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Sono ormai trascorsi molti anni da quando, maestro elementare di prima nomina, arrivavo, ogni lunedì mattina, nella stazíoncina ferroviaria di G. ed era ad attendermi, con la sua grossa automobile nera, Pompeo, che svolgeva servizio pubblico di tassista in quella zona montana, che rimaneva fuori dalle linee delle corriere.

Doveva condurmi in un villaggio situato sopra un'altura, dove era la minuscola scuola assegnatami; e il suo era un continuo lamento per i pneumatici che, come affermava, si logoravano rapidamente a causa del pessimo stato della strada, cosparsa, per di più, per lunghi tratti, di aguzze scaglie, che cadevano dalla roccia scheggiosa sovrastante.

L'autista era un tipo alto e robusto, ancora abbastanza giovane. L'espressione della sua faccia grassa era un poco intorpidita, pare da quando aveva subito un serio incidente con la motocicletta, che usava nel tempo libero. Ma era anche sornione di natura. A volte egli lasciava trasparire una sensata conoscenza d'uomini; era al corrente di segreti, a causa del suo lavoro, ma sapeva ben custodirli: ascoltava, osservava ed era scarso di parole.

Dovevamo, dapprima, attraversare una gola dalle scabre pareti qua e là ricoperte di cespugli densi, sempreverdi. Si procedeva spesso tra una fitta nebbia, nel silenzio rotto dal rumoreggiare dell'acqua d'un fiumiciattolo nel suo letto sassoso. E il nebbione tramutava ogni forma reale in fantasma.

Trovai alloggio presso una vedova, che viveva da sola. Vestita di nero, secondo il costume femmineo del luogo, aveva il volto asciutto, aggrinzato come un'annosa corteccia; pur di corporatura scarna, si mostrava ancora assai resistente. Rabbiosamente legata alla terra, passò – ricordo – molte giornate, pur esposta ad un vento a tratti gagliardo, a menar colpi di piccone sulla dura pendice, per scavare un lungo fossato da piantarvi viti.

Nei lenti pomeriggi d'inverno, con le straducole impantanate o con le raffiche di tramontana lì ad assalirti appena voltato un angolo, andavo a trascorrere, presso qualche famiglia, un po' di tempo, ristorato dalla fiamma del focolare. Ma mi ritrovavo senza compagnia, ché le donne e gli uomini avevano sempre qualche faccenda da sbrigare all'esterno.

Marta, invece, si concedeva lunghe pause di riposo; sembrava in attesa di poter scambiare quattro chiacchiere davanti al fuoco ed anche ad una tazzina di caffè, che lei preparava con cura.

Rimaneva nella casa silenziosa per lunghi periodi d'inverno, poiché il marito stava presso una figlia, in una valle vicina, dove possedeva altri campetti. Interrompevano così i lunghi litigi.

Mi recavo talvolta dal parroco, che aveva una solida costruzione a un piano e attiguo (unica risorsa di una parrocchia tra le più disagiate in quella zona depressa) un pezzetto di terra coltivata a orto e a vigneto. E lì impiegava gran parte della giornata.

Quando era brutto tempo restava dentro uno stanzone ingombro di utensili, occupato nel lavoro manuale. Ma questo, a detta della perpetua, non era altro che un lavoracchiare inconcludente, mentre lei, ogni tanto, si metteva a sedere in modo pesante, esagerando le faccende, e la fatica occorsa per sbrigarle. Pur grassoccia in apparenza, attribuiva la continua fiacchezza che si sentiva addosso, allo scarso cibo che passava la mensa del parroco, il quale, invero, era sempre alle prese con le difficoltà economiche.

Sgraziata nei modi, guardava di sfuggita con i suoi occhi bovini, di cui uno storto. Superata, in parte, la ritrosaggine, poteva anche farsi loquace, in specie quando ricordava il bel tempo che aveva trascorso in una cittadina, al servizio di una vera signora. Il succedersi di circostanze a lei avverse, l'aveva poi condotta lassù... Alcune volte appariva svigorita già di primo mattino, poiché, nelle lunghe notti, o a causa dello stomaco effettivamente languido, ma ancor più per le sue immaginazioni, stentava a prender sonno, in preda a pensieri angosciosi.

Arrivati finalmente alle soglie della primavera, ecco alzarsi ancora, a giorni, insistente la voce robusta del vento; tornava a farsi urlìo da tregenda quando s'infilava veemente giù per il camino.

Le nuvole continuavano a transitare senza fine. Però il sole rimaneva sempre più scoperto; riluceva, oltre i bruni querceti, sopra qualche chiazza di verde nuovo.

Ritornava il marito di Marta; e già di lontano lo si sentiva avvicinarsi come "un ciclone, una furia" – così diceva la moglie – con le sue mucche e il carro cigolante, pieno di sacchetti di sementi e di attrezzi rimessi a nuovo e lustrati. Era un uomo non più giovane, basso di statura, ma tutto nervi e muscoli, capace di reggere bene la fatica.

Le mucche (due paia) erano le compagne delle sue giornate dedicate ad un intenso lavoro. Mentre le puliva accuratamente o le conduceva all'abbeveratoio o preparava la lettiera, parlava e parlava con loro, che, pazienti, rispondevano, di tanto in tanto, con un breve muggito o col movimento della giogaia o dei grossi occhi miti.

Confidava loro i suoi progetti; le lodava per il lavoro compiuto; ma, riversando sulle povere bestie le insoddisfazioni, l'acrimonia, pur frequenti erano i rimbrotti per la loro pigrizia o per quella ch'egli riteneva ingordigia d'erba fresca o di fieno.

Soltanto con il mese di maggio, la buona stagione diventava piena e sicura. L'aria si riempiva, giorno dopo giorno, del delicato profumo delle rose canine sbocciate nelle siepi poco fuori dell'abitato.

Durante le mie passeggiate mi capitava di incontrare il parroco. Era di salda corporatura e, sulla cinquantina, ancora un buon camminatore. Se ne andava con passo regolare, appoggiandosi ad un robusto bastone; aveva la sottana tirata su sino alla cintola; sul capo un ampio fazzoletto bianco annodato. Non possedeva un proprio mezzo di trasporto, tanto necessario in quei luoghi dalle notevoli distanze tra i centri abitati; era riuscito a procurarsi una "vespa", ma, a causa di una sbandata in una delle numerose curve, si era fratturato un braccio.

La mattina, per tempo, si potevano vedere due o tre donne insieme, dirette verso questo o quel paese (che si sarebbe riempito di gente, essendo giorno di mercato), per esercitarvi l'accattonaggio.

Attraversavano un laureto, in cui si prolungava il gorgheggìo notturno degli usignoli; si allontanavano, poi, brune e silenziose, ma con passo usato e spedito, giù, lungo un sentiero, verso la strada maestra ...

Di lì a poco si sarebbero udite, miste a qualche belato, le solite canzonette gridate, di tanto in tanto, da chi cercava di lenire la noia opprimente.

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