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Salvatore Quasimodo e la vecchia madre

Salvatore Quasimodo nacque il 20 agosto 1901 a Modica (Rg), dove suo padre Gaetano era capostazione. Sua madre, Clotilde Ragusa, si trasferì presto, con il neonato e con il primogenito, nella casa dei nonni paterni a Roccalumera*. Lì il nostro trascorrerà l’infanzia, rimastagli così grata nella memoria … Gaetano venne spostato in varie sedi, fino a che ebbe l’incarico, nel gennaio 1909, di riorganizzare i servizi ferroviari a Messina, dopo il disastroso terremoto. Quasimodo lasciò diciottenne la Sicilia, con il diploma di geometra che aveva conseguito; portava con sé anche “alcuni versi in tasca”. Dopo aver dimorato, come impiegato del Genio civile, in varie città, poté realizzare le sue aspirazioni letterarie, pubblicare libri, tra cui, in particolare, i “Lirici greci” nel 1940. Nel 1941, per “chiara fama”, gli venne conferita la cattedra di letteratura italiana presso il conservatorio “G. Verdi” di Milano. Nel secondo dopoguerra Quasimodo pubblicò sillogi d poesie “impegnate”; ne “La vita non è sogno” (Milano, 1949), è inserita la lirica “Lettera alla madre”.

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In tale “lettera” idealmente indirizzata, con espressioni semplici, familiari, alla sua vecchia madre lontana, il poeta a lei si rivolge con l’attributo di “mater dulcissima”, dimostrando di aver custodito da sempre, dentro di sé, un affetto ispirato a religiosità.

Sa che non sta bene in salute e che vive con rassegnazione la lontananza del figlio, il quale, per di più, le fa giungere di rado sue notizie.

Egli, ora, dopo averle riferito del clima freddo, umido, nebbioso di Milano (e quindi ben diverso da quello della terra natale, ma al quale s‘è adattato …) vuol far conoscere alla madre soprattutto il suo stato d’animo, che è incerto, poiché egli confessa di esser spesso inquieto (“Non sono in pace con me” …); riguardo poi al contesto umano e sociale, in cui s’è trovato, personalmente non ha arrecato offesa a nessuno, e quindi ad alcuno deve chiedere scusa; molti, al contrario, lo hanno fatto soffrire.

Ma Quasimodo torna con il pensiero al passato, a quando, appena diciottenne, lasciò la casa paterna (e fu quasi una fuga notturna …), con indosso un corto mantello e in tasca alcuni fogli di poesie, a significare i suoi sogni letterari. Ricorda di esser salito sul treno nella stazione di Licata, uno scalo da cui partono convogli carichi di mandorle e di arance, sito alla foce del fiume Imera, piena di eucalipti e di voli di gazze.

Era un ragazzo dal temperamento emotivo, impulsivo; e gli sono ancora rimaste impresse le parole (e le riporta nella lettera) che esprimevano tutta l’apprensione di sua madre: “Povero, così pronto di cuore, lo uccideranno un giorno in qualche luogo”.

Ma egli poté affrontare con un certo sorridente distacco le avverse circostanze della vita, senza subirne troppa pena, proprio grazie al senso della mite ironia, che aveva imparato dalla madre; e tale ironia aveva pur sempre conservato negli anni …

Ma adesso è il figlio a stare in ansia per la madre malata; per lei e per i parenti, che ormai sono avanti negli anni, e aspettano, ma senza saper bene che cosa … La loro attesa è quella della morte.

E alla morte il poeta si rivolge, chiamandola “gentile”, perché sia clemente; la prega di non volere, ancora per un poco, fermare il battito dell’orologio appeso al muro della cucina (egli lo ricorda bene, perché quel quadrante smaltato, dipinto di fiori, aveva segnato il tempo dell’indimenticabile infanzia …); di non voler colpire le deboli mani, il debole cuore dei vecchi.

La morte non darà certo risposta a questa preghiera … Essa, tuttavia, finora è stata pietosa, avendo conservato, nella dimora di sempre, la vecchia madre.

E il figlio, nel chiudere la lettera con uno struggente “addio, cara, addio”, a lei ripete devotamente “mia dulcissima mater”.

* Roccalumera, in prov. di Messina; vi è stato istituito il Parco Letterario S. Q.

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“Carta e Penna” 2012 Finalista Franco Orlandini per l’opera “D’altre serenità”

Motivazione: Con un giuoco armonioso di accelerazioni emotive e di riflessioni intorno alla vita d’ogni giorno, interpretata con grande apertura mentale e filosofica, Franco Orlandini offre un mosaico di luce anche laddove l‘orizzonte scivola via in preda ad una soffusa malinconia e ad una nostalgia comunque liberatoria.

Il tono delle poesie è raccolto e studiato con cura certosina.

Talora si intravvedono sfumature scintillanti e riflessi intersecanti, quasi a convalidare un compendio poetico che riesce a mescolare, con sapiente serenità, le varie stagioni del vissuto e ad offrire soste e incontri senza confini di sorta.

Fulvio Castellani

Materiale
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