il predominio dell’appariscenza, della fatuità, dell’appagamento banale, della sconcia materialità e della diffusa iconografia edonistica.

Plumbei furono gli anni Settanta, scossi da una sotterranea volontà di eversione di diversa matrice; intrisi del sangue delle stragi; percorsi da accompagni funebri, con i reiterati discorsi ufficiali e le marcescenti ghirlande.

Ed ecco il democratismo, il compromesso, la piccineria morale sino al degradarsi della vita politica nel malcostume degli anni Ottanta …

Si è esteso il ristagno culturale; ed ho sentito farsi più debole la voce della vera, disinteressata poesia, ma anche crescere quella di opere derivate dall’adulterazione e dal travestimento da parte di letterati divenuti compiacenti all’andazzo e verso i detentori della grande industria libraria e dei mass-media.

Altri letterati si son chiusi in consorterie, dediti ad un mutuo incensamento.

Mantenere la libertà interiore, il nonconformismo, non è stato agevole e non senza stasi e depressioni, essendo divenuta, ormai, ogni mèta ideale, come improponibile, e giudicata sorpassata romanticheria.

Negli anni euforici del boom della motorizzazione privata, quando al mattino, la colonna di auto, sollecitata ripetutamente, invano, dal suono di clakson da parte degli ingabbiati spazientiti, procedeva a passo d’uomo verso la città, salivo sull’autocorriera che si dirigeva, in direzione opposta, verso le colline …

Ho sempre portato a termine il percorso pedibus calcantibus.

* * *

Così sono rimasto fedele alla natura, ai suoi aspetti, ai suoi messaggi.

Mi sono state particolarmente piacevoli le sere che fasciano tranquille la campagna.

Laggiù, il tramonto, sgombro dalla nebbia, si distende come un arazzo, dove piccole nubi porporine suggeriscono figurazioni bizzarre.

Risalta azzurrato, simile a un simbolo di forza, un gruppo di monti.

Sulla cima d’un colle più vicino, diventa ancor più cupa un’accolta serrata di cipressi.

Le stradine campestri esalano primordiali odori; nei giardini s’esaltano arbusti fragranti.

Forse un incensiere invisibile spande un effluvio sereno dalla terra che s’addormenta, sino a quelle piume rossicce che ha lasciato dietro di sé uno stormo di nuvole nel suo lento migrare verso i lidi della notte.

Con le prime tenere ombre, le colline circostanti sembrano agghindate d’un velluto turchino che per un poco si mantiene, prima di annerirsi.

Su di esso formano un vivo ricamo le luci che punteggiano le strade. Conducono ai paesini sparsi, i quali, con i loro lumi palpitano come minuscoli cuori.

Umili, ma sembra che via via un rapporto colloquiale li unisca con le occhieggianti costellazioni.

Un rapporto che la grande città ha irrimediabilmente perduto.


Sul Colle Lauretano

Ed ha continuato ad attrarmi la serena ondulazione, che formano le colline nel loro digradare verso la mite costa adriatica, uniforme sino a dove si erge, e sporge, lo sperone del Cònero con le sue bianche ripe e il dorso selvoso.

Ho sempre configurato come punto preminente, sia del paesaggio fisico sia di quello immateriale, il santuario che sorge sopra il colle lauretano.

Si presenta come una compatta fortezza, ingentilita dalla cupola biancastra; ed è rivolto verso oriente, verso il cielo ed il mare, come intento ad echi arcani.

Della breve pianura che gli si stende davanti, tranquilla nel velo mattutino di foschia, poco si distingue il confine con la superficie, anch’essa liscia e verdigna, della marina.

Ma presto un fascio di luce si dilata e scende ad indorare, al largo, una chiazza palpitante.

Le vecchie case del nucleo storico sono disposte quasi a formare alla basilica un séguito devoto; in fondo ad esso s’alza l’asta della torre civica.

Ritorno di tanto in tanto a Loreto.

Oggi, salendo, il mio sguardo va a posarsi sopra un campo vivido di girasoli in fiore.

Qua attorno, nel Medioevo, e nei secoli successivi, il terreno era ricoperto di fitte selve bruneggianti, che rendevano umido il clima; l’acqua del fiume, che scorre nella vallata, si adagiava nel suo letto con ristagni putridi; in essa veniva anche praticata la macerazione del lino e della canapa.

Dall’Ottocento però il paesaggio appariva trasformato, reso dall’assiduo lavoro dei contadini, quasi un ridente, esteso verziere, presentando le coltivazioni disposte in riquadri, i regolari filari di alberi da frutto e quelli di olmi usati a sostegno di tralci uvosi.

“Folti vigneti, e gli orti, e la divota china”, cantava Aleardo Aleardi …

* * *

Ancora ragazzino, quando la vita si fu un po’ rischiarata dopo gli anni bui della seconda guerra mondiale, compii, insieme con i miei genitori, il mio primo viaggio in treno, proprio a Loreto. Viaggio ben corto da Ancona, ma che mi aveva tenuto per più giorni in trepidante attesa.

Più vivo ricordo serbo di quando facemmo visita al santuario, io e mia madre, alcuni anni dopo. Provenivamo col treno da Macerata, dove la mamma si recò, per un certo periodo, una volta alla settimana, presso un medico che praticava iniezioni di sua preparazione e che diceva specifiche nella cura dell’asma bronchiale: di tal male la poveretta, dopo la guerra, soffriva terribilmente.

C’erano, in quel tempo, delle carrozzelle fuori della stazione; e su una di esse raggiungemmo la piazza antistante la basilica.

Calava già il tramonto d’una incipiente estate.

Fu una visita rapida, ma ricca di suggestione.

La piazza e il tempio erano ormai quasi deserti.

Mi rimasero impressi i colori, che erano soffusi del rossiccio del cielo, delle alte vetrate esposte a ponente, divenute quali pagine istoriate d’un leggendario nella semioscurità. Questa era, qua e là, punteggiata da qualche lume acceso sugli altari e dalle pallide costellazioni delle aureole di figure di santi.

Dalla lanterna spiovevano gli ultimi riflessi del tramonto sugli affreschi della calotta, sull’ampio cerchio di angeli, tutti in veste liliale: angeli musicanti e angeli cantori; e quelli che spargono rose; e quelli che presentano scritte le litanie e sono rivolti verso la Vergine, che sorregge il Bambino benedicente.

La luce arrivava sempre più fioca sulla successione dei riquadri che, nel tamburo, narrano la storia dell’Immacolata, formando una vera epopea mariana.

E poi eccoci tra le pareti di mattoni,dal cui annerimento affiorano scoloriti frammenti di figure d’una lontana epoca, ad alzare gli occhi in fondo alla mistica penombra cosparsa dal tenue chiarore delle lampade ad olio, verso la statua della Madonna dal volto eternamente assorto.

* * *

Successivamente mi è capitato di trovarmi nella piazza, di buonora, in mattine primaverili, a respirare il puro e nobile alito che sembra lì provenga dalle salde e armoniose linee architettoniche rinascimentali.

Nei loro giri garriscono le rondini, che ogni aprile qui riconduce, attraverso il mare, dai lidi levantini.

Dalla marmorea candida facciata del tempio si stacca qualche volo di colombo per andarsi a posare sulla fontana centrale.

Va lenta qualche vecchina, con la corona già in mano; o scivolano via, accompagnandosi, monache in sé raccolte, ma àlacri, verso le porte bronzee che si aprono or ora.

Arrivano le donne, “le bancarole”, che fanno scorrere sino al posto assegnato, le bancarelle ricolme di variopinti oggetti di ispirazione religiosa o profani.

Mi ci sono trovato anche in alcune ore assolate del primo pomeriggio, quando soltanto i ragazzi di qualche istituto facevano frastuono di giochi sotto gli archi bramanteschi del Palazzo Apostolico, umbratili.

Ho scorto, talvolta, alzando gli occhi al ballatoio merlato che contorna la sommità delle poderose absidi e delle torri della basilica, attraverso le finestrelle, passare sul camminamento di ronda interno, un vecchio frate che, lassù, sembrava un nanetto dalla barba bianca.

* * *

Lungo la vicina costa si allungano le case di Porto Recanati. Tale porto, nel Medioevo, era punto di attracco di navi provenienti sia dalle coste meridionali dell’Adriatico sia dal Medio Oriente.

E proprio su una nave – secondo recenti opinioni di studiosi della materia – furono trasportate dalla Palestina, al tempo delle Crociate, verso la fine del XIII sec. “le sante pietre”, appartenenti alla casa nazaretana di Maria. Quella casetta, per secoli,l’iconografia l’ha rappresentata miracolosamente traslata da un volo di angeli … Tre pareti furono ricostruite in un punto del colle, presso un bosco di allori (laurētu(m); la quarta parete è di mattoni analoghi alle abitazioni del luogo.

Attorno alla Santa Casa sorse poi la basilica, ampliata e abbellita per l’interessamento di diversi papi.

A difesa dalle incursioni piratesche, alle absidi fu data la mole imponente delle costruzioni militari.

* * *

E continuano ad allinearsi autopullman ad altri autopullman.

Con i treni bianchi continuano a giungere numerosi, abbandonandosi alla fede e alla speranza, malati e sofferenti.

Sono essi gli ospiti più degni del santuario.

Qui, voci del cuore, confortate da un’audace speranza e appellandosi a una superna giustizia, si levano a convincerci che il dolore e le preghiere di coloro che soffrono, se sono disposti consapevolmente in un ordine superiore, non possono vanificarsi: si accumulano come comune patrimonio, come origine di preziose risorse spirituali. Esse affluiscono a contrastare il vuoto tenebroso che le forze avverse, generate dalla materialità distorta, aprono incessanti nel tessuto multiforme e defettibile del genere umano; silenziosamente si accrescono per favorire la salvazione finale dell’umanità smarrita.


Giornate di Primavera

Sin da ragazzo sono stato sensibile agli aspetti mutevoli del mare, del cielo, della campagna, risentendone anche gli effetti nel mio corpo, làbile ai diversi fenomeni atmosferici.

Tali apparenze della natura son divenute, dopo una più o meno lunga interiorizzazione, elementi sostanziali della mia poesia.

Una natura più spesso assunta, in maniera allegorica, quale motivo di evasione, di liberazione, di ricerca di un nuovo equilibrio e di incentivi spirituali, rinvenuti, questi ultimi, in particolare, nel paesaggio primaverile.

Ho sempre atteso le pure giornate, che salgono come trasparenti fiamme e tutto trasformano: anche il linguaggio di semplici parole sembra farsi più ricco di interiore significato, ricevere una fragranza ed un sapore nuovi.

Un vento chiaro trascorre sopra il manto ondulato dei prati.

In alcuni si è disteso con profusione lo smalto acceso dei rosolacci.

I sentieri appartati odorano dei fiori raccolti a grappolo degli arbusti spinosi di acacia, attorno ai quali ronzano senza posa le api.

Un lavorìo dorato circonda l’alveare.

Un vecchio, dopo aver reciso il canneto (che fu a lungo stridulo all’ìmpeto del vento, sul margine del fosso), ora, con le canne e con pieghevole vinco, raddrizza le sue poche viti prostrate dall’inverno.

Gli alberi alzano i loro rami potati, come fossero dita aperte ad accogliere gli amori chiassosi degli uccelli.

Di nuovo la terra s’offre generosa alla nostra carezza, pronta a rivestirci dei suoi colori.

È tempo di gioioso stupore!

* * *

Nel volubile cielo, vapori erranti si fermano, alfine, sopra i colli, alzandovi una folta siepe.

Lentamente, talvolta, un nuvolo scuro va crescendo, come un omaccione che si levi a spiare da dietro un bianco recinto.

Gli alberi, nel loro giovane fogliame, non hanno pace, scossi da ripetuti sbuffi di vento.

Il sole, a tratti, è velato da nubi disperse; ma, quando rimane scoperto, dardeggia con forza.

Vibrando nel sole e nel vento in tutte le sue magre foglie, ogni ulivo esprime il suo chiaro sorriso spirituale di fronte al nuvolo torvo, che si fa smisurato.

Si stacca qualche gàlbulo dalle vecchie rame dei cipressi; le rose più sensibili, dai cespi tremuli si sciolgono in un pianto di petali; ma i lauri attendono la pioggia che li mondi, per essere un serto di luccichìi al giardino sotto i raggi che torneranno.

* * *

E vengono, di tanto in tanto, nuvolette a sostare sui poggi, in cima al campanile d’una pieve.

Questa ha l’interno in penombra e odora di iris e di cera. Di buon mattino la curva vecchina vi si aggira, mormorando preghiere davanti ad ogni immagine.

Appena fuori da un paesino, è possibile scoprire, voltato un angolo annerito, il mite giorno alzarsi su campi di grano e su filari di viti.

Nelle vecchie e storte stradine si recupera, lontani dall’affollamento, la propria individualità anche nella franca cadenza e nell’agile misura che riacquistano i passi sulle selci.

Il rapporto che si cerca di ristabilire con il paesaggio naturale, diviene ricerca di chiarificazione e di interiore armonia, mediante il ritorno alla semplicità e alla primitiva veridicità delle cose.

* * *

Nelle giornate di primavera, inizio il cammino dalla bassura.

Tra i fantasmi di nebbia, che escono dalle rive e vagano intorno, avanzando o ritirandosi, ed hanno il gemito dell’acqua che scorre, si drizzano in fila serrata i pioppi.

Essi attendono, assaliti di tanto in tanto da un trèmito che si propaga sonoro, che s’apra il chiarore dell’aurora sulle umide colline.

Salgo; ed incontro sobri ulivi dal tronco dolorante, inciso da fenditure cicatrizzate, ma resistenti e tenaci.

La loro è una pacata compagnia; e sembra farsi più agevole il procedere sul sentiero dell’erta.

Le magre foglie tramutano la luce e il vento, che si fondono tra i torti rami, in mistico sorriso.

Stanno solitarie o a piccoli gruppi, querce cariche d’anni, frondeggianti, auguste nella loro forza silenziosa, che a tanti nembi ha resistito.

Là cipressi formano un concilio austero.

Sembra mi richiamino con il fascino del mistero verdecupo; rimane pur sempre serrato nelle dure còccole, e dentro le strette fronde, come in una bruna veste inconsutile, il rigido arcano.

Ed ecco la sommità aerea, dove il blocco della selva, pazientemente formatosi in anni ormai profondi, si colorisce e si anima di mormorìi e di distinti versi d’uccelli.

Ho sempre sentito gli alberi a noi accomunati nel principio, nell’anima, che a tutti gli esseri dà vita; ho guardato ad essi, ricchi – nella inconfondibile fisionomia che ciascuno contraddistingue – di spirituale significato; imitabili nel loro tendere costante verso la purificativa e alimentatrice luce solare; compagni leali lungo il percorso, con il loro invito fraterno a soste meditative nei tratti agevoli e più ancora in quelli affliggenti dell’ascendere.


Terra marchigiana

Dalla terra marchigiana mi è venuto l’invito a salire le sue calme colline, con lo slancio non soltanto fisico che l’andare verso l’alto trasmette.

Il territorio si offre verdeggiante, idillico ed amplissimo dalla ringhiera che delimita la piazza (che è pubblico salotto) di uno dei tanti paesi dell’interno, all’ombra delle torri che si ergono una di fronte all’altra: quella della chiesa collegiata e quella del palazzo comunale.

La cerchia delle mura, le torri merlate che svettano sulle case del centro storico o le poderose rocche e i castelli solitari sulle alture, richiamano epoche scosse da frequenti ostilità guerresche; ma tanti assetti architettonici civili e religiosi, tante opere che hanno raggiunto una stupenda leggiadria artistica, permettono di leggere con evidenza nelle pietre, nel marmo, nelle tele, nei lavori degli artigiani pazienti, il costruttivo cammino dei secoli.

I poeti marchigiani hanno amato la campagna e la gente contadina, custode di una sana civiltà.

Il cuprense Luigi Bartolini (1892-1963) conobbe, in gioventù, una terra familiare e patriarcale, dove il festoso amore dell’ampia natura ti accoglie per consolarti; dove, andando lungo stradine biancheggianti tra il verde della campagna curata come un giardino, poteva incontrare un’umanità agreste rimasta cordiale, poetica; dove avvertiva quasi la “possibilità dionisiaca ed apollinea latente e viva per ogni luogo”. Una terra ch’egli fissò in maniera indelebile nelle sue pagine e nelle sue acqueforti.

Anche se da giovane poco resistette in paese, tra quegli uomini che si scambiano le loro futili chiacchiere al “club borghese” o “si reggono la pancia”, in piazza, con una mentalità prudente e provveduta, che si adagia spesso nell’ignavia; uomini dai quali era considerato “uno spirito folletto”.

“Non in paese, ma più lontano, per strade campestri | dove ogni tanto s’incontra la casa d’un contadino felice”, dice Bartolini in una delle sue ultime poesie, scritta dopo un fugace ritorno alla terra nativa.

E prosegue: “Io abbracciavo le forme a me già note degli alberi | e rammentavo, nella memoria, gli anni trascorsi in tali boschi | e chi fosse ad abitare nell’uno e nell’altro casolare …”

Le Marche rimasero sempre “adorate” nel cuore del poeta; custodite come memoria felice, come paesaggio ideale, come progetto per una nuova dimora in esse, pur sempre protratto e rimasto in effetti irrealizzato.

“Se potessi spiantare i Lari e ricondurli, Anita, con noi, in mezzo al contado di Osimo, quale soddisfazione per entrambi”, egli aveva detto alla sua compagna.

La natura marchigiana si ritrova nella poesia giovanile di Libero Bigiaretti (1906-1993); e quando il matelicese si stabilì a Roma, diventando quasi “romano”, rimase viva in lui come memoria lusinghevole, insieme con l’intima proba adesione ad un costume derivatogli dall’ambiente nativo e così in contrasto con la realtà etico-sociale contemporanea, spesso “lacerata e stridente”, secondo le parole dello stesso scrittore.

* * *

Se il Recanatese soffrì tutto il tormento di “una ostinata, nera, orrenda, barbara malinconia” in una contrada “in cui tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità” (ed ecco le frequenti fughe e la fine in terra lontana) i suoi idilli in tanta parte accolgono i suoni usuali del borgo; si animano di figure di popolani; si tingono dei sereni colori del paesaggio consueto,steso dal mare ai monti; della quieta campagna circostante splendida sotto il sole di maggio o rischiarata dal plenilunio.

Sullo spirito tormentato del pensatore, le forme, e soprattutto l’atmosfera idilliaca della terra nativa, operavano un primaverile rasserenamento.

Inducevano il giovane appassionato di letture classiche a rivivere con la fantasia le affascinanti “favole antiche”. Il poeta, almeno per un poco, poteva prevalere sul filosofo; sebbene la ragione tornasse a raffreddarne i caldi, illusivi moti del cuore, inducendolo a porsi ancora l’interrogativo pieno d’angoscia: «Vivi tu, vivi, o santa natura?».

In una notte di luna, tiepida e limpida, foriera della primavera, distesa sopra la quieta vallata, da cui proveniva soltanto, a tratti, un abbaiare lontano, il giovane poeta (come egli stesso racconta in una lettera all’amico Giordani, nel marzo 1820), stando affacciato ad una finestra, portò la sua contemplazione ad un ìmpeto di commozione romantica.

Si mise così a gridare come un forsennato, chiedendo misericordia alla natura, la cui voce gli sembrava di riudire distinta dopo un lungo silenzio …

Era la “favilla antica”, erano immagini arcaiche che gli si ridestavano in cuore, nostalgia struggente della candida fanciullezza del mondo, allorquando gli uomini, vivendo in armonia con la natura-madre, avevano popolato, con spontaneo fingimento, la realtà intorno, di creature e attribuito loro favolose vicende.

“Vissero i fiori e l’erbe, | vissero i boschi un dì …”

Quei boschi diventati “romìto nido de’ venti” …


Sul poggio

Dopo aver lasciato la montagna, fui nella zona collinare, in alcuni centri abbastanza prosperi. Da ultimo, rimasi per diversi anni in una frazioncina anconetana, situata anch’essa su un poggio.

Il paesino ha la piazzuola quasi circolare, su cui si affacciano anche casette ammodernate dall’aspetto grazioso. Se si scende per un vicolo stretto, ma che offre, di tanto in tanto, luminose aperture verso la campagna vitifera, ci attira la salutare e arcaica fragranza del pane casereccio che vien cotto in un forno a legna.

Vicino all’ingresso del negozietto sono deposti dei fascerelli di rami di quercia, pronti per alimentare la fiamma.

Su qualche soglia, lì presso, indugia un pacato dialogare; un davanzale è macchiato dai fiori rossi di geranio dell’anziana ancora solerte.

Sui mattoni anneriti d’una casa abbandonata, qualche olivastra lucertola dei muri si bèa al sole.

I tetti bassi, i più vecchi ricoperti di coppi consunti e verdastri, risuonano del cinguettìo di passere e di rondini (anche se le migratrici giungono, ad ogni primavera, sempre meno numerose) e del pigolìo insistente degli implumi.

* * *

Anche nei piccoli centri, purtroppo, si vanno affievolendo il ritmo pacato dell’esistenza d’altri tempi, il dialogo, la compartecipazione, anzi il senso dell’affettuosa solidarietà.

Scomparendo a poco a poco gli anziani, custodi ed animatori di manifestazioni consuetudinarie, di queste si perde anche l’efficacia educativa, soprattutto in funzione socializzante.

Tuttavia il borgo, di cui dico, serba ancora con tenacia la passione per la lingua dialettale e ogni anno, sul finire dell’estate, ne promuove un affollato festival, associandolo alla buona cucina casalinga delle sue donne (ma anch’esse anziane …) e a un rosso pregiato che lì si produce.

* * *

Per tutta la notte ha soffiato un ventaccio orientale, strapazzando con le raffiche le fronde dei pini che cingono il giardino della scuola.

Cessato il vento, sotto un bel cielo cristallino, stamani, sull’erba, sulla ghiaia giacciono stecchi, foglie aghiformi e moltissime pigne, alcune delle quali con le squame brune, dilatate, che scricchiano se il piede le urta.

Ed è venuto a raccoglierle l’anziano fornaio, con la sua berretta bianca, che non si toglie mai dal capo ormai canuto.

Ha riempito un saccone con quelle più insecchite, per farne fuoco vivace nel suo forno a legna, da tempo conosciuto anche nei dintorni.

Egli continua ancora nell’arte bianca, aiutato dalla moglie, ma il lavoro ad entrambi sta diventando pesante; e non hanno trovato un ragazzo disposto a far da apprendista …

Sono andato più volte nella sua bottega, con l’ingresso di alcuni gradini sotto il livello del selciato.

Oltre un recinto attiguo si vedono macchie di cenerume accumulato.

Nell’interno, una mano di bianco ha appena coperto l’affumicamento diffuso alle pareti.

Ho guardato rosseggiare la brace attraverso la bocca aperta del forno; ho respirato il caldo e pieno profumo del pane appena sfornato e disposto con la pala nelle ceste capaci.

Spesso non ho resistito dal gustare qualche boccone della pagnottella acquistata croccante, dopo essermi seduto su una panchina della piazzetta, di fronte alla campagna primaverile.

Il forno è sempre presente nei pensieri del buon artigiano.

Egli racconta che, qualche notte, si sveglia di soprassalto, col timore di averci dimenticato dentro o una torta o un pollo che gli han portato a cuocere.

Ed è attento, alla domenica, al suono della campana che annuncia la fine d’ogni messa, poiché, all’uscita, molte donne si fermano al suo banconcello.

Tutte le mattine, con l’autobus, arriva qualche pensionato, che abita nei nuovi quartieri che hanno invaso la sottostante pianura e sono in continua espansione.

Fa l’ormai consueto acquisto di pane; torna a prendere una boccata d’aria tra il verde; scambia con calma due chiacchiere …

Nelle ore di riposo il fornaio si siede su un gradino; conversa spesso, sempre pronto nel filosofare popolaresco, con quei tre o quattro anziani che fanno lentamente la spola dalla piazzetta al circolo ricreativo, dove vanno avanti le interminabili partite a carte.


Il mare

Prima di conoscere montagna e colline, avevo sentito congenialità con il mare.

Mi ha sempre attirato lo spiraglio che s’apre tra un groviglio di vapori e libera un fascio di luce che raggiunge la costa e il mare, che appare come una lastra fragile e pallida.

I gabbiani volano lì sopra, mai stanchi.

Si adagiano, di tanto in tanto, creando l’illusione, da lontano, di una minuscola flotta varata dalle mani d’un fanciullo.

E li ho osservati quando si destreggiano nel rasentare gli alberi e le reti del barchereccio da pesca: sfiorano l’acqua muta, nericcia, oleosa.

Mi hanno sempre affascinato questi uccelli che rimangono invitti in mezzo agli elementi più mobili, suscettibili e rischiosi.

Da quando, adolescente, amavo le giornate tempestose, il vento che investe e che respinge, per poter sfondare la rabbiosa barriera, sino a farmi mozzare il respiro e aver le gote e le orecchie infiammate.

Era, quella, una sorta d’impavido slancio, d’assalto ardimentoso contro un avversario continuamente vinto, e pur sempre rinascente.

Il contrastato avanzare mi scolpiva lo scarno viso d’alterezza, mente procedevo lungo la riva.

Ed intanto i gabbiani, infittendo il loro verso sino a farne uno sghisgnazzìo, turbinavano sopra le onde, che assalivano, schiumose, l’incupita scogliera.

* * *

Nella mia giovinezza, il mare ha così spesso rappresentato libertà interiore, raggiunta con l’espandersi sconfinato della fantasia; ed anche desiderio di luce che rianima e purifica.

Ad esso hanno anelato i giorni della noia e dell’inerzia o quelli consumati da un’ansia esistenziale: tesi, tutti, verso la primavera che libera le sue vele dai moli algosi; che fonde fervidamente colori e ritmo nel gioioso ondeggiare; che inarca l’aperta riva incisa dallo splendore meridiano.

Ecco la sofferenza detergersi, farsi leggiera: la bianca nave, dopo aver superato il tormento dei marosi, risalta candida presso il molo, investita dal sole di nuovo irraggiante, anche se l’acqua attorno ad essa è ancora torbida di detriti.

Le brezze liberano la carne dalla sua pesantezza, dal suo sensitivo travaglio!

* * *

Ma spesso il mare si adagia in una profonda malinconia, specie dopo i vaporosi tramonti d’autunno, quando il disco rossigno affonda in mezzo a cumuli grigiastri e pesanti, che hanno coperto interamente la riva sullo smorto orizzonte.

E prima che il sole sia del tutto scomparso, i vetri delle case rivierasche gli inviano un pietoso addio, accendendosi come fiamme dorate, diventando poi come rubini, ma per poco.

Intanto, nel punto in cui il sole è sceso, si rimargina una debole ferita che rosseggia appena.

La superficie, tra i moli, si fa cerea, liscia, senza sospiri, e presto si muta come in una lastra di bitume solida e vasta.

Le lampade accese lungo le banchine si riflettono nell’acqua come rigidi pali.

Una nave che sosta al largo, solitaria, sembra ancorata al molo nero dell’infinito.

All’imbocco del porto le due lanterne occhieggiano tra di loro, come per farsi animo: rosso … verde … rosso … verde …

In certe sere sembra che tremolino fiammelle di lumini su di una nave che passa, ed è come trattenuta al margine di un nembo tetro, simile a fosca muraglia.

Nelle giornate di bruma, le rare persone che passano sul lungomare, diventano, nell’allontanarsi ad una ad una, ignare le une delle altre, simili ad ombre.

Il porto sembra perdere, con la sua fisionomia reale, anche il valore di simbolo di rifugio e di custode di memorie.

* * *

Ahimé, quante volte l’estro giovanile, un tempo così compiaciuto del suo ardire, si è posato neghittoso, simile a uno di quei gabbiani che, quando grava una fitta nebbia, vedo disporsi in riga in cima a un vecchio tetto presso il mandracchio!

Se ne stanno tutti inerti, l’uno accanto all’altro; sono in tanti, eppure è solo, ciascuno.

E anch’io rimango immobile, soprattutto con la mente e il cuore.

Non è più tempo di avventure spirituali …

Non passa più, ad invitarci, la nave degli Argonauti, con la sua vela gonfia di vento, e ancor più dell’unanime ardimento dei navigatori, animati dai canti spirituali del poeta Orfeo.

Non si naviga più, a tutte vele, “per il mar del bello” – come (anche lui sconsolatamente) diceva Giovanni Camerana – a conquistare “il sacro vello; | il vello d’oro della strofa lieta, | l’idea profonda e pazza, il sogno immenso” …


Non è più tempo di avventure

Non più sbocciano, ad attrarci con i vividi colori ed aromi, i fiori molteplici delle illusioni romantiche; non più foltezza di significati ideali, ma ovunque lo squallido radume provocato dalla demitizzazione, la preponderanza dell’effimero …

Che cosa ci resterà – si chiedeva Libero Bigiaretti – quando avremo finito di demistificare, smitizzare, dissacrare? Quale nuovo umanesimo si potrà configurare in un mondo che ha tolto dall’arte la figura umana o l’ha sconciata e ferita?

Non è più tempo di avventure intellettuali, di passione ideologica, dell’eroismo di chi è votato solitariamente alla penna, in quanto crede che, con la letteratura, si possa vincere la morte; che essa dia garanzia di sopravvivenza.

Rimane la quotidianità, dove norma è il gregarismo, l’accettazione dei gusti e degli atteggiamenti della massa, del luogo comune …

Mi aveva affascinato, in gioventù (come ho detto), l’avventura tardoromantica cerebrale e spirituale del proteiforme Papini; simpatia ho sentito, più tardi, per Vincenzo Cardarelli, forse l’ultimo paladino della letteratura assunta come valore assoluto.

Avventura intensa, anche la sua, nello dispiegarsi, anche se arenatasi, poi, nella solitudine del senilismo e nelle secche delle abitudini.

Ma nel Novecento gli spiriti più sensibili sono stati insidiati e logorati da una pena subdolamente penetrante e indefinibile. Già sul finire dell’Ottocento, Charles Guérin la diceva “pein qu’on ne saurait pas nommer”.

Divenuta condizione di esilio, di estraniazione, di sradicamento, rimarrà pur sempre male oscuro, senza definizione conclusiva, seppure rappresa nell’intimo: “impietrato soffrire senza nome” …


Sul colle

Era da tempo che non salivo più il colle sulla cui cima si leva la mole biancorosata della cattedrale, il cui portale è guardato da due mansi leoni stilifori.

Ora ho ripreso a ritornare più di frequente su questo promontorio, a forma di cùbito, che fu ricercato come sicuro riparo dai piloti delle navi greche, che qui sotto veleggiavano, e da cui scesero i coloni fondatori di Ankón.

Nella prima giovinezza ero spesso nel centro storico, anche perché vi abitava un amico, come me propenso a lunghe passeggiate durante le quali dosare silenzio e dialogo.

Venivo empiendomi gli occhi dell’ampio panorama marino che da quassù di discopre, dopo essere usciti da strette strade in penombra, fiancheggiate da eleganti portoni che immettono nel semibuio androne di palazzi gentilizi.

Le forme del paesaggio rivestite dai mutevoli effetti di luce, cui ero attento, sono poi rifluite, dopo una più o meno lunga pausa, in alcune mie poesie.

Sono ormai alti e folti i pini, i cipressi e gli altri arbusti resistenti ai buffi salmastri. Essi, sul pendìo prospiciente il porto, furono piantati lì dove sorgevano le case dell’antico nucleo anconitano, distrutte dai bombardamenti aerei, che qui – a causa del sottostante cantiere navale – infierirono durante l’ultimo conflitto.

Trovo un buon silenzio accanto alla cattedrale; una religiosità vi aleggia, proveniente da tempi immemorabili.

Gli sguardi dei naviganti, supplici o riconoscenti, si erano già rivolti verso il preesistente candido tempio dedicato a Venere Euplea, che rendeva favorevole la navigazione.

A un cinguettare rado sui coppi solìvi del tetto, un altro risponde, insistente, più in là, dal fogliame.

I rintocchi di una campana si diffondono con una vibrazione netta, da tanto quasi dimenticata.

Risuonano anche nell’anima, che, alfine, fa riudire la sua voce.

Voce che, un tempo, fluiva da un’ampiezza arcana; e che è divenuta sempre più fievole in mezzo alla fuga dei giorni corrosi dal malessere provocato dalle sensazioni esterne rapide, assillanti, che sconvolgono ogni pausa di raccoglimento …

Nel risalire il colle, mio scopo è anche quello, ormai, di sostare un poco nella cappella del Crocifisso, che è sita in quella di destra delle due absidi laterali del tempio.

Subì gravi danni durante i bombardamenti, ed è stata riportata dai restauratori alla primitiva nudità medioevale.

Il Crocifisso è issato sopra un altare marmoreo, spoglio di ornamenti e coperto da un lino. Palpitano davanti ad esso fiammelle di candele.

Il capo è reclino … Verso l’ora nona, l’agonia s’è compiuta; nel cielo, abbuiatosi sin dall’ora sesta, s’è levato il grido umanissimo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” e, poco dopo, s’è spezzato il grido estremo … Gocciola la ferita del costato …

Al giorno d’oggi, nei paesi del benessere, la girandola pubblicitaria ci circonda di immagini di corpi seminudi d’ambo i sessi, plasmati nella loro perfetta vigoria giovanile, promettendo il benessere fisico in ogni suo aspetto … Della morte è elusa, quasi rifiutata, la lezione severa; attivismo ed efficientismo la vogliono relegare ai margini della vita pulsante, cercando di dimenticarla il più presto possibile …

Ma, stando di fronte al corpo martoriato del Cristo, è come se, ogni volta, si presentasse la raffigurazione dello stesso immenso corpo dell’umanità, in tante parti piagato.

Anzi non v’è zona in cui non mostri i segni di profonde ferite passate, o le lacerazioni tuttora aperte, sanguinanti od infette, come sono quelle di guerre, imprigionamenti, torture, esodi, deportazioni, sfruttamento, fame, droga, morbi …


Transito

Nel tempo che trascorre come un’ombra
Ecclesiaste 7,1

Sempre più presto le sere dissolvono la gemma della luce nell’ombra squallida e pesante. Sembra che simili a steli appassiti, i giorni vi si ripieghino vacui ed inutili.

Non mai, come in questo transito, la vita appare l’indistinto riflesso d’un volo vanescente sullo specchio sterminato, infrangibile del Tempo.

* * *

I giorni di Novembre percorrono, l’un dietro l’altro, con eguale, misurato passo, le strade che conducono ai cimiteri, in specie a quelli un po’ solinghi in cima ai colli, da cui svetta un severo e serrato cipresseto; hanno il cancello rugginoso e stridulo e il cadente muro di cinta, barbuto di spessa edera.

Ogni camposanto li attende adorno d’una effimera fioritura e con l’aria tremolante di lumi e di preghiere.

I lenti giorni, che persistono nel loro costume di pellegrini vestiti di bigello, itineranti a capo chino e sommessamente oranti, ci richiamano a seguirli; a procedere meditabondi sul mistero dei novissimi, cioè degli eventi conclusivi che attendono l’esistenza dell’uomo sulla terra.

Passiamo in mezzo al pianto dei rami bassi, e in mezzo ai sempreverdi, la cui sofferenza, non manifesta, rimane in sé racchiusa, solitaria e austera.


La visione

Lumière, où donc es-tu?
Peut-être dans la mort …

Leconte De Lisle

I giorni terreni rasentano soltanto i cancelli serrati, le siepi sterpose e i recinti ininterrotti del mistero; e consentono di intravedere pallide immagini confuse, scomposte in molteplici frammenti.

Una volta usciti dai giorni, si paleserà la visione piena, unica nell’appagamento, risolutiva, perché circonfusa dalla luminosità ineguagliabile del vero nella sua interezza?


Per la morte della madre

Mia madre, sulla soglia dei novant’anni, era uscita anche dall’ultima degenza in ospedale, dove era stata ricoverata con i bronchi intasati dal catarro e con accensioni di febbre. La prognosi non poteva che essere infausta.

Ritornò a casa nel tardo pomeriggio, dopo che, nella corsia, l’infermiera era passata per il consueto controllo della temperatura; la sua si era, da alcuni giorni, normalizzata. “Così sa – le disse – che è stata dimessa senza febbre”.

Era un lento tramonto dell’autunno avanzato; un riflesso rossigno rimase appena, prima di spegnersi, sopra quello che doveva diventare il suo capezzale; e ciò mi parve (essendo io sempre rimasto sensibile alla malinconia vespertina) un triste presagio.

Dal secondo dopoguerra, per quasi un quarantennio, lei aveva lottato contro un’insidiosa asma bronchiale. Uno dei mali più tremendi, poiché, insorgendo con i suoi attacchi, talora repentini, aggredisce, ogni volta, il malato (e chi lo assiste, impotente) con la sensazione tragica che la fine stia per sopraggiungere.

Il torace è compresso da un’insostenibile pressione; l’aria non arriva ai polmoni e il polso affretta i battiti; il viso diviene livido per l’inadeguata ossigenazione del sangue …

Nell’immediato dopoguerra usava delle “carte” composte di specifiche erbe, che, bruciando, mandavano fumo medicamentoso: soltanto un palliativo.

Fu per lei un vero sollievo, quando un medico, alcuni anni dopo, le fece conoscere una specialità francese, un polverizzatore di vetro (adatto per gocce di un liquido prodotto dalla stessa casa farmaceutica) e dotato di una peretta; lei lo chiamava familiarmente “pompetta”: le era diventato inseparabile e vitale.

Avrebbe dovuto servirsene con moderazione, a causa del possibile effetto corrosivo sulle mucose, ma talora era costretta a farne un uso eccessivo.

La prima sollecitudine di mia madre, al mattino, era di spalancare le finestre per far entrare quell’aria che, tante volte, le stava per essere negata.

E rifletteva spesso sull’angustia soffocante e tetra della tomba, cui siamo destinati, richiamando l’atavica tafofobia, la paura di risvegliarsi lì dentro,dopo la sepoltura.

Cresciuta in un ambiente refrattario all’influenza religiosa, non era stata mai praticante, pur essendosi spesso soffermata in chiesa; e ricordava, al riguardo, le ore che aveva trascorso in un angolo del vasto tempio di San Petronio, durante la sua solitaria permanenza a Bologna, quando, sposata da poco, aveva seguito il marito colà ferroviere.

Dimostrava desiderio di conoscere. Leggemmo diverse volte, insieme, pagine evangeliche e, in particolare, quelle del “vangelo spirituale” di Giovanni, soffermandoci sul confronto, che si ripete serrato e assoluto, tra Gesù e i Farisei.

“Fino a quando terrai sospeso l’animo nostro? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente …” “L’ho già detto, e voi non mi credete …”

* * *

Anche della luce, mia madre dovette apprezzare la preziosità, poiché, per lungo tempo, a causa di frequenti emorragie ai capillari della retina di entrambi gli occhi, vedeva crescere davanti a sé macchie nere; e stava in continua ansia, paventando che esse si congiungessero e si facesse il buio attorno a lei.

Ogni volta che avvertiva una nuova emorragia, dovevamo correre presso l’oculista. Per fortuna l’essudato, seppur lentamente, veniva riassorbito e le macchie tendevano a schiarirsi.

Mia madre sembrava, quindi, esprimere in sé tutta l’insicurezza e la precarietà che la condizione umana può procurare, sino agli estremi della apprensione angosciosa.

Tuttavia, da lei ricevetti anche un protratto esempio di pazienza, di resistenza, di fiduciosa ripresa dopo ogni ricaduta ed affanno, anzi, talora, di sfida coraggiosa al male. Non di rado, poi, in certi giorni, l’ho vista provare la sorridente sensazione che il peso degli anni scemasse quasi per incanto; ed attendere con rinnovata lena alle occupazioni nella casa, di cui aveva sempre avuto gran cura.

La sofferenza conferiva al suo viso, rispecchiando l’interiore, un’aria di argentea, senile nobiltà.

Rimase parsimoniosa, secondo l’abito derivatole dalla durezza dei tempi che aveva dovuto attraversare (durante il ventennio fascista, le due guerre, i dopoguerra); e mai lo smise, sebbene non si facesse mancare – in seguito, potendolo – il necessario e qualche piccola comodità.

Negli ultimi anni apparve maggiormente austera.

Ma si rivestiva con cura, richiamando il non del tutto spento garbo giovanile, quando dovevo condurla periodicamente nello studio di un noto medico, che le curò una pericolosa fibrillazione cardiaca, finché il cuore non ritornò a battere con regolarità e resse sino alla fine.

Era un professionista dal viso aperto, un po’ professorale e vanitoso, ma affabile, e mia madre più volte gli espresse la sua particolare fiducia.

Quando non poté più uscire di casa, conobbe lunghe e grevi ore di solitudine.

Sedeva accanto alla finestra; si distraeva con l’osservare per la via il consueto passaggio o il rientro di determinate persone, deducendo l’ora; attendeva che giungesse il momento della cena, frugale, ma che lei appetiva. La consumava all’imbrunire, inzuppando uno sfilatino nel latte, suo abituale alimento, che pur macchiava con buon caffè.

Rimase sempre presente a se stessa; ebbe esatta la consapevolezza della realtà sia domestica sia di quella esteriore, pur sottoposta a così rapide trasformazioni e deformazioni.

Certo, le era sempre più difficile riconoscersi in essa, anche perché aveva conservato nell’intimo, incancellabile, la memoria della più autentica umanità vissuta nella lontana fanciullezza; ma quanto poi contraddetta dal prevalere dei disvalori operato dai tempi ...

Trovava gran compagnia in una radiolina, dalla quale ascoltava con puntualità le notizie; ma anche conversazioni, la dizione di poesie, l’esecuzione di brani d’opera, essendo lei rimasta, pur sempre, sensibile al bello.

Si tratteneva, di tanto in tanto, al telefono, con coetanee, come lei superstiti, parenti o conoscenti, confidando scambievolmente impressioni, malesseri, timori, speranze. Attendeva la visita di una vicina, ciarliera e informata.

Poté sempre aver cura della sua persona.

Negli ultimi mesi di vita, purtroppo, per circostanze diverse, fu in mano ad assistenti e nottanti mercenarie; queste, anche con i loro modi, destavano il sospetto che fossero capaci di esercitare più o meno larvati soprusi su persone deboli ed indifese,in loro balìa; ma erano esse quelle che controllavano l’assistenza privata.

Ebbe poi accanto una vicina, d’origine abruzzese, prestevole, pratica e attiva.

Nonostante gli antibiotici, il catarro riprese presto ad invadere bronchi e polmoni e a provocare eccessi di febbre, mentre diveniva più difficoltosa l’espettorazione; le crisi di dispnea si facevano più frequenti e penose, appena alleviate dalla somministrazione di ossigeno.

Bruciavo anche, al fine di arrecarle un qualche sollievo, polvere ottenuta dai semi di stramonio (che mi aveva fornito un anziano farmacista erborista), spargendone il fumo nella stanza.

Drammatica fu la notte che si concluse con il trapasso.

Come se si trovasse smarrita sul confine ormai labile tra la vita e il regno oltremondano, invocava, da prima sommessamente, e poi anche con grida, sua madre ed altri parenti defunti da tempo, forse perché le venissero incontro, con la loro presenza rassicurante, nella plaga ignota.

Li avrà scorti; una luce si sarà aperta nella tenebra …

Verso l’alba si calmò … Stremata, con la bocca riarsa, con le labbra (che nel viso disseccatosi erano, per più giorni, rimaste, quasi per prodigio, soffuse di un pur pallido rosa) anch’esse spente, chiese appena il refrigerio di un poco d’acqua.

Ma ormai apparteneva all’altra realtà … Con alcuni sussulti del capo, ma con dignità, vi entrò serenamente.

(gennaio 1984)


Visione escatologica

Inumidita dal fiato di nebbia, che la notte ha esalato, la pianura in lontananza si congiunge ad ancor dense colline, ove nereggiano selve.

Un sentiero mi attira: si arrampica sino alla cima di un’alturetta, che ormai si riempie dello svolazzamento e del cinguettìo di uccelli abitatori di una cupola di rami.

In mezzo al silenzio, una fonte, un po’ discosta, gorgoglia ed invita.

L’acqua, che si raccoglie in un cavo erboso, piano piano schiarisce all’albeggiare, che viene a visitarla.

Dalla nicchia di una rustica cappelletta, un viso di Madonna, rivelato anch’esso dal chiarore, inaspettatamente sorride, pur con espressione lieve e pensosa.

Sono uscito dalle immagini di un sogno, a lungo confuse e frammentate, che non hanno raggiunto una completezza intelligibile; ora accese, ora sfumate, sino a dissolversi.

Attendo il conforto della luce, nella disposizione ad accoglierla quale intemerato manifestarsi dell’Essere, che in essa s’avvolge come in un manto, secondo la figurazione fulgida del salmo, che mi sale alla mente.

Un corso d’acqua quasi scompare tra gli arboscelli che trattengono impigliate le ombre; ma laggiù torna a palesarsi e scivola spedito incontro al giorno che viene …

* * *

Nella storia umana (sia individuale sia collettiva) sorge, di tanto in tanto, una luce nuova. Allora la caligine dell’incertezza si dirada; si fortifica lo slancio che libera segrete energie spirituali; in questo o quel popolo, esse indicano traguardi di perfezionamento umano e sociale, guidando ad abbattere oppressioni d’ogni sorta, a frantumarne anche gli esecrati simboli, a lungo sovrastanti.

Eppure l’intenebramento, qui diradato, si consolida in altre zone della Terra; s’espande, sia palese sia sotterraneo, pur sempre asservente e disumanizzante; protende fantasmi, talora subdoli ed allettanti.

Valgono tuttora la riflessione e l’interrogativo che si poneva Novalis: “Attualmente l’anima non si risveglia che a piccoli sussulti; quando, dunque, si desterà essa del tutto e l’umanità avrà una coscienza comune?”

Si svilupperà, sarà alfine operante tale coscienza?

O in una Terra sempre più intorbidata e ridotta ad un accumulo di rifiuti e di scorie, sarà anche inevitabile l’intorbidamento delle coscienze?

O è troppo audace pensare ad una vigorosa azione autonoma, taumaturgica dello Spirito, supremo fattore, riformatore d’anime, restauratore di giustizia e di pace?

Ma intervento imperscrutabile e non preannunziabile, anch’esso…

Pur, come ebbe a dire Paolo VI, “l’avvenire dello Spirito è imprevedibile”.

* * *

Si librerà, e trasvolerà lo sfolgorante Risanatore e Rinnovellatore, sul deserto che s’accresce; sulle moltitudini inerti, prostrate dalla fame e dalla sete e languenti per le malattie; e sulle turbe disorientate nella fuga dai luoghi minacciati dalla brutalità della guerra o vessati dal tallone della dittatura …

E sulle baraccopoli, caterve di lamiere e di stracci, dove brulica un’umanità miserabile, che abbandona nel fango grappoli di bambini; e sui bambini schiavizzati nel lavoro o finiti nelle maglie dello sfruttamento sessuale; e sui carcerati stipati nelle celle disumane dagli oppressori e dai tiranni …

Nelle città del benessere si fermerà sulla gioventù, quando, ancheggiante e insonne, sfrena vanamente le sue energie in orge di suoni e di luci; e sulle strade notturne dove strisciano i vizi, che spingono all’abbrutimento, alla droga, al morbo, alla violenza … Trasvolerà, sanificando …

Sulla solitudine che si espande e fascia isteriliti corpi senili ed animi; sulle ombre in mezzo alle quali s’aggrinzano le bacche chiuse e amare che il pensiero produce al posto delle vivide corolle aperte alla fiducia nella luce futura …

Saranno risanate le zone putrescenti e tenebrose della Terra e “le cose di prima non verranno più nella memoria”.

* * *

Dopo il prolungato mistero racchiuso negli eventi, nella loro successione ognora intrisa di lacrime e di sangue, l’Essere Universale comporrà alfine le frammentarie conquiste raggiunte dall’Uomo?

Non avranno valore i progressi della scienza e della tecnica, pur strepitosi, ma che si sono rivolti, tante volte, contro l’uomo stesso. Avrà valore il perfezionamento più arduo, cioè quello raggiunto nella sfera spirituale e umana; per l’instaurazione di un mondo di giustizia e di pace, e anche di fraternità nel segno dell’origine comune e del comune destino.

Saranno preziose le sofferenze immani, i pianti dei bambini, la disperazione delle donne, i gemiti dei vecchi …

L’Essere affrancherà i traguardi conquistati da ciò che di manchevole e di defettibile ancora contengono; colmerà tutto quanto è rimasto incompleto e imprimerà alfine il suggello della definitiva completezza, che sarà pacifico gaudio sotto i cieli rinnovati.

Alla fine del Novecento


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