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Un vecchio amico: Franco Tagliaventi

Conobbi Franco Tagliaventi negli anni della scuola superiore. Proveniva dalla campagna circostante a un paesotto situato sulle colline uvifere della provincia anconetana, e alloggiava in una pensione del capoluogo, per frequentare l’Istituto Magistrale.

Niente c’era in lui della foggia contadina; come mi raccontava, non aveva seguito i genitori nel lavoro dei campi, ma aveva soltanto, da ragazzino, accompagnato sua madre a vendere uova e ortaggi, nei giorni di mercato.

Egli mostrava, anzi, un fisico delicato e una cert’aria di distinzione, rivelata dal morbido sorriso, che gli sfiorava i lineamenti del volto, scaturendo spesso da un moderato senso dell’umorismo. Questo, riguardo al suo cognome, ad esempio, gli suggeriva un alcunché di avventuroso e gli faceva presumere una lontana nobiltà …

Era spesso pensieroso; rivolto a svariati interessi, nei discorsi tendeva, non di rado, ad asserzioni paradossali, che pur s’ostinava a sostenere.

L’amicizia con Tagliaventi era proseguita anche dopo la conclusione degli studi, poiché egli capitava spesso in città e, in quelle occasioni, ci si intratteneva in camminate e in conversazioni protratte su molteplici temi, come negli anni passati.

Divenuto maestro, a causa dell’indole schiva, il nostro preferì sedi appartate, sino a che, con l’impiego degli scuolabus, non furono soppresse.

Quando ci incontravamo durante le vacanze estive, mi raccontava di certuni episodi, che gli erano capitati o ai quali aveva assistito, ch’egli definiva “incredibili” … Ed era stato certamente eccezionale quello da lui vissuto, nell’ascolano, in un pomeriggio d’inverno, quando si era recato a far compere nel capoluogo. Mentre stava ritornando, in autocorriera, verso il villaggio di montagna, dove era la minuscola sede in cui insegnava, un’improvvisa, copiosa nevicata ostruì la strada, tanto che la corriera non poté più proseguire dal luogo completamente isolato in cui s’era dovuta fermare.

Il nostro, armatosi di coraggio, e anche d’un rozzo bastone, utile sia per tastare il terreno, sia per un eventuale incontro con i lupi, iniziò il faticoso cammino di sette chilometri che, all’incirca, lo separavano dalla meta.

Con il buio che scendeva rapidamente, si trovò davanti a un piccolo cimitero. Il cancello era serrato, ma egli, con la forza della disperazione, riuscì a scavalcarlo; percorse poi un vialetto e raggiunse una cappelletta, che era aperta.

Si sistemò lì dentro, sedendosi per terra, con le spalle appoggiate ad una lapide. Le mani gli erano ormai diventate violacee e i piedi quasi non se li sentiva … Aveva con sé alcuni viveri acquistati in città e poté un poco rifocillarsi e dormicchiare di tanto in tanto.

Fattosi giorno e avendo smesso di nevicare, ritornò verso la strada, dove vide passare uno spazzaneve; scavalcò di nuovo il cancello e si mise ad attendere … Ecco venire, infatti, un grosso camion diretto ai mercati . Chiesto un passaggio, dopo aver superato la diffidenza del conducente che temeva di fare un brutto incontro, fu fatto salire, e poi scendere nel punto della via Salaria, da cui poter facilmente raggiungere il villaggio.

Una volta lasciato l’insegnamento, prima di aver raggiunto il limite d’età, Tagliaventi s’era spesso ammalato. I miei rapporti con lui diventarono soprattutto epistolari, anche se qualche altra volta ci incontrammo in città …

Stava precocemente invecchiando; nulla rimaneva in lui delle fini fattezze; era ingrassato e il volto gli si era fatto tumido, la voce cavernosa.

Nel 2007 mi scrisse di doversi sottoporre a dialisi per tre volte alla settimana. Subirà successivamente un intervento di protesi a un ginocchio; ma, non essendo l’operazione ben riuscita, era costretto a camminare zoppicando, appoggiandosi ad un bastone.

Mortigli i genitori, si era ritirato, da scapolo, in un paesetto non lontano da quello nativo.

Abitava in un pianterreno, con le finestre che davano su una piazzetta. Ogni mattina egli vi spargeva delle molliche che attiravano i passerotti, i quali scendevano dai tetti a beccarle. Il mio amico si compiaceva a guardarli, anche perché gli sembrava che, alla fine, essi si fermassero un poco, tutti insieme, a far piroette e inchini, come a volerlo ringraziare. E arrivavano anche i merli, per i quali doveva preparare pezzetti di formaggio e di prosciutto; alla fine sostava davanti alla sua porta un gatto, al quale bisognava che facesse trovare un cibo appropriato. Così era diventato amico del gatto del vicino …

Tagliaventi, ritornando ad una adolescente inclinazione, ridestata anche dalla solitudine e dalla sofferenza, cominciò a trascorrere molto tempo a stendere brevi racconti e a comporre poesie. Nell’arco di due anni, dal 2007 al 2009, mi fece recapitare una serie di volumetti, tra cui quello dei “Racconti incredibili”, riferiti a “ fatti tali da sembrare irreali, ma purtroppo veri”, come scriveva l’autore; egli aggiungeva che avrebbero potuto far riflettere, ma senza turbare alcun lettore, giovane o adulto.

Tra essi ritrovai l’episodio, di cui l’amico, una volta, mi aveva riferito a voce, e del quale ho detto prima.

Si era anche impegnato in monografie concernenti la storia locale e, in particolare, in una riguardante Sisto V, il papa che ebbe stretti rapporti con le Marche. L’ho trovata menzionata in internet, come pure ho visto che la silloge di poesie “I canti della vita” (del 2006) si trova presso alcune biblioteche della provincia d’Ancona.

Molte sue poesie (radunate in tre successivi volumetti, dal titolo “Tutte le poesie”, pubblicati a Jesi, durante il 2009) si presentano simili ad un ingenuo, ma toccante racconto.

Così quella in cui dice del gatto amico, che, una mattina, dimostrò di essere particolarmente preoccupato per lui … “Ieri mattina, mentre salivo / sul taxi sanitario, / il gatto del mio vicino / stava sul marciapiede / a guardare. / Era solenne nell’aspetto, / burbero nello sguardo, / il mio piccolo / grande amico. / Non si è mosso, / ha guardato soltanto / un po’ severo, / come volesse dire / all’autista: / Dove porti il mio amico? / Non lo portare lontano / e fra poco riportalo a casa …”

Quando Tagliaventi ha rivolto lo sguardo verso la natura, l’ha fatto con vero spirito naïf: le stelle gli sono apparse come “fiori d’oro / che trapuntano / il manto di velluto / dell’Assoluto” … Le farfalle bianche “sono le amanti / dei fiori innamorati” … La pioggia che scende, “bagna l’anima, / che come rondine / vola nell’aria” … Davanti al mare, ha espresso il desiderio : “Come vorrei camminare / sulle strade infinite / e sempre diritte / del turchino mare, / senza polvere sporca / e senza sassi pungenti …”

La disposizione verso la natura era dentro di lui da sempre … Da piccolo aveva avuto per compagno di giochi un agnellino, col quale correva a gara nel prato; ma, in occasione della Pasqua, la bestiola venne uccisa, e il nostro ricorda: “Corsi più che potei nel prato / per non avere davanti agli occhi / l’orrenda visione del sacrificato” …

Attratto dalla bellezza della natura, lo è stato anche dalla bellezza femminile, ma ha percepito il “mistero” che la donna in sé racchiude, inserito nel mistero dell’universo; e davanti ad esso s’è smarrito. Si trovano molti versi dedicati a giovinette da lui amate idealmente; a nessuna di loro s’era poi legato.

Profondo amore ha avuto per la madre, sia nell’infanzia, sia nell’età adulta. Durante le numerose degenze in ospedale, angustiato dalla malattia e ancor più dalla solitudine, più volte s’era alzato dal letto, nel cuore della notte, percorrendo il corridoio silenzioso, sino ad affacciarsi ad una finestra.

Rimaneva a contemplare una stella luccicante e, identificandola con la madre morta, si metteva a gridare: “Mamma, mamma!”, sino a che non accorrevano le infermiere. Ma, una volta riportato a letto, s’addormentava sereno, fiducioso che “lassù” qualcuno vegliasse su di lui, “invalido da tutti abbandonato”

La materia di gran parte delle poesie di Tagliaventi si riferisce però al costume etico-sociale, in specie a quello dell’ambiente provinciale, con le sue doppiezze, atteggiamenti ipocriti. Di fronte ad essi, egli, attento osservatore, ha assunto una posizione ironicamente pungente; s’è sentito anche di poter rivolgere qualche esortazione alla retta condotta.

Ha intuito il compito anche di valore morale e filantropico, che il poeta dovrebbe svolgere nella società, trovando parole sempre nuove a difesa degli oppressi, dei malati, delle persone sole e abbandonate, delle donne indifese di fronte alla violenza, nonché degli animali, “nostri fratelli minori”.

La fede religiosa del poeta non è stata sempre immune da incertezze e dubbi; la poesia dal titolo “Tutto è una triade” rivela, in ogni modo, una genuina concezione spirituale dell’esistenza … La triade è formata da due persone tra le quali Dio deve interporsi a perfezionarne, a vivificarne il rapporto: “Il fidanzato, la fidanzata / e l’Assoluto” …“Il padrone, l’operaio / e l’Assoluto” … “Il medico, il paziente / e l’Assoluto” … Ma, in effetti, tanto spesso rimane escluso l’Assoluto …

Il vecchio amico, che era nato nel 1936, venne a mancare nel 2010.

Oggi, riprendendo in mano i suoi volumetti, per una più partecipe rilettura, mi sembra di rivederlo accanto, soprattutto negli anni della gioventù, sempre un po’ singolare negli atteggiamenti e nei discorsi, eppur schietto nell’animo; un solitario dalla sensibilità troppo fragile in mezzo alle dure esperienze della vita.

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