Servizi
Contatti

Eventi


Scipio Slataper (1888-1915)
Ricordando uno dei letterati caduti nella Grande Guerra

La giovinezza di Scipio Slataper fu troncata, come quella di parecchi altri letterati, dalla Grande Guerra. Egli nacque nel 1888, a Trieste, in una famiglia abbiente, poi decaduta. Dopo aver conseguito la maturità nel 1908, il giovinetto vinse una borsa di studio per la frequenza dell’Istituto di Studi Superiori a Firenze.

Nel capoluogo toscano egli venne a contatto con la rivista “La Voce” diretta da Giuseppe Prezzolini, dopo che aveva cessato le pubblicazioni “Il Leonardo” di Giovanni Papini. Slataper ammirava i due scrittori: “Papini e Prezzolini, tempre di battaglia, che io amo”. Il nostro divenne assiduo collaboratore de “La Voce” e nel 1912, per conto della “Libreria della Voce”, uscì l’opera “Il mio Carso”, l’unica di narrativa di Slataper, ma con la quale egli ha un suo posto nella letteratura italiana del Novecento.

Il libro non è propriamente un romanzo, ma – come ha scritto Giulio Cattaneo* – si presenta “composito e discontinuo, se non disorganico”; esso è nato nel clima del frammentismo vociano, che richiama i nomi di Sbarbaro, Boine, Rebora, Jahier … Il carattere della prima parte è quello evocativo; ed ecco ricordata la casa: “La nostra casa era bella e patriarcale. L’atrio era come un grande tempio, arioso …Era la casa del nonno in cui abitavano i molti suoi figliuoli …” Ma Slataper ricorda con particolare affetto il giardino: “Il nostro giardino era pieno d’alberi.”

Nella sua esuberante fanciullezza egli l’aveva esplorato in ogni angolo; era agilissimo nell’arrampicarsi su per i tronchi, sino alla cima, da cui vedeva i coppi rossi della casa, pieni di sole e di passeri. Egli era il primo a gustare i frutti degli alberi fruttiferi. Il ragazzino usciva anche dal giardino, per correre con i ragazzi di strada, sino a concludere “E alla sera m’addormentavo disteso sul letto mentre ancora mamma mi levava le calze piene di terriccio e ghiaiola”. Ed è questo il primo ricordo della madre: “Cara e buona mamma mia” … Anche i giorni della vendemmia erano rimasti vivi in Slataper: ”Bella è la vendemmia. Nella vigna vanno grida e risate … Buona è l’uva, addentata a grani dal tralcio …”

Da ragazzo Slataper ha amato la natura; si sentiva libero, potendo correre, nel vento, “con l’animo largo e fresco, come la bianca fuga dei colombi.” Camminava, guardando tutto con “affetto fraterno, poiché la terra ha mille segreti”. Provava la voglia di cose lievi, fresche, di rose gonfie di rugiada! Trovandosi nel silenzio del bosco, era indotto a “rimparare” a pregare. Nelle pagine dedicate alla natura, che spiccano nel libro con la loro forza poetica, Natalino Sapegno** ha visto la qualità di un “lirismo acerbo e esplosivo, germinale e indistinto, ma schietto e tutto immerso nei sensi e nelle cose.”

Più avanti nel libro, Slataper è tornato a parlare di sua madre: “Mamma è malata …Io vorrei difenderla contro il male e tenerla allegra”. Egli dice che sua madre era sempre rimasta buona, pur avendo molto sofferto nella vita; piangeva in silenzio, senza dir mai una parola d’odio. Il nostro l’aveva vista piangere di nascosto, quando gli affari del marito andavano verso il fallimento … Slataper, a tal proposito, ricorda come suo padre reagì al disastro economico con virile compostezza: “Babbo m’ha insegnato a tacere e a disprezzare il dolore”.

E nei periodi di dolore il giovane Slataper ritornava, per ritrovarsi con sé stesso, nella zona del Carso. Il Carso è il vasto altopiano calcareo che va lungo il confine orientale del Friuli-Venezia Giulia, si distende da Gorizia sino all’Istria, passando per Trieste. Slataper ne ha descritto il paesaggio aspro, selvaggio, cosparso di grigi macigni, spazzato dalla bora, con l’acqua che scompare nelle spaccature, con i ginepri aridi, le grotte fredde e oscure. E il nostro si ritirò sul Carso, in particolare, nel 1911, dopo che nel maggio 1910 si era suicidata la giovane ch’egli amava, Anna Pulitzer, appartenente ad una famiglia della borghesia triestina. Egli l’aveva soprannominata Gioietta. Immerso nella solitudine, rimpiangeva la dolce creatura, fresca e odorosa come l’alba, simile a “un’alberella di primavera”.

Slataper si sentiva colto da sensi di colpa per non aver compreso in tempo il disagio esistenziale che aveva portato la ragazza al suo gesto disperato; per non averla capita. Egli fa lunghe considerazioni sulla morte e sul suicidio … Alla fine il nostro decise di riprendere la sua vita, il lavoro; egli conseguì la laurea in lettere, si sposò, ebbe un figlio … Gli articoli pubblicati da Slataper nel 1915 furono tutti politici, a sostegno della causa dell’irredentismo e dell’interventismo.

Suddito dell’Impero Austro-Ungarico, ma con la madre di origine italiana, il nostro aveva nutrito sin da ragazzo sentimenti di italianità. Si commuoveva, leggendo di Guglielmo Oberdan e delle imprese di Garibaldi. Entrata l’Italia in guerra, Slataper si arruolò volontario nell’esercito italiano; partì per il fronte il 2 giugno 1915; a dicembre egli si offrì per una rischiosa azione sul Podgora e lì trovò la morte.

-----------------------------

*Nella introduzione all’edizione del 1999 di Fabbri Editori
** Nel “Compendio di storia della letteratura italiana” Vol. III, Firenze, 1972.

Materiale
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza