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Sulle tracce di Nausicaa

Nella prefazione al libro Sulle tracce di Nausicaa, Franco Lanza definisce quella dei Miano un famiglia di editori-letterati.

Alessandro, fratello maggiore di Guido Miano (fondatore della casa editrice omonima) ideò e diresse, negli anni Cinquanta, la rivista di letteratura e filosofia “Davide”, con la quale perseguì l’intento di contribuire alla rinascita spirituale e culturale e di favorire altresì, anticipando i tempi, il dialogo tra intellettuali laici e cattolici.

Postumo è stato pubblicato il suo “Canzoniere dell’anima” (1966), per il quale egli è stato definito, da parte di valenti critici, “poeta dell’Assoluto”.

In un tale indirizzo di spiritualità ha proseguito Guido C. Miano, anche nella compilazione del volume suddetto.

Poeta egli stesso, adottando una succosa forma epistolare, si è rivolto, con la squisita sensibilità e umanità proprie d’un rapporto amicale,singolarmente a una settantina tra poeti e poetesse italiani contemporanei.

Di ciascuno (da lui conosciuto attraverso gli scritti e, in qualche caso, di persona) Miano ha messo in rilievo i caratteri che ha ritenuto salienti dell’opera e, talora, anche della personalità.

Ha preso, nel contempo lo spunto per sviluppare una varietà di considerazioni di ordine estetico ed etico, nei confronti dei molteplici e contrastanti aspetti della realtà contemporanea; ha suffragato il suo dire con copiose citazioni tratte da autori sia classici sia moderni.

La prima “lettera” del volume è indirizzata a Mario Luzi, nelle cui ultime opere, Miano ravvisa la disposizione alla ricerca della verità, oltre il flusso degli avvenimenti storici, in una prospettiva metastorica, con una “tensione vitale verso l’unità dell’Essere”.

Ricerca non astratta, ma condotta perché ne derivi anche nell’uomo l’autenticità del senso dell’esistere.

Segue la lettera idealmente scritta per Davide Maria Turoldo(1916-1992), poeta che, nella sua sofferta vocazione letteraria di carattere religioso, rivelò spirito profetico e sincera ansia di palingenesi.

Del friulano frate servìta vien messo in luce il verso rude, scevro di ornamenti, ma incisivo, appassionato (“Non per me il pulito verso./Uno scabro sasso la parola/nelle mie mani”).

In tale lettera il Nostro ha avuto modo di rievocare suo fratello Alessandro, riferendo che Turoldo , a proposito della rivista “Davide”, diceva: “Dovreste rifarla come allora … magari con la stessa sobria impaginazione …”e intanto gli brillavano gli occhi a vedere i nomi dei tanti illustri scrittori e filosofi che, nel

secondo dopoguerra, avevano preso parte a quella fiduciosa “grande avventura”.

Miano ha ribadito come la “componente spirituale”non sia stata estranea alla letteratura e all’arte del Novecento, nonostante i tanti aspetti negativi del secolo.

Egli riporta, al riguardo, alcuni pareri, tra cui quello di Pietro Citati, il quale scrisse:”Sia pure in dimensione atea, anche il ventesimo è un secolo ascetico … Da Musil a Proust a Simone Weil, i maggiori scrittori di questo secolo sono stati anche degli asceti”;nonché la dichiarazione di Marc Chagall: ”Io sono un mistico, il mio lavoro è preghiera. Guardo le cose non con gli occhi, ma con l’anima”.

E’ pur vero che il tirocinio interiore (che Miano trova operante nei diversi poeti cui via via si rivolge) e l’affermazione dello spirito, che vuol liberamente espandersi con i suoi originali attributi (e la vera poesia è una proiezione della sua creatività) sono divenuti sempre più sofferti, perché contrariati dalla complessa e ambigua realtà, dominata dalla fredda tecnologia, dal consumismo edonistico, dall’inerte conformismo.

I veri “paesaggi dell’anima” si fanno più lontani …

Affiora quindi il malinconico interrogativo se la scrittura poetica abbia ancora una sua funzione, considerando che sta per perdersi in mezzo ai discorsi parolai e alla girandola delle immagini televisive; in mezzo al ritmo accelerato e rumoroso, impresso dai tempi all’esistenza.

Ma è anche incapace di comunicare un qualche incisivo messaggio, certa poesia che si riduce alla futile improvvisazione dei verseggiatori o al calcolato esercizio formale di chi vuol nascondere il vuoto delle motivazioni interiori.

Miano scrive: ”Basterebbe osservare il panorama odierno delle patrie lettere:non è facile evitare stilemi alla moda, ridondanze barocche, sovrastrutture formali … barocchismi gratificanti, simbolismi di gusto decadente.”

Rimane perciò esemplare la lezione di Ungaretti, che sentì la parola poetica provenire dalle profondità dell’anima, come suggestiva, e spesso umanamente sofferta, rivelazione.

Rimane altresì la nitida lezione di Quasimodo, derivata dalla devozione verso i poeti classici.

Nelle traduzioni dei lirici greci ad opera di Quasimodo (rimasto sempre con l’animo rivolto verso la natìa Sicilia “greca”), Miano ravvisa “più che un esercizio formale, il segno tangibile di un’esigenza profonda , carnale, quella di inseguire il sogno temerario della remota beltà, ipotesi e mito di un modello di civiltà”.

E così, rivolgendosi ad alcuni poeti siciliani, dalle cui composizioni gli sembra si levino fragranze isolane, Miano manifesta il suo rimpianto della comune terra d’origine …

Riguardo all’antica Trinacria, egli riferisce l’ipotesi formulata da alcuni studiosi**, secondo cui la principessa Nausicaa, andata sposa nell’isola, sarebbe l’autrice dell’Odissea, “per certe atmosfere, intuizioni, descrizioni tipiche dell’animo femminile.”

L’immagine di Nausicaa, tuttavia, ci si ripresenta pur sempre nello scenario omerico, tra lieti svaghi di compagne, sulla sponda del chiaro fiume prossimo alla verde foce, lì dove avvenne l’incontro con il randagio eroe naufrago; e, poi, in riposati quadri di vita patriarcale.

La giovanetta viene idealmente a collocarsi nella più ampia visione delle terre arrise dalla luminosità mediterranea, ricche di leggende dal primitivo fascino.

Una segreta aspirazione ci invita a riscoprire quella poesia “mediterranea”, che è riconoscibile dalla sua rispondenza immediata con la natura, dalla spontanea fusione di contenuto e forma, e dallo svolgimento melico che, come Miano scrive, “Mimnermo e Alceo e Saffo e altri, fino a Teocrito, avevano inteso plasmare, decifrando in termini allusivi il paesaggio suggestivo di luci e colori, come in una danza leggera di fanciulli.”

Lungo un ben lusinghiero itinerario possono ricondurre le tracce di Nausicaa…

*Noto(Siracusa), 1920-Milano, 1994.

**Viene segnalata l’opera “I miti greci” dello storico Robert Graves Longanesi, 1988.
Recensione
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