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Popolo di plastica - Dialogando con Dio

Il volume che comprende le due sillogi (entrambe tradotte in inglese), si apre con “Popolo di plastica” di Myriam Pierri.

La poetessa svolge una serrata meditazione sull’uomo e sulla sua travagliata storia. Riferendosi alla sostanza che è uno dei prodotti tipici dell’epoca contemporanea, si sofferma su quello che definisce “popolo di plastica”, in quanto vive in un “mondo contraffatto”, in cui sono declinati gli autentici valori umani e sociali.

Così ci si presenta uno scenario che va coprendosi d’ombra (“fa bruno ogni giorno”): è quello d’un mondo agnostico, che, smarrito il sentimento del divino, (“Si scopre vuota la scena in templi d’abbandono”), ha sostituito ad esso la predilezione per l’effimero e il contingente; l’adorazione di numerosi idoli, come quelli del predominio tecnologico e della ricerca del benessere materiale.

Tale ricerca, perseguita a lungo in alcune parti della Terra, ha inferto a questa, con l’inquinamento, gravi danni, per cui essa appare “ferita … resa fango, cenere …”.

C’è, al contrario, una numerosa umanità che giace nell’indigenza.

A conforto suo – e del lettore – la poetessa fa balenare, a tratti, visioni palingenetiche, che discendono dalle bibliche rivelazioni profetiche.

Esse raffigurano un’umanità rinata nello spirito (“la vita del mondo resa spirito”), pervenuta, alfine, alla “pienezza della pace” e su cui s’espandono i cori celesti, dentro una luce che non conoscerà tramonto.

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Anche nella seconda silloge che compone il libro ed ha come titolo “Dialogando con Dio”, ritroviamo l’adesione alle esigenze della spiritualità, espresse qui in maniera manifesta e vivida.

L’autore Giovanni Campisi, infatti, rifuggendo dalla poesia (qual è stata, in gran parte, nel Novecento) aridamente rannicchiata su sé stessa e riluttante all’effusione del sentimento che sgorga spontaneo dall’intimo, vuole, per dirla con Paul Claudel, “Laisser le coeur chanter dans son propre langage /…parce qu’on a le coeur trop plein”.

“A me piace cantare l’amore / che sboccia, che sale, che brilla, / come una scintilla di luce al sole / … e fa trepidare il cuore.” dichiara Campisi.

Egli inizia la silloge con la domanda fondamentale: “Chi sono, Signore?” e subito confessa di essere l’uomo che Dio ha creato e che Dio ama.

E’ un amore che va corrisposto, purificandolo di continuo. Dall’amore di Dio, deriva quello rivolto ad abbracciare fraternamente tutti gli uomini, in quanto figli dello stesso Padre; anche se il poeta riconosce i contrasti, le contraddizioni, le debolezze e le incertezze, che, dentro e fuori di lui, ostacolano l’attuazione del proposito di donare tutto sé stesso: “Sono il perdono e il non perdono / – ammette Campisi – sono il dono e il non dono, / sono il buono e il non buono”.

Nel continuo dialogo con Dio, si leva l’invocazione perché rimangano puri e lucenti “gli occhi dell’anima”: è nell’interiorità della coscienza, infatti, “in interiore homine”, che la verità risiede; ed è lì che avviene “il contatto immediato con Dio”.

I versi, qua e là rimati, assecondano duttilmente sia i passi ragionativi, sia gli stati emotivi; acquistano agilità e freschezza nelle occasioni di sana gioia, come quando rievocano la nascita del figlio del poeta o descrivono una giornata primaverile trascorsa in seno alla natura, nella “stagione degli amori”.

In particolare, nella lirica dal titolo “Ero – Sono – Sarò”, accompagnano con ritmo ascensionale la mistica elevazione dell’anima, il cui volo assurge e culmina “nello sconfinato / oceano / universale”, raggiungendo il supremo gaudio.

Recensione
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