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Un viaggiatore della seconda metà del Settecento: Giuseppe Baretti

Al giorno d'oggi, più o meno efficienti agenzie turistiche dirigono le comitive lungo itinerari ormai consueti, nelle rinomate località che sono fornite delle attrezzature idonee all'accoglienza.

Nel Settecento, la voglia di conoscere terre e popoli, secondo l'illuministica tendenza cosmopolitica, spinse uomini di cultura ad intraprendere viaggi che si dimostravano veramente ricchi di nuove, genuine scoperte. Uno di questi viaggiatori fu Giuseppe Baretti, il quale, nonostante i disagi spesso incontrati, si sentì — come disse – «solamente sedurre dal destino...anzi dalla frégola estrema di vedere il mondo», con il proposito di scrivere «un mondo di cose che vedrò e che sentirò, cacciando gli occhi dappertutto».

Il Baretti, nato a Torino nel 1719, maggiore di quattro fratelli, aveva avuto una adolescenza e una giovinezza irrequiete. Di temperamento indipendente e suscettibile, si era allontanato da casa a sedici anni, per i continui litigi con la giovane matrigna e con il padre, inetto, e contrario alla sua inclinazione allo studio. Accolto da uno zio a Guastalla, si impiegò come scrivano presso una ditta commerciale; ed intanto coltivava la sua tendenza alla letteratura sotto la guida del poeta e favolista Carlo Cantoni [Nativo di Novellara (Reggio Emilia 1674-1752), al servizio di mercanti e di banchieri visse tra Brescia e Guastalla (Reggio Emilia), dove conobbe, appunto, il Baretti giovinetto, avviandolo allo studio della poesia bernesca, che anch'egli coltivava. Lasciò un libro di Rime (1752), che comprende anche le sue favole, per lo più satiriche.]. Ma poco si fermò, iniziando una vera peregrinazione per le città dell'Italia settentrionale.

Nel 1737 fu di nuovo a Torino a perfezionare i suoi studi nella scuola di eloquenza italiana, tenuta da Girolamo Tagliazucchi [Modenese (1674-1751), letterato e educatore, :insegnò in patria, poi a Milano e a Torino. Il Baretti attribuì a sua fortuna l'essergli stato discepolo e di lui serbò sempre gratissimo ricordo.].

Nonostante il suo carattere, il Baretti aveva vivo il sentimento della franca amicizia («Amator miracoloso degli amici » disse di se stesso, purché fossero « gente dotta e dabbene») e, nella città lagunare, strinse rapporti amichevoli con i fratelli Gozzi e fece parte dell'Accademia dei Granelleschi; a Milano, con il conte Imbonati, dell'Accademia dei Trasformati.

Dal 1742 risiedette per due anni a Cuneo, quale economo presso i magazzini militari. Tradusse le Tragedie di Corneille (Venezia, 1747-48); pubblicò, scaturite dalla sua vena burlesca e. satirica, le Piacevoli poesie (Torino, 1750). Ma, «disprezzatore dei tristi e degl'ignoranti, quantunque siano grandi» (come disse ancora di sé), il Baretti fu coinvolto in brevi, ma violente diatribe, che gli procurarono non poche inimicizie. Il giovane trentaduenne, nella primavera del 1751, raggiunse quelle che erano ritenute le libere coste inglesi...

A Londra aveva trovato altri connazionali; dovette superare un iniziale periodo di ristrettezze, poiché aveva ottenuto soltanto un impieguccio presso il Teatro Italiano; aprì poi una scuola privata. Bene si ambientò in un'atmosfera liberale, che sentiva favorevole a lui – insofferente qual era di servilismo e di cortigianeria – e alla vitalità della cultura; poteva maturare ed esprimersi come uomo e come letterato.

Divenuto amico di letterati inglesi, il Nostro considerò come suo maestro Samuel Johnson, autorevole scrittore, critico, poeta [S. Johnson (1709-1784) fu anche giornalista, fondatore del periodico «The Rambler» (1750-52) e autore di un fondamentale dizionario della lingua inglese.]. Oltre alla diffusione della conoscenza della lingua e della letteratura italiana, la maggiore fatica del Baretti – che era pervenuto ad un perfetto possesso dell'inglese – fu la compilazione del validissimo Dictionary of the English and Italian Languages, che uscì a Londra nel 1760.

Ma il desiderio di rivedere i suoi tre fratelli e l'Italia lo colse; così, approfittando dell'occasione che gli si offriva di accompagnare (dietro l'apprezzabile compenso di duecento sterline) un giovane facoltoso, Edoardo Southwell, che voleva recarsi a visitare Venezia e altre città, lasciò Londra il 14 agosto 1760. I due si imbarcarono - Falmouth, su una nave-corriera diretta a Lisbona, onde evitare i Paesi Bassi, funestati dalla Guerra dei Sette Anni (1756-63). Dopo aver attraversato il Portogallo e la Spagna, raggiunsero, sulla Costa Azzurra, Antibes; fecero il viaggio su una felùca, toccando, il 19 novembre, Genova; di lì proseguirono per Torino, Milano, sino alla meta finale del viaggio.

Le Lettere familiari a' suoi tre fratelli Filippo, Giovanni e Amedeo costituirono il diario redatto dal Baretti via via lungo l'itinerario. Poche volte attento al paesaggio e alla sua descrizione, il Baretti ha invece interesse per usi e costumi locali e soprattutto per i rapporti umani; si immedesima con immediatezza e perspicacia alle diverse situazioni. E il tutto riferisce con uno stile originale, vivo, pittoresco, estroso, soltanto di rado appesantito dalla sostenutezza accademica; in esso, frequentemente, brilla la piacevole facezia, congeniale all'autore, e che ha risentito della lunga consuetudine con lo humour inglese. Pertanto, quello delle Lettere — co me ha ben osservato Giacomo Barzellotti [Filosofo e letterato (1844-1917); fu professore all'università di Roma. Studi e ritratti (1893 e 1907).] «è uno dei primi, forse il primo libro narrativo da potersi dire già "moderno". Leggendolo, par di vedersi innanzi lo scrittore in atto di chi racconta naturalmente familiarmente, in un crocchio di amici, cose che gli preme e gli piace dire, perché lo hanno interessato o commosso».

La "Lettera prima" si apre con l'annuncio: «Finalmente posdomani partiamo... il cuore mi fa delle capriole...» Il Baretti e il compagno si dirigono, dunque, in diligenza, verso le coste dell'Inghilterra meridionale. Rimpiangeranno, più tardi, quelle osterie, lungo il percorso, «assai pulite e servite diligentemente...»

Il tragitto è piacevole, poiché, nella carrozza, essi hanno accanto un giovane capitano dell'eservito e, come scrive il Baretti, «i nostri sei occhi stavano fitti su tre bei nasi di due giovanette e d'una vecchia lor zia, che occupavano il fondo del cocchio». La vecchia signora è cordiale e le giovanette si mostrano spiritose: il viaggio si svolge, per un buon tratto, ridendo e scherzando.

Sostando nella città di Salisbury, i viaggiatori si intrattengono nel mercato, «Molto bello e molto abbondantemente fornito»; ma è nella campagna circostante — «rasa e tutta così verde per la sua bell'erba, che pare sia coperta da un tappeto» — che essi sono colpiti dalla vista che offrono gli enormi blocchi di pietra, disposti in circolo, del complesso megalitico di Stonehenge. Il Baretti esamina le varie ipotesi, sino ad allora formulate, riguardo alla possibile provenienza di tali massi monolitici e ai mezzi usati dai misteriosi costruttori per alzarli.

Arrivati nella città portuale di Plymouth (nella contea di Devon), il Baretti ha modo di visitare una nave da guerra.

Alla fine si congeda dal luogotenente di vascello, che gli ha fatto da scrupolosa guida, dicendo di «aver sofferto una stretta di mano, che fu una mezza tanagliata da quel pezzaccio di galantuomo. Nello stesso porto è anche accompagnato a visitare l'arsenale; e va sottolineata la riflessione ironicamente amara del pacifista nel vedere «gl'infiniti cannoni e le infinitissime palle ammucchiate in cento luoghi, che non aspettano se non d'essere adoperate a benefizio del genere umano».

Durante la narrazione del viaggio in territorio inglese, il Nostro si sofferma (così come farà poi anche in seguito), prendendo lo spunto dalle caratteristiche locali, sui più disparati argomenti: da quelli di qualità etica e sociale o linguistica ad altri inerenti le risorse naturali, le attvità produttive e commerciali.... Senza prolissità e senza toni pedanteschi, le "lettere" si rivelano vere e proprie corrispondenze, e perciò una brillante prova giornalistica, che anticipa il più alto giornalismo che il Nostro eserciterà con « La Frusta Letteraria » [Il quindicinale (1763-1765), fondato e diretto con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue, cui il Baretti ha principalmente legato la sua fama duratura.].

Il 25 agosto avviene l'imbarco, come s'è detto a Falmouth, sulle coste della Cornovaglia. Una volta a bordo il Baretti se ne va trastullandosi («seccando e badaluccando») sino all'ora di pranzo, che è la migliore della giornata, giacché la tavola è davvero ben fornita: «si sguazza come in cuccagna». Impiega però anche del tempo a studiare con grande impegno il portoghese; se vede che il signor Edoardo è di buon umore, gli impartisce una breve lezione di italiano o di francese... Dopo la cena, frugale, eccolo andare a «incatalettarsi», intendendo dire di mettersi sul cataletto, come egli definisce la scomodissima cuccetta.

Durante la navigazione, il Baretti più volte ripensa all'Inghilterra ed analizza l'indole dei suoi abitanti. In quella nazione, che può vantare molti cittadini attivi e intraprendenti, chi dimostra (anche se straniero) di saper fare qualcosa di buono e di essere un galantuomo, viene aiutato con generosità, per quanto possibile, a sviluppare le sue particolari attitudini. Lo poté constatare lui stesso, in specie quando si accordò con otto librai per il suo ben remunerato Dizionario.

Là, tuttavia, non son tutti ricchi, come sono indotti a credere gli Italiani quando vedono certuni viaggiatori inglesi «spendere e spandere»; anzi ci sono molti poveri e, per varie ragioni sociali, che il Baretti esamina, tali poveri «sono i più poveri, i più viziosi, i più brutti poveri d'Europa».

Il Nostro vorrebbe poter descrivere una battaglia navale o esercitare il suo «pennello poetico nel dipingere una burrasca», ma la navigazione procede regolarmente; un vento favorevole sospinge il veliero. Dopo una settimana esso giunge in vista della foce del Tago, dove Lisbona offre una veduta superba con le sue fortificazioni turrite, i vascelli alla fonda, i palazzi e le case bianche contornate da giardini. Il Baretti annota le bellezze del paesaggio, ma è soprattutto desideroso di conoscere la città e i costumi dei lisbonesi, anche se aggiunge: «Se il sole non mi liquefà e se le mosche non mi mangiano, ché il sole qui scotta assai, e delle mosche ve n'hanno de' nuvoli».

I due viaggiatori, cha hanno preso alloggio presso un vecchio oste di origine irlandese compiono il loro giro turistico nella città e nei dintorni. Numerosi sono coloro che vivono ancora in baracche di legno, dopo il tremendo terremoto che, il primo novembre 1755, quindi cinque anni addietro, aveva devastato gran parte della metropoli, aprendo voragini e provocando innumerevoli crolli.

Il Baretti immagina l'enorme tragedia umana che lo sconvolgimento aveva causato, sia nel suo verificarsi, sia per le conseguenze apportate, come la crudele carestia e la permanenza dei sopravvissuti, per lungo tempo, all'addiaccio, al vento e alla pioggia... Ascolta i racconti dolenti di chi ha perduto familiari o amici e prova sentimenti di commiserazione. Sensibilità umanitaria il Nostro dimostra anche alla vista del gran numero di schiavi portati dalle colonie nella capitale e che gli fa considerare come siano orgogliosi, prepotenti ed ingiusti gli Europei» e come «l'iniquo abuso» della schiavitù non dovrebbe mai esser esercitato da nazioni che si professano cristiane. Il Baretti ha parole forti: «Una così traboccante superbia non avrebbe dovuto trovare luogo fra' cristiani, pure s'è manifestata, e si manifesta tuttora in modo crudelissimo ne' paesi scoperti da essi, i di cui abitanti sono fatti schiavi da' loro fratelli in Cristo».

A Lisbona il Baretti non può non assistere ad una corrida, spettacolo del tutto nuovo per lui, che lo descrive con animata forza espressiva, ma dal quale è disgustato, alla fine, ritenendolo brutale e «inumanissimo». Piuttosto la curiosità lo spinge (con «un gran pizzicotto») ad osservare i reali lì presenti; e lo stupisce la mancanza di sfoggio da parte loro.

Sfarzosa è invece la célebrazione pubblica dell'anniversario del 3 settembre 1758, giorno in cui il re scampò a un attentato. In particolare del patriarca, il Baretti scrive che «tranne il papa, non v'è signore ecclesiastico nel mondo che s'abbia tanta pompa intorno». Egli ha modo di osservare i nobili, i loro vestiti dai colori vistosi; le dame brune e smilze, gli uomini panciuti e sussiegosi.

I due visitatori si recano in conventi e chiese; tutte hanno subìto danni più o meno gravi a causa del terremoto.

Nella valle che si stende davanti a Lisbona, i viaggiatori sono impressionati dal colossale acquedotto che rifornisce la città. Esso presenta gigantesche arcate e – come scrive il Baretti – «sotto l'arco di mezzo passerebbe una nave da guerra con le vele spiegate, tanta è l'altezza e la larghezza di quello» ed esclama ammirato: «Figuratevi che pilastri debbono essere i pilastri che sostengono un arco di quella sorte!»

Versatile è lo stile del Nostro ed egli conferisce talora al racconto un delicato accento di fiaba, come, ad esempio, con quel particolare dei «letticciuoli tanto piccini», che vede nel dormitorio dell'eremo situato sull'altura detta Sasso di Lisbona. Già tale eremo sembra fuori dal mondo: bisogna raggiungerlo a dorso di mulo; ed è singolare perché è costituito di cavità naturali, adattate dai frati alle loro esigenze. Siccome i religiosi hanno ricoperto con sughero le pareti rocciose, per difendersi dall'umidità, esso è conosciuto come Convento di Sughero. «Entrammo in un'altra buca che è la loro chiesa, e poi in un'altra buca che è la loro sacristia, e di là in un'altra buca che è il loro dormitorio... Il refettorio è pure una buca, dove è la loro biblioteca», i cui libri non arrivano alla decina.

Il panorama che si gode di lassù è sconfinato. L'eremo è fornito di una fonte d'acqua viva e i frati coltivano rigogliosi orticelli. All'aperto, con quale appetito «smisuratissimo» i due ospiti consumano il desinare che viene loro offerto: pesce marinato, freschi ortaggi e frutta. Semplicità e schiettezza di vita in quel «convento, o eremo, o romitorio, o topinaia, o conigliera», ma, comunque, «gentile e poetico luogo», circondato di verde e d'azzurro...

Come diverso il convento di Mafra (villaggio nei pressi di Lisbona), colossale edificio dai vasti locali, sorto per volontà del re... Il Baretti è attratto dalla biblioteca, che qui è ben ricca di volumi. Ma non trova che pompose indagini genealogiche, sonanti pagine di storia lusitana, trattati di teologia scolastica, panegirici, agiografie, quaresimali, e il tutto in uno stile tronfio da non poterne cavare un solo pensiero sostanzioso.

Pensa che riuscirebbero bene tradotti in portoghese, certuni «capi d'opera d'ampollosità e di natura idropica» del Seicento italiano. Il Nostro avrà successivamente modo di conversare con il direttore delle cosiddette «cuole delle Necessità» e con un suo compagno; e dice che «si farebbe un libro più ridicolo della vita del piovano Arlotto [Si riferisce al fiorentino Arlotto Mainardi (1396-1484) piovano di S. Cresci (Fiesole), detto il piovano Arlotto, famoso per i suoi motti, facezie e burle.] chi volesse scrivere le innumerevoli inezie pompòsissimamente dettemi dalle loro signorie, che avevano entrambe lo scilinguagnolo rotto assai bene».

Per fortuna egli ha modo di stabilire un rapporto di umana simpatia col costruttore di organi (il convento ne possiede sei di questi strumenti dai complessi congegni) e con il campanaro, anzi «imperatore de' suonatori di campana». Il primo è di origine irlandese e di lui l'autore dà – come sa fare – un ritratto succinto, ma parlante: «Un piccolino di statura e una delle più sparute persone ch'io m'abbia viste mai; ma l'ingegno che racchiude in quel suo corpicello è meraviglioso».

Il Baretti ammira soprattutto in quei due, l'abilità tecnica; egli considera che ci son tanti «dotti», che si danno importanza, che tessono lodi allo studio delle dottrine, ma che dissertano a vuoto e soprattutto mancano di senso pratico, ignorando le più elementari conoscenze dell'esperienza comune, spesso indispensabili alla vita, « certe cose che uomini grossolani e dozzinali artefici se le sanno a menadito».

Ma, tornando alle osservazioni che il Nostro fa in giro per la città, ci si presenta piena di brio la scenetta che ritrae due negri che nuotano nel fiume, presso una specie di molo, vicino alla riva. Invogliati anche da alcune monete gettate loro, essi si esibiscono in tutta una varietà di movimenti e, alla fine, in un balletto nell'acqua, cantando alla loro maniera; e si mostrano così sciolti di membra e spediti «che le anguille vi avrebbero persa la coda in una scommessa».

I nostri viaggiatori hanno ben motivo di rimpiangere le locande inglesi... In quelle portoghesi il Baretti non si limita a qualche battuta spiritosa, ma berneggia, si rifà cioè allo stile realistico-caricaturale di Francesco Berni (1497-1535), che trattò i temi del malo alloggio, della nottata insonne, delle vivande disgustose.

In un'osteria di Mafra, i due si son visti servire, in uno «sporco piatto», brodo ottenuto dalla bollitura di un gran pezzo di lardo rancido; «su un altro sporco piatto», quello stesso lardo; un pollo dalla carne coriacea come quella d'un bufalo; del salame puzzolente, vino inacetito, pane non cotto. E dopo questo «sardanapalesco banchetto», quale «indiavolato martirio» è stata la notte passata su un letto duro come un sasso e invaso dalle pulci «con aghi e spilli nelle bocche». Giunta la sospirata alba, ecco il Baretti a chiedersi «quante oncie di sangue» gli abbiano succhiato quei parassiti e «quante libbre di carne» gli abbiano mangiato.

Il Baretti ha veduto in Portogallo circolare poca carta stampata (e i pochi libri scritti in uno stile «panciuto e pettoruto»), con la conseguente scarsa diffusione della letteratura e della cultura tra il popolo. E se i sostenitori della dottrina russoviana ritenevano essere la cultura corruttrice della naturale bontà dell'uomo e non fattore primario di progresso civile, proprio a loro si riferisce il Nostro, quando scrive «di alcuni saputelli moderni di cortissima vista, ma di lunghissima presunzione, .che vanno spargendo una poverissima dottrina».

Nel lasciare la capitale, scrive che informerà soltanto a voce i fratelli sugli ultimi casi del Portogallo, sul re, sulla corte, e, in particolare, sull'espulsione dei Gesuiti dal paese [Nel 1759, per opera del ministro marchese di Pombal.], riferendo aneddoti, opinioni, notizie raccolte soprattutto in casa del ministro inglese e di quello olandese. Ora ha con sé un servitore.

I tre procedono su un calesse tirato da un paio di muli; vi hanno caricato, ad ogni buon conto, una scorta di viveri, prevedendone la penuria. Attraversato il Tago e poi alcuni vigneti, eccoli entrare in una landa cosparsa di radi cespugli, la fiaba: dove si possono incontrare sì e no, per dirla col Baretti, che non perde il senso dell'umorismo, «dieci o dodici passerotti, sette o otto capre, altrettante pecore, e forse cinque o sei viandanti co' loro muli o co' loro asinelli». I raggi del sole cocente sono riverberati dalla sabbia che copre in gran parte il terreno.

Il viaggio procede lentamente, toccando Aldeagallego, Peagones, Ventasnuevas, Arraiolos... «Che bei nomi polisillabi hanno questi miserabili villaggi!» esclama il Baretti e si chiede: «Chi crederebbe che così bei nomi fossero dati a così brutte cose?». E li attende la sosta in miserrime locande, quasi. prive di arredamento; col pavimento sconnesso, da cui i topi sembra che facciano l'occhiolino e, leccandosi i baffi e sogghignando, vogliano prendersi beffe degli sfortunati viaggiatori; e soprattutto con i pidocchi, e le pulci, che infestano il pagliericcio, più numerose degli eserciti di Attila!

«Beato me se non mi  svenano!» continua ad augurarsi il Baretti. Il trattamento è pessimo; ma quando le locandiere portano il conto «pare che ti abbiano dato cibi d'oro, e a bere: bevande d'argento, a tanto gran sommalo fanno ascendere».

Il Nostro richiama anche il servizio, privo d'ogni riguardo, che ricevette da un barbiere lisbonese cui si era rivolto. Questi cominciò col fiutare, con tutta calma, una presa di tabacco, che aveva richiesto al cilente. Poi insaponò il mento «con molta furia». Finita di radere, pur sempre chiacchierando, una guancia ecco che si ferma e, tenendo il rasoio sollevato in alto, comincia a sciorinare una filza di smargiassate sul valore dei Portoghesi e sulle vittorie da' loro riportate:sugli Spagnoli... «Né vi fu modo che si volesse disporre a sbarbare la mia guancia sinistra, come aveva fatto la destra, se non dopo d'aver annichilato tutt'e due: le Castiglie» ricorda il malcapitato.

Finalmente, ad Arraiolos, nel distretto di Evora, il territorio diventa collinoso, verdeggiante di cerrí, di olivi, di arbusti di rosmarino dal delicato aroma.

La narrazione prende l'andamento della fiaba: «Guarda e guarda, cammina e cammina...». Dapprima incerta su una collina lontana, poi sempre più distinta, ecco la biancheggiante visione di una città forificata: Estremoz. E la fiaba continua, ché, entrati tra quelle case piccole, «ma bianche di bucato», i nostri sono piacevolmente sorpresi da una festa (proclamata, come poi sapranno, per le nozze del fratello del re), con allegre brigate in maschera, con strimpellatura di chitarre e con balli per le strade.

Ormai al confine con la Spagna, anche nella locanda di Elvas (stracolma di gente a causa della fiera), quasi in una specie di trasognamento si svolgono, sino alle tre dopo la mezzanotte, i balli di un gruppo di giovani, al suono di chitarra, di nacchere e intramezzati da canti.

Il Baretti nota alcune ragazze portoghesi «mediocremente sudicie, mediocremente gialle, mediocremente brutte»; ma sono due spagnole (venute lì da Badajoz – come egli si informa – con i loro parenti, anch'esse per la fiera), che lo invaghiscono: una giovanetta bella come «la Venere dei Medici» e la sorella maggiore «rifulgente», con i suoi splendidi occhi. Per la minore, egli non si accontenta di raddoppiare la qualità di grado superlativo, ma la triplica: «quella bella bella bella si chiama Catalina». Applaude con fragore dopo che la «fiammeggiante sorella di Catalina si è esibita in un vivacissimo fandango [Ballo andaluso dal movimento rapido, accompagnato dal suono di nacchere e di chitarre.]; offre loro (come alle altre donne) una fetta di torta candita, portata da Lisbona, e dell'uva. Sta per innamorarsi...

Ma è ormai giunto il sospirato momento d'attraversare il confine; ed ecco il Nostro, alzandosi in piedi sul calesse, profferire l'augurio: «Oh, Portoghesi, Portoghesi, faccia il Cielo che né terremoto né il Baretti vi visitino mai più in eterno!»

Sulla riva opposta della Guadiana si stende Badajoz, capoluogo di provincia e sede vescovile. Il Baretti chiede di esser ricevuto dal cardinal Acciaiuoli; ha anche la gradita sorpresa di incontrare un suo vecchio amico milanese (che è lì quale medico del porporato) e di entrare con lui in «millanta ragionamenti che fecero parere molto breve la sera».

Nella "lettera 32" il Nostro riflette su quanto ha sino ad allora scritto, in special modo riguardo al Portogallo. «Che cosa dunque ne dirà la gente di queste mie "lettere" quando saranno stampate?» egli si chiede. Forse è stato troppo severo nei suoi giudizi verso la nazione lusitana... Egli scrive che il poco tempo trascorso a Lisbona non gli ha certo consentito di conoscere appieno la saggezza dei ministri e le virtù della nobiltà. Per quanto riguarda il popolo – come egli realisticamente considera – in ogni nazione c'è. una maggioranza sana, e una parte peggiore; la stessa Inghilterra – già da lui definita «sede di virtù» – contiene una «sentìna di vizio», considerando, in particolare, i bassifondi londinesi, covo di ladri e di malviventi.

Riferisce la notizia, recente, secondo cui il ministro ha introdotto qualche riforma negli studi, e sono stati ricercati – anche con la promessa di lautissimi stipendi – dotti di diversi paesi per farli insegnare nelle scuole.

I nostri viaggiatori percorrono 1'Estremadura; incontrano villaggi che sono spesso «un povero mucchio di povere case», ma il passaggio dei forestieri attira sempre la curiosità dei bambini, per nulla scontrosi. A Talaverola (ancora nella provincia di Badajos) il Baretti, verso sera, è circondato da un gruppo di «fanciulline scalze e mal vestite, ma vivaci come fringuelli». Egli ha, per caso, in mano l'orologio da taschino ed esse gli chiedono l'ora. Risponde che sono le sei. E una, Paolita, domanda, per tutte, come faccia a saperlo. Il Baretti mostra i numeri e la lancetta («ago»). E Paolita, sempre più curiosa: «Come fa l'ago per andare alle sei e all'altre ore, quando .uno ha bisogno di saperle?» Il Nostro, accosta l'orologio all'orecchio di ciascuna; e al sentire quel ticchettare distinto, ininterrotto, segue uno scoppio di puerile, ingenua meraviglia, che si propaga sino a radunare tutti gli «innocenti» abitanti del borgo a vedere e a sentire l'orologio del gentiluomo.

Per fortuna, in Spagna le locande (posadas) sono migliori di quelle portoghesi. Le strade, però, si presentano in pessimo stato; per lunghi tratti si deve scendere dal calesse, e bisognerebbe avere i piedi «di metallo» per non sentirne il dolore!

Giunti i nostri a Meaxaras, tornano di scena i fanciulli; e lo stile del Baretti riacquista la singolare vivezza. Avendo ricompensato con una monetina un «muchachito» che gli ha indicato la via della locanda, egli e il signor Edoardo si ritrovano in mezzo a un gruppo di fanciulli e di fanciulle. Arrivano nel cortile della locanda e lì avviene la distribuzione delle monetine in un'atmosfera di contagiosa allegrezza e di eccitazione. Ordinati in file distinte i maschi e le femmine («todos los muchachos y todas las muchachas»), ognuno deve, a. turno, dire il proprio nome, fare un salto e gridare «Viva el rey de Espafia!» e riceve una monetina. C'è chi vorrebbe, con l'inganno, averne una seconda, ma viene scherzosamente scoperto dal Baretti, il quale, però, pur simulando collera, favorisce di nascosto le ragazzine... E non si può non rilevare l'intensità emotiva dello sguardo vivo di «furbesco affetto» con cui ques'ultime lo ripagano...

E a Las Casas del Puerto c'è «un nuvolo» di bambine, che, allegre anche per le monete ricevute, saltando e ballando indicano la strada... Ma i nostri avevano già sostato a Truxillo (Trujillo), dove avevano trovato la «posadèra» disperata per la perdita dei suoi due figli a causa del vaiuolo. E il Baretti scrive che già da alcuni anni in Inghilterra veniva praticato «l'inoculamento o innesto artificiale» ai bambini, ed anche agli adulti; e «i fanciulli inoculati al dì d'oggi guariscono tutti, e quando sono un tratto guariti, il vaiuolo non torna loro più».

Per quanto riguarda le «posadas» vale almeno ricordare alcuni rapidi ritratti, come quello della giovane fantesca, «una bizzarra puledra che non la troverebbe chi cercasse tutta Andalusia»; o della padroncina, alla quale piace conversare con chi le viene ad alloggiare in casa, come usano le garbate ostesse di Francia e d'Inghilterra; e soprattutto quello così brioso della spensierata cameriera canterina, «che canta sempre, o entri, o stia, o esca della tua camera; e se le parli, canta; e se taci, canta; e canta quando favelli con altrui, senza darsi un pensiero al mondo né di cose né di persone».

Il Nostro annota: «Son tre dì che si cammina pe' monti e molto alti e molto silvestri»; i viaggiatori si fermano per il pranzo in un borgo che «giace alle radici d'una brutta montagnaccia pelata e sterile come una vecchia di novantanove anni»; un altro giorno mangiano all'aperto e l'aria di montagna mette in tutti un grande appetito.

La vista di un castello di costruzione araba, diruto, fa considerare al Baretti come in Spagna siano trascurate e vadano in rovina le testimonianze della presenza dei Mori; di un popolo che fu eccellente nell'arte e nella scienza; industrioso e attivo nell'agricoltura e nel commercio. Egli dichiara: «S'io fossi un signore davvero e non da burla, vorrei trascorrere tutta Spagna, e visitare ogni suo luogo picciolo e grande; e sono sicuro che il piacere mi pagherebbe della fatica, perché dei Moreschi solamente vi sono per questi regni reliquie numerose, e degne d'esser viste ed esaminate e descritte».

Secondo il viaggiatore, le potenziali risorse del suolo non vengono adeguatamente sfruttate: se si facessero crescere estesamente le querce ghiandifere, che in molte zone prosperano, gli Spagnoli potrebbero con le ghiande allevare tanti maiali da provvedere mezza Europa dì prosciutti.. Così dovrebbero utilizzare buoni tratti del Tago e della Guadiana per la navigazione fluviale, e l'acqua per l'irrigazione dei campi... «Ma – rileva il Baretti – venga un canchero a quella barchetta che si vede su questo o su quel fiume in Estremadura». Andrebbe intensificato l'allevamento degli ovini sulle alture, dove crescono rosmarino e altre erbe aromatiche...

Il Baretti si è dimostrato, in più occasioni, uomo dotato di senso pratico, aperto alle idee dell'illuminismo empiristico, in polemica con certuni illuministi per il loro filosofismo vacuo. Così non gli piacevano i barbassori disutili e quei «sapientoni, i quali non cercano mai di sapere le cose comunali, ma che stanno sempre a empirsi i cervelli di cognizioni metafisiche e di cose stillate». Ma, ritornando al viaggio, i nostri, usciti alfine dal territorio montuoso, entrano in una zona coltivata a vigneti.

Dopo aver attraversato una foresta di querce., suggestiva come quella delle Ardenne, celebrata nei poemi cavallereschi, i viaggiatori percorrono una pianura. circoscritta da cime elevate e nevose.

Ma il sole picchia forte e scurisce la pelle. Il Baretti scherzoso: «Apparecchiatevi pure, fratelli, ad esser baciati, non da Giuseppe vostro primogenito, ma da un principe d'Etiopia, o se volete, da uno di quegli spazzacamini...». Il signor Edoardo, che aveva voluto fare un pezzo di strada da solo, si era sperduto e dovendo raggiungere, trafelato, i compagni, eccolo comparire «infiammato nel viso come una cresta di gallo, e docciando pel sudore come una secchia piena e screpolata».

Lungo la strada avviene l'incontro con una dozzina di soldati, guidati da un sergente e da un caporale. L'alfiere sta in sella ad un cavallo più malandato di Ronzinante. Il sergente « è peggio incavallato che non un mugnaia e vestito come i fichi troppo maturi» come a dire che ha una cavalcatura peggiore di quella di un mugnaio e che la sua divisa è in più parti sdrucita. Più letterario, sul tipo del soldato millantatore, il personaggio del caporale è, tuttavia, ugualmente vivace. Egli racconta di aver partecipato (durante la Guerra di Successione d'Austria) all'assedio di Cuneo. La città, nella sua narrazione, è fantasiosamente presentata come un castello munito di ben sette cerchi di mura...

E il Baretti, divertendosi dentro di sé, sta anche lui ad ascoltare il «comico señor capo squadra», che sa sbalordire i commilitoni. I nostri entrano nella Nuova Castiglia, nella provincia di Toledo. Sostano a Talavera de la Reina, contrada allietata da bellezze naturali, con la campagna rivestita di gelseti, di agrumeti, di uliveti. Per difficoltà sorte, il Baretti deve rivolgersi al «señior corregidor» della città; ma, certo, a causa della «stupida gravità che gli campeggiava in faccia», egli ritrae sbrigativamente il magistrato «avvolto in una zimarra tanto lacera, e con una berretta in capo tanto sudicia, che un porcaio non l'avrebbe voluta in dono».

Passato il ponte sul Tago, si procede in direzione, di Toledo e poi di Madrid... Ma, nell'edizione italiana, è qui che s'interrompe la narrazione del viaggio.

Tornato in Italia, il Baretti cominciò, infatti, a pubblicare le Lettere familiari a Milano, nel 1762; ma la censura (a causa delle proteste dell'ambasciatore portoghese) gli vietò di continuare. Fece stampare il secondo volume a Venezia, nel 1763, pur sempre ostacolato, come egli disse, da «ignoranza, politicuzza e malignità».

L'opera integrale (di 89 lettere contro le 47 dell'ediz. italiana) vedrà la luce a Londra nel 1770, in inglese, col titolo: A Journey from London to Genoa, through England, Portugal, Spain and France.

Per il presente saggio ci si è valsi del volume G. Baretti - Lettere narrative descrittive educative, con introduzione e note a cura di G. Parisi, Casa Ed. Trevisini Milano, 1934.

Agli inizi del Novecento, l'ed. Laterza di Bari iniziò una moderna ristampa degli scritti del Baretti: L. Piccioni curò la ristampa delle Lettere familiari a' suoi tre fratelli (Torino, 1941).

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